FINANZA E POLITICA/ Calenda, il non-renziano ancora lontano dalla poltrona di Premier

- Sergio Luciano

Carlo Calenda ha partecipato ieri al Meeting di Rimini, dove ha parlato alla platea dando dei messaggi chiari e non in linea con il renzismo, dice SERGIO LUCIANO

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Carlo Calenda, ministro dello sviluppo economico - LaPresse

C’era molta attesa, forse troppa, sull’intervento che Carlo Calenda avrebbe fatto ieri al Meeting di Rimini: troppa nel senso che non c’erano – o non erano così forti – i presupposti per attendersi da lui un discorso programmatico che andasse oltre le già tante competenze e responsabilità proprie di un (bravo) ministro dello Sviluppo economico. E infatti Calenda in questo senso ha – insieme – deluso chi si aspettava fuochi artificiali e premiato le attese di chi invece voleva semplicemente capire cos’ha in serbo il governo per la legge di Bilancio 2018 sul fronte degli incentivi alla crescita. Salvo in due punto nodali del suo discorso: sulla crisi e sui corpi intermedi.

Sulla crisi: “Non l’abbiamo superata, la supereremo quando avremo recuperato i punti di Pil persi e i posti di lavoro persi”, ha avvertito, il che non è un parlare da ministro. E infatti: “Facendo il ministro, avrei tutto l’interesse a dire che abbiamo la crisi alle spalle, invece abbiamo ancora sei punti di Pil da recuperare rispetto al pre-crisi e 300-400mila posto di lavoro”. Dircelo con chiarezza, ha sottolineato, significa che fin quando questo recupero non sarà compiuto, “dobbiamo sentirci in stato di emergenza, altrimenti il rischio è di abbassare la guardia e iniziamo a parlare di mance elettorali”. Tra le quali Calenda ha citato il “reddito di cittadinanza”, caro allo story-telling renziano a oggi ancora ufficioso…

Più politica l’altra battuta sui “corpi intermedi”. Secondo Calenda – e l’ha detto dal palco di Rimini “forte e chiaro” – il rapporto con i “corpi intermedi” è cruciale per permettere uno sviluppo più forte. L’aveva già detto, in realtà, il 19 giugno parlando all’assemblea della Confesercenti: “Non ho mai pensato per un secondo che questo Paese possa essere governato senza corpi intermedi”, ma l’ha ripetuto meglio ieri allineandosi millimetricamente con la stessa posizione espressa da Gentiloni domenica, nel suo discorso inaugurale sempre qui al Meeting di Rimini.

Se si riascolta quel che ha detto Matteo Renzi all’ultima Leopolda si ha la plastica chiarezza di quel che significa questa scelta apparentemente astrusa e certo incomprensibile ai non addetti ai lavori della politica: “Io non voglio prendermela con i corpi intermedi, ma la disintermediazione dei corpi intermedi avviene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo”, aveva gridato il Rottamatore. Elegantemente traducendo così la sua filosofia dell’”uomo solo al comando” che non perde tempo a parlare con i rappresentanti del popolo, preferendo il rapporto diretto col popolo… Com’è andata a finire, s’è visto il 4 dicembre e poi alle comunali.

Dunque Calenda si conferma un non-renziano – ovvio -, ma non studia ancora da premier. Né studia da leader politico “in proprio”. “Forza Europa” non è un contenitore politico, semmai un incubatore di idee. La lunga militanza montezemoliana – unica pecca, per certi versi, in una bella carriera manageriale, ma tant’è: la Ferrari vale anche una coabitazione eterogenea – gli ha probabilmente fatto capire che un manager non si ricicla come leader politico come se niente fosse: il flop di Italia Futura docet. L’eccezione di Berlusconi conferma la regola: e il Cavaliere non era un manager, ma un imprenditore in proprio, ricchissimo; e che imprenditore, pur con tutti i limiti poi rivelati in politica.

Dunque Calenda è rimasto “nel suo”. Che però è un “signor” rimanere. Ha spiegato che farà di tutto per aumentare gli incentivi del piano Industria 4.0, “anche se sulle cifre non ci sono certezze: ne discuteremo con il ministro Padoan”. Si è giustamente complimentato con se stesso, quando ha detto: “Certo è che gli incentivi funzionano, che le imprese li usano, soprattutto perchè sono facili e l’impresa ha la facoltà di definire su quale tecnologia puntare. Riteniamo con il ministro Padoan e il premier Gentiloni che questo sia un percorso da rafforzare ulteriormente. Vedremo quali saranno i numeri”. E poi la chicca: “Stiamo ragionando sul fatto di istituire un credito di imposta potente sulla formazione, per le persone che lavorano, ma che devono formarsi proprio perché arriva una rivoluzione digitale che cambia profondamente le mansioni all’interno delle aziende: questo è il modo attraverso il quale noi pensiamo si possano eliminare o comunque attenuare gli effetti negativi di una rivoluzione che invece ha molti contenuti positivi”.

Il resto è cronaca ordinaria: fair-play sull’ipotesi della vendita della Fca ai cinesi (“L’azienda ha smentito”); grande prudenza su Alitalia (“per me la priorità in questo caso è non far tirare fuori più soldi ai cittadini”); severità istituzionale su Tim (Telecom): “Telecom avrebbe dovuto notificare il suo controllo e coordinamento”. Così parla un professionista del governo.

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