SPY FINANZA/ La grande illusione dietro le minacce di Terza guerra mondiale

- Mauro Bottarelli

Sembra esserci paura sui mercati, nonostante dati positivi dell’economia. Timori dello scoppio di una guerra? Per MAURO BOTTARELLI c’è dell’altro dietro l’alto stress finanziario

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(LaPresse)

I MERCATI E LA TERZA GUERRA MONDIALE. Formalmente, ci sarebbe stato da festeggiare. Ieri mattina dal Giappone è arrivata la notizia che, su base annua, il Pil è cresciuto del 4% nel secondo trimestre 2017, ben più del 2,5% delle attese degli analisti e molto più dell’1,3%, già rivisto al rialzo, del primo trimestre. L’Abenomics finalmente funziona, dopo anni di acquisti senza un limite e senza una fine? Non proprio. Perché sapete cos’ha guidato quella crescita? Un sostenuto +9,9% negli investimenti privati non residenziali, ma, soprattutto, un fantasmagorico +21,9% su base annua degli investimenti pubblici. In parole povere, gli effetti del pacchetto di stimolo dello scorso anno stanno cominciando a emergere, un po’ come hanno fatto i dati della decontribuzione di Renzi. E il mercato? L’economia dell’intrapresa privata? Morta e sepolta. È tutto Stato, laggiù! Gli acquisti per fissare i tassi ed evitare i default e anche gli investimenti per stimolare la crescita: lo chiamano Giappone, ma è l’Unione Sovietica, nei fatti. 

E la Cina, la dinamo della ripresa globale? Ce lo mostrano questi due grafici, freschi freschi di ieri: tutti i dati macro di luglio sono al minimo dal 2016. Parliamo di vendite al dettaglio, produzione industriale e investimenti fissi in assets: tutto al ribasso, tutto ben al di sotto delle attese. Non un plissé. D’altronde, il mercato oggi è questo: lo yen saliva sulle attese della guerra e ieri è calato sul miglior dato del Pil da mesi. Ci sono però cose da cui guardarsi. Ad esempio il Vix, l’indice della volatilità, anche detto “della paura”. Negli ultimi giorni sta salendo del 30%, portandosi sui massimi di quasi tre mesi fa. Per quanto resti sotto i 20 punti, corrispondenti alle media storica, ha raggiunto a un certo punto i 15,36 punti, avvicinandosi a un livello che non si vede dal 17 maggio scorso quando fu raggiunta quota 15,59. In quel giorno, il balzo giornaliero fu del 46%. Solo il 21 luglio scorso si era portato solo a 9,36 punti. 

C’è paura che gli indici azionari non riflettono? Sì e ce lo conferma quest’altro grafico, il più importante di tutti: il livello di stress finanziario sta salendo verso livelli che in passato hanno sempre coinciso con eventi traumatici. Sarà la guerra, questa volta, a trovare una giustificazione a questa crescita verso un nuovo picco? Certamente, non in Corea. Quella è soltanto dissimulazione e cortina fumogena, come vi dico da sempre. «L’opzione militare contro la Corea del Nord resta sul tavolo, ma solo se falliscono le sanzioni economiche e gli sforzi diplomatici», ha infatti precisato ieri il capo dello stato maggiore congiunto Usa, il generale dei marines Joseph Dunford, durante un incontro a Seul con il presidente sudcoreano, stando a quanto riferito dall’ufficio del presidente. Durante l’incontro con Moon, durato 50 minuti, Dunford ha assicurato che l’esercito Usa «continuerà a sostenere lo sforzo degli altri Paesi per risolvere la questione attraverso la strada diplomatica e le misure economiche». 

E il Venezuela? «Il presidente Trump è convinto che, lavorando insieme ai nostri alleati in America Latina, saremo in grado di ottenere una soluzione pacifica per la crisi sofferta dal popolo venezuelano». Lo ha detto il vicepresidente americano, Mike Pence a Cartagena, dove ha incontrato il presidente colombiano, Juan Manuel Santos. Lo stesso Santos ha sottolineato che «la possibilità di un intervento militare non deve essere contemplata, perché né la Colombia, né l’America Latina, dal sud del Rio Grande alla Patagonia, lo appoggerebbe». E infatti anche i governi di Perù, Cile e Messico, nonché i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) si sono tutti dichiarati contrari all’opzione militare evocata da Trump, malgrado abbiano denunciato una rottura dell’ordine democratico a Caracas e dichiarato che considerano illegittima l’Assemblea Costituente promossa da Nicolas Maduro. Anche il Tavolo dell’Unità Democratica (Mud, nella sua sigla in spagnolo), la coalizione dell’opposizione venezuelana, ha diffuso una dichiarazione nella quale «respinge l’uso della forza, o la minaccia dell’uso della forza, da parte di qualsiasi Paese in Venezuela». 

E cosa potrebbe portare a una sorta di riavvicinamento con Mosca, dopo l’escalation del Russiagate e la reazione russa con l’espulsione di centinaia di diplomatici? Non ci crederete mai: ieri l’assist per Trump al fine di mettere in fuorigioco la russofobia del Congresso è arrivato nientemeno che dal New York Times, ovvero il giornale portabandiera delle accuse verso la Casa Bianca di collaborazionismo con il Cremlino. In un reportage esclusivo, infatti, si rendeva noto che a luglio a fornire a PyongYang la componentistica necessaria per il miglioramento dei missili balistici (nella fattispecie, turbine) sarebbe stata proprio quell’Ucraina nemica giurata di Mosca e primo alleato Usa contro la Russia. Talmente alleato da essere in vita solo grazie ai prestiti di Usa e Fmi. Ma guarda un po’. Una pista lanciata solo per smuovere la carta dell’Est, ovvero far saltare fuori Kiev per arrivare a Mosca? Ne dubito. Qui siamo alla cortina fumogena allo stato puro, roba da professionisti. 

Allora cosa spinge il Vix al rialzo e l’indice di stress finanziario verso picchi da allarme rosso, stando ai precedenti, se ogni allarme pare cautamente rientrare? Forse le probabili sanzioni Usa contro le violazioni della proprietà intellettuale perpetrate dalla Cina? No. La natura stessa del sistema. 

(1- continua)

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