SPILLO/ I fallimenti che l’Ue tenta ancora di nascondere

- Paolo Annoni

Benoit Coeuré, membro del comitato esecutivo della Bce, ha rilasciato un’intervista in cui ha toccato sia l’euro che l’attuale costruzione europea. Il commento di PAOLO ANNONI

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LaPresse

Benoit Coeuré, uno dei sei membri del comitato esecutivo della Bce, ha rilasciato ieri una lunga intervista a “La Stampa” in cui ha toccato sia l’euro che l’attuale costruzione europea. L’incipit dell’intervista “Si può dire che l’area dell’euro sia rientrata in una fase di espansione economica. Finalmente c’è la ripresa. Si è diffusa in tutti i settori e a tutti i Paesi” sarebbe già discutibile perché la “ripresa” in molti Paesi europei, tra cui l’Italia, è sostanzialmente una fine di crisi che non si è ancora tradotta in alcun miglioramento sensibile del mercato del lavoro; la disoccupazione è inchiodata a livelli molto alti e a questi ritmi ci vorranno un paio di decenni per tornare alla situazione pre-crisi.

Benoit Coeuré non evita di affrontare la questione che sta al cuore dei problemi dell’attuale costruzione europea, e cioè l’assenza di qualsiasi meccanismo di redistribuzione interno a fronte di gravi differenze economiche all’interno della medesima area monetaria: “I redditi pro capite di ciascuno sono ancora molto divergenti. Questo è un problema per l’area dell’euro. Quando tutti gli Stati avranno fatto la loro parte, allora potranno rafforzare le proprie strutture comuni”. Ciò richiede “istituzioni più forti, ad esempio un ministero delle finanze dotato di un bilancio comune”.

Un’unione monetaria disegnata come l’Europa attuale potrebbe funzionare se tutti i Paesi avessero andamenti economici molto simili o se ci fosse uno stato centrale che si faccia carico di appianare le differenze. Gli Stati Uniti d’America “funzionano” perché i soldi dei contribuenti di Chicago finiscono, indirettamente, a finanziare i sussidi di disoccupazione dell’Alabama; se non fosse così l’Alabama si sarebbe svuotato da un paio di secoli oppure le differenze sarebbero così spinte da diventare insostenibili. L’Italia ha tenuto insieme Lombardia e Calabria per 60 anni per la stessa ragione. La ricetta di Benoit Coeurè è semplice: quando gli stati, da soli, avranno eliminato le differenze grazie a riforme e a politiche virtuose, allora si potrà aggiungere il pezzo mancante alla costruzione attuale.

Questa ricetta può, forse, funzionare in un mondo astratto, ma fallisce drammaticamente, e l’Europa attuale ne è l’esempio, perché assume un presupposto non dimostrato e perché non tiene conto dell’indipendenza e delle specificità dei singoli stati. L’assunto non dimostrato è che l’attuale costruzione europea sia neutrale per tutti gli stati, ma questo non è vero perché le grandi regole europee danno origine a grandissime eccezioni a discrezione dei partner più forti, perché la presa sulla burocrazia centrale è asimmetrica e genera comportamenti che privilegiano un certo modello o una certa industria e ne penalizzano altri e perché i Paesi si fanno la guerra facendo pesare la loro forza specifica.

Ammettiamo pure che l’attuale crisi migratoria italiana sia frutto della sua insipienza o persino della sua malafede, rimane il fatto che “l’Europa” oggi, nonostante le richieste italiane, non modifica una politica che chiude la rotta balcanica a suon di miliardi di tutti, ma lascia aperta quella mediterranea. Tralasciamo l’origine della crisi migratoria italiana, cioè i bombardamenti in Libia fatti dai nostri amici francesi.

La ricetta di Coeurè fallisce poi di fronte all’indipendenza dei singoli stati e alla loro specificità. L’industria greca non sarà mai come quella tedesca e quella portoghese non sarà mai come quella francese; in questo caso abbiamo due aree che non possono avere la stessa forza economica in un orizzonte temporale di diverse generazioni. Nel frattempo rimangono imbrigliate in una struttura che inevitabilmente lavora per la maggioranza economica con le stesse politiche monetarie, gli stessi dazi, la stessa valuta e un’impossibilità a fare qualsiasi politica industriale sia per i limiti alla spesa sia per le regole del mercato comune. La Germania giustamente vuole alzare le barriere con la Cina, mentre alla Grecia servirebbe alzare barriere verso l’Europa. Rimane poi la questione di cosa succede se, semplicemente, un certo Paese non vuole o non è in grado di fare le riforme necessarie, sempre ammesso che sia possibile, per stare nel club.

È la risposta finale di Coeurè che svela il fallimento. Alla domanda su quali siano i motori possibili per la crescita in Grecia Coeurè dice che: “È la questione che ora deve affrontare il governo greco”. Ma questa è un’assurdità. La Grecia non potrà mai tirarsi fuori dal buco in cui è finita senza qualcuno che metta i soldi che oggi non ha e non può avere. L’economia greca è una economia postbellica che necessita di un piano Marshall che l’Europa tedesco-francese non ha nessuna intenzione di finanziare. Il fatto che la Grecia sia finita in questo buco per colpa sua non sposta il problema, perché anche l’Italia e la Germania sono finite nel buco post Seconda guerra mondiale per colpa loro eppure hanno trovato un piano Marshall. Più l’Europa va avanti, più le differenze tra Grecia e Germania aumenteranno, più l’appartenenza a un organismo comune si rileverà devastante per il Paese debole che non ha a disposizione nessuna via d’uscita perché la politica economica europea sarà disegnata sulle esigenze dei partner più forti.

La perdita di democrazia sostanziale è la naturale conseguenza. Ma allora molto meglio la Cina “nazista”, che però passa il pane quotidiano, che l’Europa che toglie sia il pane che la democrazia. 

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