ALITALIA/ Il mistero della data room e i sospetti sui dati di bilancio

- Ugo Arrigo

È stata aperta la data room ai potenziali acquirenti di Alitalia. Troveranno però, si chiede UGO ARRIGO, i dati di bilancio che non sono stati resi noti agli italiani?

Alitalia_nastro_lapresse
Lapresse

Quando Alitalia era statale pubblicava i suoi dati economici con cadenza trimestrale e quelli di traffico su base mensile. Poi è divenuta privata e i suoi conti trimestrali si sono dapprima trasformati in semplici comunicati stampa e in seguito sono scomparsi, lasciando il compito di informare il pubblico tanto sui dati economici quanto su quelli di traffico al solo bilancio annuale. Poi con l’ultima crisi di Alitalia è scomparso anche il bilancio annuale e con esso tutte le necessarie informazioni sulle condizioni dell’azienda e sulle cause dell’accentuarsi della crisi in un anno eccezionalmente favorevole per tutte le altre compagnie aeree, tradizionali e non, europee e non. 

Al momento attuale sappiamo solo che Alitalia è incorsa tra la seconda metà del 2016 e la prima parte del 2017 in una grave crisi, che l’ha condotta alla dichiarazione d’insolvenza e al commissariamento, ma ne ignoriamo totalmente le cause. E quelle che abbiamo immaginato nei mesi scorsi, di tipo strettamente industriale, potrebbero essere clamorosamente errate. Ignorando anche loro le cause del dissesto e immaginando di non essere loro la causa, i lavoratori di Alitalia si sono giustamente rifiutati col famoso referendum di immolarsi come rimedio sull’altare sacrificale predisposto dai vecchi manager. 

La sintesi aggiornata del caso Alitalia è che brancoliamo tutti nel buio: dipendenti, sindacati, giornalisti, commentatori, esperti del settore e sicuramente anche i rappresentanti del governo. In Italia è fondamentale non sapere perché naturalmente se valutassimo e decidessimo bene informati potremmo ogni tanto prendere anche qualche decisione giusta e così facendo potremmo compromettere la linearità della nostra strada deliberata verso il declino, verso la povertà interna e l’irrilevanza internazionale, economica e politica. Il famoso detto di Einaudi “Conoscere per deliberare”, ovviamente declinabile anche in “Conoscere per valutare”, vale infatti solo se si vogliono prendere decisione corrette. Se invece si intendono prendere decisioni corrette ma solo per qualcuno ed errate per i più, la non conoscenza è un prerequisito fondamentale. 

Chi l’ha visto? Intendo il bilancio di Alitalia del 2016, il documento che avrebbe dovuto fornirci la fotografia esatta della crisi dell’azienda e delle sue cause. Per esso occorre scomodare una famosa frase del grande Winston Churchill: è un rebus avvolto in un mistero dentro un enigma. Gli ultimi dati ufficiali sull’azienda risalgono al bilancio del 2015, il primo anno della gestione Etihad, depositato ad aprile 2016. Poi più nulla per i diciotto mesi trascorsi da allora, salvo pochissimi numeri, tuttavia incoerenti coi dati storici, citati nella sentenza del Tribunale di Civitavecchia di cui abbiamo parlato in un precedente intervento. Ne stiamo parlando ancora perché, in questa totale assenza di dati, una domanda sorge spontanea: ma se non c’è neppure il bilancio 2016, quali dati potranno mai trovare i potenziali interessati ad Alitalia nella tanto citata “data room” che è stata appena aperta a beneficio di pochi fortunati? Ovviamente l’ironia emerge facile: qualcuno mi ha suggerito che l’alternativa è tra una stanza vuota piena di luce e una stanza buia piena di dati. Oppure una stanza piena di bilanci bellissimi, tutti in attivo: quella dell’archivio storico di Alitalia dedicata alla documentazione sugli anni ’60.

Al di là dell’ironia bisogna però dire che le informazioni di cui hanno bisogno i potenziali acquirenti sono esattamente le stesse di cui abbiamo parlato prima. Qual è la foto contabile e gestionale dell’azienda? Quali sono le cause vere del dissesto? Esse sono superabili in un tempo ragionevole attraverso una differente gestione? Se grazie alle informazioni che verranno messe a disposizione dai commissari la risposta sarà positiva per qualche potenziale interessato, essa potrà tradursi in un’offerta di acquisto. Altrimenti i potenziali interessati diverranno effettivi disinteressati e si daranno a una vera fuga, come già fece in tempi non sospetti la vecchia Klm che preferì sborsare oltre 200 miliardi di vecchie lire di penale pur di non prendersi un’Alitalia che peraltro a quei tempi era arrivata a capitalizzare in borsa sino a ottomila miliardi, più di quattro miliardi di euro…

Proviamo allora a riepilogare quanto (non) sappiamo su Alitalia:

1) Al momento attuale sui conti di Alitalia non sappiamo assolutamente nulla. 

2) In conseguenza non sappiamo nulla neppure sulle vere cause del dissesto, le sue esatte dimensioni e la sua eventuale rimediabilità.

3) Le informazioni che non conosciamo sono esattamente le stesse di cui hanno bisogno i potenziali interessati all’acquisto dell’azienda (con un dettaglio evidentemente molto maggiore).

4) Se queste informazioni non saranno date neppure a loro, essi si daranno quanto prima alla fuga, non essendo evidentemente disponibili ad acquistare al buio un’azienda notoriamente in dissesto.

5) Se invece saranno date ma non rese note, almeno in sintesi e per gli esercizi ormai chiusi, all’opinione pubblica, allora siamo autorizzati a pensare che non ce le abbiano date perché volevano evitare che potessimo valutarle. Non conoscere per non valutare, l’esatto contrario della regola di Einaudi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori