SPY FINANZA/ Draghi prigioniero della sua bolla spera in un autogol della Fed

- Mauro Bottarelli

La conferenza stampa di Draghi al termine del board, che ha lasciato invariati i tassi di riferimenti, è riassumibile in due parole: euro e inflazione. MAURO BOTTARELLI

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Stanley Fisher si è dimesso dalla Fed (LaPresse)

Stavolta il rinvio della decisione sul tapering del Qe è stato talmente palese da non essere credibile per nulla, stavolta Draghi — paradossalmente — ha voluto negare una decisione in effetti già presa e che vuole che i mercati sappiano fin da ora: si va avanti. A forza quattro, se serve. Che questo piaccia alla Bundesbank oppure no. 

La conferenza stampa del numero uno dell’Eurotower al termine del board, che ha lasciato invariati i tassi di riferimenti, è infatti riassumibile in due parole: euro e inflazione. E in un paradosso: l’eurozona va talmente bene che alziamo le stime di crescita ma, contemporaneamente, ci spaventa una moneta forte. Insomma, Draghi invita a credere nell’Europa ma, al tempo stesso, a vendere euro per dollari. Alla Fed immagino siano deliziati della mossa. 

Stavolta, occorre dirlo, il panico era palpabile, perché quando un uomo come Mario Draghi si muove come un elefante in una cristalleria, vuol dire che siamo veramente ai titoli di coda di un gioco che potremmo riassumere così: ci si passa una bomba a mano senza spoletta, vediamo chi è il fortunato a cui esplode in mano. Rispondendo ai giornalisti, Mario Draghi ha detto che “la Bce deciderà in autunno, probabilmente a ottobre”, ovvero nel corso del meeting previsto per il 25 e 26 di quel mese, ma ha anche sottolineato, come anticipato dalla velina via Reuters di cui vi ho parlato giorni fa, che sul futuro del Qe il direttivo “ha discusso vari scenari ma si è trattato di una discussione molto preliminare, piuttosto che delle opzioni o delle decisioni politiche”. 

Ma ecco la parte sostanziosa, sempre riferibile a quell’anticipazione che aveva contemporaneamente il tono di sfida alla Fed ma anche il sapore amaro di una guerra valutaria che l’Europa ha capito di dover combattere troppo tardi: “La recente volatilità del tasso di cambio rappresenta una fonte d’incertezza che richiede di essere monitorata, per le sue implicazioni sulla stabilità dei prezzi nel medio termine”, ha detto il presidente della Bce, a detta del quale “l’apprezzamento dell’euro è molto importante per la crescita e l’inflazione. Così importante che le prospettive d’inflazione di medio termine sono state riviste al ribasso e, dunque, la Bce dovrà tenerne conto nell’insieme delle informazioni con cui prenderà le future decisioni di politica monetaria”. Di più, “diversi componenti del consiglio direttivo della Bce hanno espresso timori sull’andamento dei tassi di cambio”, ha confermato Draghi, aggiungendo che invece nell’ultima riunione di luglio “solo alcuni componenti” avevano espresso le loro preoccupazione sull’euro. 

In effetti, aver passato agosto stabilmente sopra 1,17 e con frequenti puntate in area 1,19 è riuscito nel miracolo di far svegliare anche i membri del board della Bce dal loro torpore monetario, meglio tardi che mai. E, come confermato da Draghi, ecco che l’Eurotower ha abbassato le sue stime sull’inflazione dell’Eurozona per il 2017 (a 1,5%) il 2018 (a 1,2% dal precedente 1,3%) e il 2019 (a 1,5% dal precedente 1,6%). Per il numero uno della Bce, “l’inflazione nell’eurozona deve ancora mostrare segnali convincenti di un rialzo sostenuto”. In compenso, sono state viste al rialzo le stime sul Pil dell’eurozona al +2,2% nel 2017, a fronte dell’1,9% previsto in giugno, mentre ha mantenuto invariati il +1,8% per il 2018 e il +1,7 per il 2019. Per Draghi, “i rischi al ribasso continuano ad esserci”, citando il tasso di cambio e i fattori globali, per questo “se l’outlook diventerà meno favorevole o l’inflazione nell’eurozona si indebolirà, siamo pronti a incrementare il nostro programma di acquisti di asset in termini di portata o durata”. 

Ora, non starò a dilungarmi, visto che di questo argomento parlo da almeno un mese e mezzo, senza mai cambiare opinione di una virgola: siamo nel più classico dei cul de sac e non abbiamo alcuno strumento per uscire indenni. Anzi no, uno c’è: un clamoroso autogol della Fed che sposti attenzioni e rischi su Washington, lasciando un margine all’Europa per flettere la bolla. Il problema di Draghi è duplice: non può evidentemente bloccare il Qe, pena mandare la famose eurozona in ripresa di nuovo nel baratro, ma nemmeno forzarlo troppo, perché sarebbe come ammettere di fronte ai mercati di aver sbagliato tutto. Con le conseguenze del caso. 

La Bce in effetti non ha sbagliato tutto, la decisione di acquistare bond corporate — per quanto mortalmente distorsiva in fieri — ha evitato (anzi, posticipato) una nuova crisi bancaria dell’eurozona, ma le previsioni inflazionistiche al ribasso parlano di una china giapponese, ancorché non di quella magnitudo. Se abbassi e vai all’1,2% nel 2018, quando il tuo target è il 2% circa e statutariamente e formalmente il Qe dovrebbe chiudersi a dicembre 2017, il quadro d’insieme è chiaro: fallimento. Il quale, segno dei tempi malati che viviamo, è un bene per gli indici di Borsa, perché vuol dire nuovo metadone della Bce e giostra che continua a girare. Ma se cominciano a essere tre le Banche centrali che mandano contemporaneamente segnali d’affanno (Bce, Fed e Bank of Japan), anche l’investitore più ottimista qualche dubbio potrebbe cominciare a porselo, magari con l’anno nuovo, in vista delle revisioni dei portafogli. Tanto più che l’Ue dovrebbe essere super-bid, viste le stime di crescita della Bce, ma il magister Mario Draghi e i suoi colleghi si dicono preoccupati dell’euro forte: cosa vogliono, la botte piena della crescita e la moglie ubriaca della moneta svalutata per pompare l’export? 

Non si può, spiacente. A meno che non si mettano sul piatto strumenti ancora più straordinari, ovvero che non si dichiari guerra aperta alla Bundesbank. La quale, oltre al Qe, sappiamo che ha l’orticaria — in questo caso storica — per l’inflazione, la quale appena sale sopra l’1% scatena insensati fantasmi di Weimar dalle parti di Francoforte. 

La speranza? Forse, c’è. Come dicevo prima, potrebbe darcela la Fed, la quale a febbraio vedrà scadere il mandato di Janet Yellen e che da ieri ha visto crollare le quotazioni dell’uomo Goldman, Gary Cohn, come suo successore, come riportava uno scoop del Wall Street Journal. La sua colpa? Ha criticato Donald Trump con un tweet rispetto a quanto accaduto a Charlottesville. Ovviamente è un pretesto, ma una bella guerra aperta fra la Casa Bianca e Wall Street su chi guiderà la politica monetaria Usa potrebbe offrire qualche colpo da sparare alla Bce. Speriamo, perché da ieri il Re è davvero nudo. Grazie al cielo, nessun bambino lo ha anche gridato. Tutti tengono famiglia, si sa. E come diceva Totò, hanno fatto il militare a Cuneo. 

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