SPY FINANZA/ Il nuovo attacco della Francia all’Italia passa dalla Nigeria

Dalla Nigeria arrivano molti dei migranti che approdano in Italia. E sul Paese africano sembra aver puntato molto la Francia. MAURO BOTTARELLI ci spiega in che modo

29.07.2017 - Mauro Bottarelli
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Il caso della Navy Trenton (LaPresse)

Ennesimo giallo, ennesima potenziale polpetta avvelenata che la Francia ha messo sul cammino del nostro Paese alla vigilia del mese più pericoloso dell’anno. In agosto, infatti, si sa che le difese sono più basse, sia a livello politico che economico: ovviamente, sono certo che alla luce degli ultimi accadimenti palazzo Chigi avrà rafforzato i “cuscinetti” e la capacità di reazione alle emergenze, ma occorre prendere atto della portata dell’offensiva in corso. Dopo la sciarada della visita a palazzo Chigi dell’altro giorno, infatti, il leader libico al-Sarraj – con un comunicato ufficiale – ha reso noto che l’esecutivo che guida non ha mai richiesto al governo italiano il dispiegamento di suoi mezzi navali in acque territoriali libiche al fine di contrastare il fenomeno di scafisti. Un timing, quello della smentita, veramente da killer, visto che rimbalzava su tutte le agenzie proprio mentre il Consiglio dei ministri italiano stava per riunirsi e varare il pacchetto d’azione: «Quello che abbiamo approvato è né più, né meno, quanto richiesto dal governo libico», ha dichiarato dopo il varo del provvedimento un imbarazzato Gentiloni nel corso di una frettolosa conferenza stampa, oltretutto pressoché senza domande da parte dei giornalisti. 

Stavolta palazzo Chigi è davvero furente. E ne ha ben donde. Non solo per la figuraccia che quella smentita ha portato con sé, non fosse altro a livello di politica interna, ma anche perché, con colpevole ritardo, l’esecutivo si è reso conto di essere cascato nella trappola di cui vi parlavo ieri: andare in acque libiche significa solo isolarsi e assumere un profilo ostile verso la popolazione di quel Paese. Non a caso, nel comunicato il governo Sarraj pone l’accento sulla sovranità libica che verrebbe messa in discussione dalla presenza di navi italiane nelle loro acque territoriali. 

E adesso, cosa si fa? Temo che si arriverà a un imbarazzante passo indietro operativo, perché al primo incidente tra nostri vascelli e navi di migranti o Guardia costiera libica, la tensione potrebbe salire a livelli difficilmente gestibili. Tanto più che il doppio gioco francese sul tema è palese: prima Macron annuncia la creazione di hot-spot in Libia per l’identificazione dei migranti, poi nega e telefona a Gentiloni, dicendo che questo avverrà solo una volta che le condizioni interne della Libia si saranno stabilizzate. Comunque sia, quel falso annuncio ha tolto ogni possibile ostacolo di riflessione e portato all’accelerazione italiana sul dispiegamento della propria flotta: ora, ancora una volta, la patata bollente è in mano nostra. Oltretutto, con i francesi che giocano su due tavoli: quello libico, già visto, e quello dei cantieri Stx, nazionalizzati dalla Francia in spregio agli accordi presi la scorsa primavera da Hollande con Fincantieri (partecipata Cassa depositi e prestiti, quindi il Tesoro) e governo italiano. 

Martedì il ministro dell’Economia transalpino, Bruno Le Maire, è atteso a Roma per quella che pare una volontà di ripresa della trattativa, ma appare chiaro a tutti che il blitz dell’altro giorno è stato propedeutico a un dialogo che Parigi affronterà in condizioni di forza. Nel frattempo, il titolo Fincantieri continua a inabissarsi in Borsa. Insomma, è guerra. Ma fossi nel governo italiano, starei attento a un’altra dinamica di Borsa che sta emergendo e che ci mostrano questi due grafici: nel 2016, la Borsa nigeriana è stata la peggiore in termini di dollari al mondo, un vero disastro. Guardate invece l’andamento nel 2017, tutta un’altra storia. Ovviamente, per gli analisti esiste un motivo per questa inversione: il no del Paese africano al taglio delle produzione petrolifera chiesto dall’Opec tre settimane fa. 

Peccato che quest’altro grafico ci mostri come il rally della Borsa nigeriana prosegua sì da 16 giorni di fila, una stringa che non si vedeva dal 2001, ma anche che l’indice benchmark nigeriano sia salito del 50% da inizio marzo, il migliore come performance a livello globale. Di più, i traders stanno scommettendo che l’economia di quel Paese si riprenderà prima del previsto dalla recessione e che anche la scarsità di valuta estera terminerà grazie all’apertura di una nuova finestra di trading valutario per gli investitori internazionali. 

