SPY FINANZA/ Elezioni, le guerre di potere quanto ci costano?

Nel centrodestra sembra essere in atto uno scontro tra Berlusconi e Salvini. E anche nel centrosinistra c’è aria di resa dei conti. Tutto a spese degli italiani. MAURO BOTTARELLI

11.01.2018 - Mauro Bottarelli
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Siamo all’impazzimento totale: l’uomo che portò Sergio Cofferati a radunare in piazza oltre 2 milioni di persone contro l’intenzione di eliminare per decreto l’articolo 18 ora tenta di blandire un elettorato di imprenditori e partite Iva con la promessa di eliminare il Jobs Act. Tanto che il primo a plaudere all’ultima uscita di Silvio Berlusconi è stato niente meno che Maurizio Landini, numero uno della Fiom. E tanto per non farsi mancare nulla, ecco che Matteo Salvini – forse sovraeccitato dall’ok del Cavaliere alla candidatura di Attilio Fontana alla presidenza della Regione Lombardia – spara la sua bomba a mano contro l’obbligatorietà vaccinale, di fatto annunciandone l’eliminazione in caso di vittoria del centrodestra il 4 marzo. Prontamente, Paolo Romani di Forza Italia, forse sovradepresso per la sconfitta di Maria Stella Gelmini a candidata alla presidenza della Regione Lombardia, smentisce seccamente il leader leghista. Nel mezzo, l’affaire Fornero, con la Lega certa dell’eliminazione tout court della legge che porta il nome dell’ex ministro e Forza Italia che ne annuncia una sorta di “tagliando” dei pro e dei contro. 

Chiedo scusa e lo faccio per una volta rivolgendo io a voi una domanda, ben conscio di aver maturato la mia scelta per il 4 marzo: ma che diavolo di coalizione è questa? Ma, soprattutto, che centrodestra è questo? E la famosa “quarta gamba” a cosa serve, soltanto a fare il portatore d’acqua – leggi, di voti, pochi o tanti che siano – oppure potrà anche aprire bocca? E lo stesso vale per Fratelli d’Italia. Perché parliamoci chiaro: quello che è in atto è lo scontro finale fra due persone che non si sono mai piaciute e che continuano a non piacersi, ovvero Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Siamo ai materassi, citando Mario Puzo. Peccato che, al netto dell’affaire Maroni che dubito sia terminato qui conoscendo l’uomo, ci vadano di mezzo gli elettori, spiazzati fra promesse irrealizzabili e baruffe infantili dal retrogusto di antipatia epidermica. Si vuole forse far vincere il Pd? O, meglio, Forza Italia punta ad autocastrare il centrodestra perché pronta a un patto post-elettorale, di fatto non escluso da Pier Carlo Padoan l’altro giorno, pur di togliersi di mezzo Salvini e Lega una volta per tutte? 

Perché è chiara una cosa: dopo la svolta nazionalista, con tanto di addio alla dicitura “Nord” nel nome, se Matteo Salvini non porta a casa un bottino elettorale di quelli seri, può dire addio ai sogni di gloria. Leggi, palazzo Chigi. Se così fosse, si capirebbe la resistenza minima opposta da Berlusconi alla candidatura di Fontana, partendo dal presupposto che anch’io sposo la tesi avanzata ieri su queste pagine: Giorgio Gori sarebbe vissuto dal Cavaliere come un governatore amico, se non addirittura “di famiglia”, in caso di vittoria per il Pirellone. Ma non pensiate che in casa centrosinistra le situazione sia meno ipocrita e opaca. Anzi. E non parlo delle dispute riguardo tasse universitarie o canone Rai, ma di cose ben più serie e che attengono tutte all’ambito dei poteri forti e del loro riallineamento pre-elettorale. 

Ieri, infatti, da via Solferino è partito un siluro quasi senza precedenti verso Carlo De Benedetti e, contestualmente, contro la Commissione parlamentare sul sistema bancario, di fatto estintasi con la legislatura ma intenta all’elaborazione della (delle?) relazione finale sui lavori. Il pezzo a firma di Fiorenza Sarzanini era fulminante nella sua efficacia chirurgica. Quattro giorni prima del decreto del governo sulle Popolari varato il 20 gennaio 2015, Matteo Renzi avrebbe rassicurato l’imprenditore Carlo De Benedetti che il provvedimento sarebbe passato. È lo stesso Ingegnere a raccontarlo al professionista che curava i suoi investimenti in Borsa. La registrazione della telefonata – rimasta finora segreta – è allegata al fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso alla Commissione parlamentare banche. E sembra smentire la versione fornita da entrambi quando avevano escluso la veicolazione di informazioni riservate. 

L’indagine per insider trading fu avviata tre anni fa su segnalazione della Consob che aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli. In particolare De Benedetti aveva investito 5 milioni di euro con Romed SpA guadagnando 600mila euro. I magistrati hanno sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta perché sia Renzi, sia De Benedetti, interrogati dai pubblici ministeri, hanno escluso di essere entrati nel merito del testo poi approvato a Palazzo Chigi. Ma adesso – in attesa che il giudice decida se accogliere la richiesta dei pm – si esprimerà proprio la Commissione nella relazione finale, la stessa che, tra l’altro, è ancora formalmente guidata da quel Pier Ferdinando Casini che l’altro giorno era in prima fila insieme al fido Fioroni alla presentazione del nuovo soggetto politico che fa capo a Beatrice Lorenzin e alla scissione di Alternativa Popolare, di fatto unica gamba esterna al Pd nella coalizione di centrosinistra filo-renziano. 

Insomma, non ci troviamo di fronte a un campagna elettorale, ma a un misto tra una prova di forza e una resa dei conti. Sia di bassa lega che di alto lignaggio del capitalismo di relazione italiano, perché se si fa notare che la Procura ha chiesto l’archiviazione, quanto emerso sul filo diretto di fra Matteo Renzi e Carlo De Benedetti pare destinato a rinfrancare la tesi del governo che faceva figli e figliastri (o padri e padrini), oltre che adombrare qualcosa di più che il sospetto di insider trading per l’Ingegnere, il quale tra l’altro con Sorgenia appare già nella lista dei grandi debitori di Mps. Con quale tipo di inchiostro verrà scritta la relazione finale della Commissione sul sistema bancario? 

Al netto della gara da dilettanti allo sbaraglio in atto strumentalmente nel centrodestra per meri equilibri interni, chi sta scherzando con il fuoco nel centrosinistra, tenendo ben da conto delle stranissime e quantomeno sospette cerimonie di mea culpa pubblico operate da Bill Emmott e Le Monde nei confronti di Silvio Berlusconi, seguite al clamoroso endorsement da “chi butto dalla torre” di Eugenio Scalfari? Trattasi dei mercati che cercano referenti? No, trattasi di assi politici in vista dell’Europa che verrà, al netto del risultato dei colloqui fra Spd e Csu per una nuova Grosse Koalition che dovrebbero essere reso noto proprio oggi. E Silvio Berlusconi può contare su un asso nella manica dal nome Antonio Tajani in tal senso. 

Il bene comune e il futuro dell’Italia e degli italiani? Bazzecole, la politica è altro. Da tempo oramai. 

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