ATAC/ Il “sogno di mezza estate” per evitare un altro disastro

- Marco Ponti

Atac versa in una situazione molto difficile e il rischio, dice MARCO PONTI, è che si usino ancora soldi pubblici senza risolvere i veri problemi dell’azienda di trasporti romana

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L'Atac è la municipalizzata dei trasporti del Comune di Roma (LaPresse)

Atac come Alitalia. Le analogie tra i due casi sono molte: si tratta di due imprese sostanzialmente pubbliche, entrambe sono fallite più volte, e sono sempre state salvate con soldi pubblici, Atac addirittura “in continuazione”, cioè con fantastici sussidi annuali. Tutto ciò, adducendo motivazioni vagamente nazionalistiche, “la compagnia di bandiera è l’immagine dell’Italia”, “i trasporti pubblici sono l’immagine della Capitale” e simili. Che immagine pubblica possano suggerire imprese mal gestite, e non in grado di fornire servizi adeguati, non è difficile immaginare. L’impossibilità di lasciarle fallire è legata alla ferrea volontà politica di tenerci dentro le mani, ovviamente a spese dei contribuenti. Motivazioni sociali di tutela dei dipendenti appaiono inverosimili, dato il grado di protezione di cui questi godono (molto diverse da quelle dei lavoratori privati, come molto diverse sono le loro retribuzioni…).

Perpetuare la “cura dei soldi pubblici” in realtà significa perpetuare la malattia. Infatti, è la certezza che “lo Stato pagherà, non possono farci fallire” che ha deresponsabilizzato tutti gli attori: management, fornitori, lavoratori. In particolare per Atac i conti sono peggio dei già tragici numeri che circolano: infatti il debito accumulato di 1 miliardo e 300 milioni si somma a sussidi annui, come si è detto, di quasi mezzo miliardo di euro, un valore altissimo rispetto a qualsiasi impresa analoga europea. Le cause sono gli alti costi di produzione, legati oltre ai salari, alla bassa produttività, alle basse tariffe, e alla gagliarda evasione da parte degli utenti. Ma ci sono anche sia le mancate manutenzioni che i mancati rinnovi del parco rotabile. Se non si interviene con un ulteriore fiume di soldi, tra un po’ non circola più nulla.

Un episodio fantastico è il fiero rifiuto a priori espresso dalla sindaca Raggi di ogni ipotesi di salvataggio da parte delle Ferrovie dello Stato, con il motto “privatizzare mai!”, ignorando forse che le ferrovie italiane sono al 100% pubbliche, e pesantemente sussidiate. Comunque tutti uniti, vecchi e nuovi padroni di Atac: va salvata per non perder voti, e qualcuno pagherà. L’ipotesi dell’autoconvincimento che “basti l’onestà” per risanare un simile disastro appare in questo caso talmente ingenua da essere non del tutto credibile, o, anche peggio, frutto dell’incapacità di leggere un bilancio.

Soluzioni? Ovvie, rispettare le leggi esistenti. La prima è quella di “portare i libri in tribunale”, in forme tali che per un periodo transitorio Atac continui a operare commissariata. Nel frattempo attrezzarsi da subito a fare una gara vera (obbligatoria per legge tra un anno), facendosi aiutare dall’Autorità preposta (Art). In passato in Italia son state fatte solo gare finte, in cui ha sempre vinto l’incumbent, cioè quello che c’era prima, tra lacrime di coccodrillo che “nulla è cambiato, occorrono più soldi pubblici”, ecc. I radicali hanno raccolto un sacco di firme sulla necessità di una gara, dando un’importante testimonianza di coscienza civica. Anche il ministro Calenda ha firmato, mentre il Pd appare esitante…

Ma la gara deve evitare che la storia si ripeta, cioè che il Comune sia “sotto ricatto” in caso di scioperi o disfunzioni, con un vincitore di nuovo “too big to fail”, in grado sia di paralizzare la città che di gestire indirettamente troppo voti. Per far questo basta copiare quanto fatto all’estero: fare lotti di gara ragionevolmente piccoli, e con vincoli che un solo soggetto non possa vincerne più di un certo numero. Così se si comporterà male, potrà essere facilmente sostituito. Il potere reale deve rimanere nelle mani del Comune.

E la vera vergogna di tutta questa storia è ritenere, ipocritamente, che mettere in gara un servizio pubblico sia antisociale: è vero il contrario. La socialità viene decisa dal Comune nel bando di gara: frequenze, fermate, tariffe, pulizia, ecc.. La gara determina solo quale impresa chiede meno soldi pubblici per fare quanto richiesto per la durata del periodo (5-7 anni di solito) previsto dal bando. Poi nuova gara. Se si risparmiano soldi rispetto ai terrificanti costi pubblici presenti, si potranno offrire più servizi sociali, non meno. Niente a che vedere con una vera liberalizzazione all’inglese.

Questo, un sogno estivo. In realtà interverrà ancora lo Stato, con i nostri soldi, a salvare Atac, magari attraverso le “privatissime” ferrovie, cui sarà fatta vincere la gara, confezionata su misura.

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