Ora, siamo sicuri che sia stata solo la decisione legata al petrolio a scatenare un rally simile? Oppure il fatto che, essendo tremendamente svalutate dal tonfo del 2016, le azioni nigeriane erano diventate appetibili? Ma per cosa, visto che la saturazione del mercato petrolifero prosegue e non apre prospettive di sviluppo a breve per il Paese africano, il quale non taglierà la produzione, ma continuerà a vendere il suo oro nero ai prezzi inflazionati di mercato, alle soglie del break-even? Non è che la prospettiva di crescita di quei titoli sia data da due dinamiche legate proprio all’allarme immigrazione? Mi spiego: il governo italiano ha negato per mesi e mesi che esistesse un’emergenza sul tema, salvo – un mese fa – ribaltare del tutto la sua impostazione, dopo che in un solo weekend arrivarono nei nostri porti 12mila migranti. Tanti, certo, ma sicuramente non abbastanza per una giravolta a 180 gradi rispetto all’atteggiamento di minimizzazione fino ad allora tenuta da palazzo Chigi e Viminale: stranamente, quasi in contemporanea con l’inizio del rally ininterrotto della Borsa nigeriana. 

Il perché è presto detto: se il Paese che ha accolto l’85% di chi si è messo in viaggio per l’Europa da inizio anno non solo riconosce l’emergenza, ma, proprio in ossequio a questa svolta, chiede ad alta voce e in sempre più consessi internazionali aiuti in loco, il famoso “aiutiamoli a casa loro ” di Matteo Renzi che è diventato mantra, allora quel Paese che l’anno scorso ha visto la Borsa schiantarsi, può diventare la gallina delle uova d’oro. Tanto più che, come dimostrato da moltissime testimonianze che arrivano proprio dalla Nigeria, il governo di quel Paese starebbe dando una bella ripulita a carceri e quartieri a rischio, invitando e spingendo i cittadini meno graditi a spostarsi in Europa, spesso incentivandoli. E, casualmente, alla faccia della retorica di chi “scappa dalla guerra”, quali sono le prime due nazionalità di migranti arrivati in Italia? Nigeria e Bangladesh. 

Insomma, c’è un nesso che muove un esodo biblico di maschi under-30 e con fisici non proprio piegati dalla fame alle prospettive di crescita di una nazione? No, dovrebbe essere il contrario: le mie aspettative di crescita dovrebbero basarsi proprio sulla forza lavoro, sulla capacità di intraprendere e investire. Se la gioventù in età da lavoro fugge sui barconi, cosa dovrebbe farmi scommettere sulla Nigeria e il suo sviluppo, certificato da scommesse finanziarie degne dell’Eldorado? Gli aiuti economici occidentali, ivi compresi nuovi contratti commerciali. Il governo nigeriano, insomma, sta prendendo due piccioni con una fava. Il tutto, segnando sul conto dell’Europa. 

La riprova? Potremmo averla a breve, perché ieri a Pechino si è tenuto il meeting degli advisors di sicurezza nazionale dei Brics, focalizzato ovviamente sul pericolo terroristico, ma anche sui flussi migratori. Essendo la Cina la vera potenza coloniale africana, potrebbe aver qualcosa da dire se si cercassero operazioni di destabilizzazione in un’area critica come quella di Delta del Niger, Niger e Nigeria. Una cosa è certa, esistono Paesi ben più poveri e martoriati della Nigeria in Africa, un esodo di giovani come quello che stiamo vedendo non ha una ratio reale e sostenibile, al netto della fiducia che il mercato sta garantendo proprio ora al Paese africano. Certo, poi ti imbatti in articoli come questo e scopri che non più tardi di fine giugno scorso il governo francese ha stanziato un miliardo di euro nel settore gas&oil nigeriano e allora qualche dubbio di do ut des sovviene: io ti garantisco una “ripulita”a galere e sobborghi, rifacendo il maquillage alla nazione e garantendo investimenti Ue e tu mi apri le porte al fruttuoso business energetico, fino a oggi monopolizzato da britannici e statunitensi. 

Complottismo? Certo, ciò che dico io è sempre complottismo. Lo era anche per la guerra libica del 2011 in nome degli interessi della Total. Siamo sotto scacco, avremmo bisogno di un governo. Invece abbiamo soltanto una sede diplomatica coloniale chiamata palazzo Chigi, dove non si seguono i movimenti finanziari, né quelli geopolitici legati alle commodities. E si vede, purtroppo. 

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