SPILLO/ Gli “equivoci” che hanno messo in crisi le nostre banche

La crisi finanziaria ed economica hanno messo a mal partito le banche ovunque, ma quelle italiane sono anche danneggiate da una serie sbagliata di riforme e iniziative. AUGUSTO LODOLINI

27.07.2017 - Augusto Lodolini
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L’interessante articolo di Sergio Luciano sull’azionariato delle banche italianefornisce spunti per diverse considerazioni sul nostro sistema bancario. Luciano fa una constatazione fondamentale: la mancanza di una chiara strategia alla base delle varie riforme. A mio parere, ciò deriva dal fatto che le nostre banche sono state sempre considerate solo dei centri di potere e non componenti essenziali del sistema economico. Questo non solamente da parte della classe politica, nazionale e locale, ma anche da una parte consistente dei nostri imprenditori. Questa ottusa mancanza di strategia si riscontra anche nelle riforme relative alle banche popolari e delle fondazioni bancarie citate da Luciano. È da notare, peraltro, anche l’incapacità delle pur potenti associazioni di settore di spingere i propri associati a elaborare proposte autonome di riforma. Venendo da chi opera sul campo avrebbero avuto, o avrebbero dovuto avere, quanto meno un maggior riscontro con la realtà e una maggiore capacità di prevedere le conseguenze delle riforme. Le successive lamentele appaiono simili a lacrime sul latte versato.

Una parte dei problemi non deriva però dalle riforme, come l’opportunità di quotare in Borsa banche popolari, cioè governate secondo i principi del modello cooperativo. Le Borse sono pensate per società di capitale e sarebbe illogico, per esempio, pretendere la quotazione di una società di persone. Il problema avrebbe dovuto essere esaminato anche per le popolari, suggerendo soluzioni particolari per il tipo di società, come l’apertura di una sezione specifica con regole apposite, o la differenziazione delle azioni in classi differenziate. In questo senso, se l’interesse fosse la raccolta di capitali al di là della cerchia di soci “controllabili”, si sarebbero potute quotare solo azioni di risparmio – o limitarsi alla emissione di obbligazioni. La dimensione delle popolari quotate è senza dubbio adatta alla Borsa, ma forse ci si potrebbe chiedere se queste dimensioni siano adatte alla formula cooperativa. Lo slogan “la cooperativa siamo noi” rischia di essere solo pubblicitario quando la stragrande maggioranza dei soci sono solo investitori in vista di guadagni, dividendi o capitali che siano. Come normale per la Borsa, peraltro. Pretendere di giocare con le proprie regole in un mercato le cui regole sono diverse, può dimostrarsi pericoloso. Senza togliere nulla alle indubbie mancanze della riforma Renzi.

Anche la serie di leggi sulla riforma delle casse di risparmio, dalla legge Amato a quella Ciampi e le successive modifiche e variazioni, appaiono contraddistinte dall’assenza di visione strategica. La preoccupazione principale sembra quella di definire la natura e l’operatività delle Fondazioni bancarie, definite successivamente “mostri giuridici” dallo stesso Amato che le aveva inventate. La difficoltà del percorso risalta bene dalla scheda riassuntiva pubblicata dall’Acri, l’associazione che riunisce 88 Fondazioni. Ma ancora una volta, le Fondazioni non possono più che tanto presentarsi come parte lesa. Come al solito, questa parte toccherà ai risparmiatori italiani, chiamati a pagare i danni di quello che veniva da molti definito il “più sicuro sistema bancario del mondo”. 

Con queste premesse, suona veramente preoccupante la citazione che Luciano fa alla fine del suo articolo: entro il 2033 sopravvivranno 60 banche delle attuali novemila. C’è solo da sperare che si tratti di semplice pessimismo scaramantico. 

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