MULTE POS/ La battaglia inutile sui pagamenti con bancomat o carta di credito

- Sergio Luciano

Il Governo introduce sanzioni contro chi non si fa pagare con il Pos, ovvero bancomat o carta di credito. Confesercenti e Confcommercio protestano. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Ha ragione il governo, a voler introdurre sanzioni contro gli esercenti che, non adottando il Pos (point of sales, alias gli apparecchietti che servono per accettare carte di credito o bancomat), non possono appunto farsi pagare se non in contanti? O al contrario hanno ragione la Confcommercio e la Confesercenti che protestano strepitando contro l’ipotesi delle sanzioni e affermando che se i commercianti italiani non adottano il Pos è solo per colpa del fatto che le commissioni imposte da banche e società di carte di credito sono troppo care? Tranquilli: hanno torto tutti quanti.

È vero che i pagamenti elettronici in Italia sono cresciuti del 12% nell’ultimo anno e del 58% dal 2011. È vero anche che in Italia il numero dei Pos istallati è di più di 2 milioni, rispetto a 1,5 milioni in Francia e a 1,2 milioni in Germania, con un incremento di circa il 60% negli ultimi cinque anni. Inoltre – altra verità – nel nostro Paese le transazioni effettuate complessivamente annualmente con carte di credito, di debito e prepagate sono passate da circa 1 miliardo e 700 mila del 2011 a oltre 3 miliardi del 2016, con un incremento di quasi l’80%.

Dunque, il “gap” con l’estero si sta chiudendo? Neanche per idea. Secondo i dati riclassificati dall’Apsp (Associazione prestatori servizi di pagamento) presieduta da Maurizio Pimpinella, in Italia il contante circolante è cresciuto del 6,9% nel periodo 2014-2015, raggiungendo un valore pari all’11,2% del Pil. Più cash vuole dire anche più spesa di gestione: monete e banconote hanno infatti costi diretti rilevanti, pari a circa 10 miliardi l’anno, a cui si aggiungono quelli occulti della mancata modernizzazione del Paese. E come si fa a dire che l’uso dei Pos e delle carte di credito sta aumentando se poi aumenta tanto la circolazione del contante.

E quindi? Quindi, come sempre, il nostro Paese rifugge dall’ambito di applicabilità di quelle magnifiche semplificazioni favolistiche che sono quasi sempre le grandi statistiche. Per cui da una parte siamo all’avanguardia, dall’altra arretratissimi: così è se vi pare, ma anche se non vi pare.

Ma perché avrebbe torto il governo a introdurre le sanzioni contro i mohicani del no-pos? Perché il Pos è superato, è il passato, è preistoria. Oggi Apple Pay piuttosto che Jiffy, Satispay come Alipay, non usano più alcun Pos per far dialogare gli smartphone – pardon: le loro App scaricate sugli smartphone – tra loro e con i conti correnti di compratori e venditori. Basta, appunto, condividere una App e il gioco è fatto.

E a ben pensarci nel momento in cui un colosso informatico creato dalle banche italiane come la Sia (Società interbanca per l’automazione) crea un sistema come Jiffy, ormai adottato da una settantina di banche, che collega il nostro iban, cioè il codice che identifica il conto corrente, con il nostro numero di cellulare, per cui digitando il numero di un altro collegato al sistema io riesco a eseguire un pagamento in tempo reale e con commissioni irrisorie stando magari all’altro capo del mondo… cosa resta a difendere le vecchie “riserve bancarie”?

Dunque ricordarsi, anzi meglio ancora: accorgersi dei Pos e della loro – vera o presunta – insufficienza in Italia per imporli minacciando multe è un’operazione passatista. Come multare i proprietari dei cavalli che… fanno i loro bisogni per strada. Sono problemi di tanti anni fa. La tecnologia galoppa di molte lunghezze avanti alle ratifiche legislative.

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