CAOS SPESOMETRO/ Il disastro del Fisco che va oltre il sito in tilt

- Sergio Luciano

È scoppiata una querelle sullo spesometro, visto che la piattaforma informatica da utilizzare è andata in tilt. Il caso apre una riflessione sul Fisco nel suo complesso. SERGIO LUCIANO

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Lapresse

Il fisco italiano è sempre stato come un pendolo, ha sempre oscillato tra misure, e strumenti, di rilevazione puntuale dei redditi e misure e strumenti di stima approssimativa degli stessi. La querelle dello spesometro, scoppiata ieri e ancora in atto, è una tipica riprova di questa legge. Che affonda le sue origini nella notte dei tempi. Dunque di che si tratta?

Prima di (provare a) spiegarci partiamo dalla fine. Gli adempimenti prescritti da questo spesometro entro la scadenza del 28 settembre sono stati spostati al 5 ottobre perché la piattaforma informatica del ministero dell’Economia su cui “gira” il sistema è andata in tilt. I commercialisti sostengono che la proroga debba essere spostata almeno al 15 ottobre, si vedrà se la loro richiesta sarà accolta. Intanto, c’è chi grida all’hackeraggio e, comunque, alla privacy violata.

Tornando al “cos’è lo spesometro”, va subito detto che – qualunque cosa esso sia – non funziona. Già, perché pretende di essere uno strumento di analisi di dati facoltativi – le fatture: se le fai, è segno che non vuoi evadere, se non le fai non dici di aver intascato in nero! – da cui desumere elementi per valutare la congruità fra un reddito dichiarato e il relativo tenore di vita. Pretende senza riuscirci perché basterebbe l’uso accorto della banca dei conti correnti bancari per fotografare come un selfie per l’Agenzia delle Entrate l’intera vita economica di ciascuno di noi. Ma queste cose non basta che appaiano fattibili, quando non “già fatte”, ai supertecnici: occorre che entrino nell’uso pratico quotidiano della gente. Il che di rado accade. Perché la gente non percepisce alcun pericolo nel fatto di infischiarsene. Mancando, come manca, il controllo fiscale del territorio…

Insomma, lo spesometro è uno strumento in mano all’Agenzia delle Entrate al fine di rilevare alcune informazioni utili per migliorare l’efficacia delle azioni di contrasto all’evasione fiscale, soprattutto in ambito Iva. Lo spesometro prevede infatti che i soggetti passivi Iva (noi consumatori) comunichino periodicamente all’Agenzia delle Entrate una serie di dati relativi a transazioni di acquisto di importo oltre la soglia dei 3.600 euro: quindi, se tutto va bene, l’Agenzia delle Entrate verrà a conoscenza delle vostre operazioni di shopping, utilizzando tali informazioni per poter comprendere se tale tenore di vita è compatibile o meno con i redditi dichiarati. Come se non fosse arcinoto che la catena del nero è tombale: niente fatture all’incasso, niente fatture al momento della spesa. Solo una monumentale produzione di cartaccia.

Periodicamente, in un sussulto di raziocinio, il fisco italiano ha cercato di prendere atto della propria costituzionale impotenza e ha ovviato introducendo strumenti valutativi induttivi e approssimati, come fu con la minimum tax e ancora oggi è con gli studi di settore: salvo però pentirsene e introdurre una serie di luoghi, e autorità e modalità per contrastare e contestare quanto stimato dagli studi, per pagare meno tasse… riuscendoci!

Ma, al di là della sostanziale inutilità del marchingegno, va detto che la sua debacle tecnologica basta da sola a dirla lunga sul perché del non-funzionamento. Il servizio informativo si era interrotto dal venerdì sera scorso perché, anche inserendo soltanto il codice fiscale dei contribuenti, era possibile a chiunque avesse l’accredito a Entratel, accedere a tutti i loro dati in «palese violazione della privacy». Con la pagina rimasta bloccata da lunedì a venerdì è stato possibile «generare, trasmettere e conservare le fatture elettroniche verso la Pubblica amministrazione e verso i clienti privati, trasmettere i dati delle fatture emesse e ricevute all’Agenzia delle Entrate, memorizzare e trasmettere i dati dei corrispettivi, censire e attivare i dispositivi, ottenere i certificati da inserire negli stessi, per la memorizzazione e trasmissione telematica sicura dei dati dei corrispettivi». Insomma, un disastro. Poi ci meravigliamo che gli italiani evadono!

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