FINANZA & POLITICA/ Commissione-banche e processo-derivati: è già guerra di veleni elettorali

- Nicola Berti

La Commissione d’inchiesta sulle banche sarà risucchiata dalla campagna elettorale, ma anche il processo contabile sui derivati del Tesoro promette veleni. NICOLA BERTI

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Bce, Draghi (Foto: LaPresse)

La commissione parlamentare d’inchiesta sui dissesti bancari è partita sulla carta il 21 giugno, ma chissà se potrà mai approdare a qualche esito significativo. Più verosimile che, nei mesi finali della legislatura, venga risucchiata nella campagna elettorale. Con un copione prevedibile: la maggioranza Pd si muoverà in difesa attiva sul caso Etruria/Boschi, attenta a utilizzare la commissione come strumento di controllo delle ricadute politico-mediatico-giudiziarie dei crac bancari; e pronta ad alzare il volume del dibattito sulle Popolari venete nel caso in cui le polemiche pre-elettorali (anzitutto di radice M5s) dovessero puntare troppo direttamente sulle responsabilità del governo e sui coinvolgimenti dei membri del “giglio magico” di Matteo Renzi.

Certamente sarà interessante vedere il reale svolgimento di alcuni momenti già attesi come cruciali: ad esempio, la testimonianza dell’ex amministratorre delegato di UniCredit Federico Ghizzoni, citato da Ferruccio de Bortoli per presunte pressioni da parte del ministro Boschi per il salvataggio Etruria. Ma il silenzio già calato sul caso mediatico (mentre la Boschi non risulta aver avviato le azioni legati annunciate contro l’ex direttore del Corriere della Sera) la dice lunga su quanto la materia sia delicata: ancora di più dopo il riassetto d’emergenza delle Popolari venete presso Intesa Sanpaolo, dossier del massimo livello politico-diplomatico in Europa, fra voto tedesco e voto italiano.

È presto, tuttavia, per pronosticare una campagna elettorale “ordinata”: quanto meno al riparo da veleni. Altri segnali sono meno rassicuranti. Sarà pure stato un “atto dovuto”, di routine per la Corte dei Conti, l’apertura di un processo amministrativo sul controverso rimborso da 3,1 miliardi deciso dal governo italiano all’inizio del 2012 verso la Morgan Stanley. È vero che alla sbarra della Corte – nel giugno 2018 – sono chiamati solo alti dirigenti del Tesoro: Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli (entrambi divenuti poi ministri) e l’attuale Vincenzo La Via, oltre al direttore del debito pubblico in carica, Maria Cannata. I profili politici del caso non sono meno impegnativi di quelli economici.

L’operazione “incriminata” di danno erariale, anzitutto, è stata decisa durante il governo di Mario Monti (che inizialmente reggeva direttamente il Mef): all’indomani cioè dell’estate 2011, di fatto la svolta traumatica che tuttora condiziona la vita politico-economica italiana. Ma riesaminare nel merito le scelte di politica finanziaria italiana – in particolare sul terreno del debito – chiama in causa anzitutto il direttore generale del Tesoro che negli anni 90 la impostò: l’attuale presidente della Bce, Mario Draghi (citato non più tardi di ieri da Silvio Berlusconi come possibile premier di un “governissimo” italiano). Nei fatti il processo contabile sui derivati sul debito italiano – i cui rischi ammontano ancora a svariate decine di miliardi – può risultare molto più “velenoso” della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche: molto più politicamente sensibile allorché chiama in causa l’intera Seconda Repubblica e i suoi due leader-dioscuri, Berlusconi e Romano Prodi.

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