SPY FINANZA/ Italia, la mazzata pronta dopo il voto

Nella prossima legislatura ci sono più di 1.000 miliardi di titoli di stato italiani che andranno a scadenza. Per chi sarà al Governo una bella grana, dice MAURO BOTTARELLI

03.08.2017 - Mauro Bottarelli
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Sicuri che i partiti, tutti, siano così impazienti e ansiosi di andare al voto? Ma, soprattutto, di andare al governo, ovvero a gestire – tra l’altro – i nostri conti pubblici? Viene da chiederselo dopo aver letto l’ultimo report di Unimpresa sui titoli di Stato italiani: considerando i circa 100 miliardi annui di Bot emessi e rinnovati, l’ammontare complessivo di debito da rifinanziare nella prossima legislatura è ampiamente superiore a 1.000 miliardi. Già, avete letto bene. E allora uno comincia a pensare male. Non è che l’accordo sui migranti con l’Europa, quello denunciato da Emma Bonino e Mario Mauro, fosse un ex post, più che un do ut des immediato per ottenere la flessibilità necessaria a 80 euro e decontribuzione? E non è che il continuo richiamo di Mario Draghi a un Qe che, in caso di necessità, andrà avanti anche oltre il termine prestabilito sia un monito ai mercati e a qualche partner in vena di scherzi stile 2011? 

Le cifre, messe in fila, fanno paura. Il debito pubblico da rinnovare nella prossima legislatura ammonta complessivamente a 900 miliardi di euro: tra gennaio 2018 e la fine del 2022, arrivano a scadenza, nel dettaglio, 47 miliardi di Bot, 734 miliardi di Btp, 85 miliardi di Cct e 32 miliardi di Ctz. Il totale dei titoli di Stato attualmente in circolazione è di 1.879 miliardi: 163 miliardi scadono entro la fine del 2017, 236 miliardi entro il prossimo anno, 187 miliardi nel 2019, 162 miliardi nel 2020, 162 miliardi nel 2021, 152 miliardi nel 2022, 141 miliardi nel 2023, 128 miliardi nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 miliardi nel 2026, 48 miliardi nel 2027; altri 355 miliardi, poi, arrivano a fine corsa tra il 2028 e il 2067. 

«In attesa dei tanti numeri che ascolteremo dai leader politici nella prossima campagna elettorale, mettiamo a disposizione dell’opinione pubblica un dato che, a nostro giudizio, è sottovalutato e invece è centrale: il peso del debito pubblico, che supera quota 2mila miliardi, ci sta schiacciando, e le scadenze dei titoli di Stato sono il cappio al collo del nostro Paese con il quale gli investitori, le case d’affari internazionali e le banche italiane ci tengono sotto schiaffo», ha commentato il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. Come mai questa notizia, a mio avviso degna dell’apertura di tg e quotidiani, è stata nascosta come nemmeno un cane fa con l’osso tanto agognato? Paura di una reazione della gente? Perché una cosa è sentire una volta al mese che la ratio debito/Pil è salita ancora, che ognuno di noi ha oltre 30mila euro di debito sul groppone – neonati inclusi -, che comunque la prossima finanziaria promette un piano di abbattimento netto: un’altra è vedere le cifre in fila e, soprattutto, le loro scadenze. 

Stando all’analisi dell’associazione, che ha incrociato dati della Banca d’Italia e del ministero dell’Economia, il totale complessivo dei titoli di Stato in circolazione è pari a 1.879,6 miliardi. Nel dettaglio, i sottoscrittori di debito italiano hanno “in mano” 115,9 miliardi di Bot, 1.581,4 miliardi di Btp, 137,4 miliardi di Cct e 44,8 miliardi di Ctz. Entro il 2017, scadono 163,6 miliardi di titoli: 68,8 miliardi di Bot, 69,4 miliardi di Btp, 12,9 miliardi di Cct e 12,3 miliardi di Ctz. Nel 2018 va rinnovato debito per 236,4 miliardi: 47,1 miliardi di Bot, 137,1 miliardi di Btp, 25,7 miliardi di Cct e 26,4 miliardi di Ctz. Nel 2019 scadono titoli per 187,01 miliardi: 168,2 miliardi di Btp, 12,6 miliardi di Cct e 6,05 miliardi di Ctz. Le emissioni da rimborsare nel 2020, invece, valgono 162,01 miliardi: 146,6 miliardi di Bot e 15,3 miliardi di Cct, mentre nel 2021 arrivano a scadenza solo Btp per 162,6 miliardi. 

Nel triennio 2022-2024 arrivano a fine corsa Btp e Cct: in totale, 152,08 miliardi nel 2022 (120,08 miliardi di Btp e 32 miliardi di Cct); 141,8 miliardi nel 2023 (126,4 miliardi di Btp e 15,4 miliardi di Cct); 128,6 miliardi nel 2024 (105,4 miliardi di Btp e 23,2 miliardi di Cct). Nei tre anni successivi scadono solo Btp: 62,3 miliardi nel 2025, 79,5 miliardi nel 2026, 48,1 miliardi nel 2027. Nel periodo 2028-2067 vanno rimborsati 355,3 miliardi di Btp. La prossima legislatura comincerà tra febbraio e marzo del 2018 per terminare, salvo interruzioni anticipate, entro la primavera del 2023: e sarà devastante per il Tesoro, inutile sperare in miracoli. 

A quale prezzo e a quali condizioni potremo fare i conti con quelle scadenze, al netto di un mercato che ci tiene letteralmente per il collo? Perché se è un dato di fatto che nessuno può permettersi uno showdown in stile greco per il debito italiano – noi ci schiantiamo ma saremmo in ottima compagnia -, è altrettanto vero che un’Italia che non può permettersi di dire nemmeno “bah” farebbe molto comodo, visto che si va a trattare il budget europeo e ultimamente abbiamo alzato un po’ troppo la cresta con le minacce di veto legate alla questione migranti. Inoltre, sia il budget che la parte iniziale di scadenza di quella montagna di debito, si paleseranno in pieno cambio della guardia alla guida della Bce, ovvero quando Mario Draghi verrà a fare il curatore fallimentare di ciò che resta dell’Italia, dopo l’inutile voto dell’anno prossimo, strumentalmente reso foriero di ingovernabilità con la manfrina sulla legge elettorale, proprio perché tutti sanno che l’uomo della Provvidenza arriverà l’anno dopo, accolto da un governissimo di salute pubblica che piace a tutti, da Renzi a Berlusconi a Grillo, il quale sa che una cosa è fare opposizione urlando, un’altra gestire quel bastimento di guai. Non riescono a raccogliere l’immondizia e far circolare gli autobus a Roma, figuratevi a rinnovare 1000 miliardi di debito pubblico. 

È tutto scritto? Una gran parte del copione sì e non è certo un mistero. Resta da capire in quali condizioni arriverà l’Europa al famoso cambio della guardia, ovvero all’approdo di Jens Weidmann dalla Bundesbank alla Bce per gestire la fine dell’euro, ovvero la sua divisione in due macro-aree valutarie. E ancora una volta è la forza attuale della moneta unica a darci degli indizi. In primis, per la notizia fatta circolare dalla Reuters rispetto alla proposta della presidenza estone dell’Ue di arrivare a un meccanismo di congelamento dei conti correnti (da un minimo di 5 a un massimo di 20 giorni) per le banche dell’eurozona che segnalino criticità: non sarà stato un sasso gettato nello stagno dei troppi inflows di capitali verso l’eurozona che stanno spingendo in alto l’euro? Al netto di un’America sempre più confusa politicamente e in crisi economicamente – vedasi gli ultimi conti di Ford e GM -, i dollari degli investimenti si spostano freneticamente verso l’eurozona, benedetta dai dati macro che parlano di ripresa sostenuta e sostenibile e dalla sconfitta dei populismo sancita dall’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, tanto europeista da far esordire la sua politica economica con una bella nazionalizzazione. 

Siamo al terrorismo da agenzia stampa? Se così fosse, vorrebbe dire che siamo messi davvero male. E sembra confermarcelo questo grafico, elaborato da Bloomberg e che ci dice che il dollaro ai minimi da due anni ha innescato una dinamica rialzista dei traders verso l’euro, tale da portare a una crescente domande di opzioni call sulla moneta unica: il problema, come fa notare Credit Suisse, è che il rafforzamento dell’euro è tale – anche in prospettiva – da aver spinto a una revisioni degli utili nell’eurozona che è terminata addirittura in territorio negativo. E se l’altra notte i movimenti rialzisti hanno addirittura fatto saltare alcuni stop-loss, portando immediatamente l’euro a 1,1870 sul dollaro, ecco cosa pensa Alex Driden, strategist a JP Morgan Asset Management: «La Bce sarà l’osservato speciale fino alla fine dell’anno. Noi pensiamo che uscirà dall’intervento diretto sul mercato in 9-12 mesi ma c’è una grossa domanda che incombe al riguardo: potrebbero infatti essere anche solo 6 mesi». 

In quel caso, cosa accadrebbe? Al nostro debito in scadenza, ad esempio? Al finanziamento delle aziende europee, che perderebbero l’acquisto onnivoro e di ogni istanza della Bce di debito corporate? Alla tenuta dell’euro, il quale a fronte di una dinamica di rafforzamento già in essere, rischierebbe di volare sulla Luna alla prima voce credibile di tapering? Come mai giornali e tg parlano poco di queste cose? Forse perché fanno paura. Ed è giusto che sia così. 

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