FINANZA/ La partita del nuovo Governo con Parigi, Berlino e Bruxelles

- Augusto Lodolini

L’Italia ha ancora diverse possibilità di giocare un ruolo autonomo nell’Ue, sotto il profilo sia economico che geopolitico. Lo vorrà e lo saprà fare il nuovo governo? AUGUSTO LODOLINI

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La riforma delle ferrovie di Macron (LaPresse)

Il recente articolo di Paolo Annoni sulle dichiarazioni del commissario agli Affari economici della Commissione europea, Pierre Moscovici, spiega con molta chiarezza e supporto di dati il fallimento della formulazione attuale dell’Unione europea. Come ben esplicita Annoni, questa formulazione serve però all’interesse di due attori ben precisi: il duo franco-tedesco e la burocrazia europea. O meglio, di un regista, il citato duo, e di un direttore di scena, la burocrazia di Bruxelles, essendo tutti gli altri attori che pagano, e salato, per recitare.

Il copione imposto è focalizzato sull’austerità, condizione primaria per lo sviluppo secondo Moscovici. Dato che ogni evidenza contrasta questa tesi, i tecnici del palcoscenico sono costretti a far passare le varie formulette, quelle del 3% nel rapporto deficit/Pil o del 60% per il debito, come se fossero inappellabili decreti imperiali. E, si sa, gli imperatori non vedono di buon occhio le elezioni e concordano con i registi: gli spettatori devono pagare, ascoltare in silenzio e applaudire, comunque.

L’entente cordiale tra Berlino e Parigi è tuttavia molto meno cordiale di quanto possa apparire, data la forte competitività, storica, geopolitica ed economica, tra i due Paesi ed è problematico uno stabile duopolio che consenta una pacifica esistenza dell’Ue. In quest’ottica, anche sul Sussidiario, molti hanno commentato le ipocrite “amabilità” verso l’Italia del Presidente francese Macron durante la sua visita. Per il momento il duo ha un interesse comune, mettere “in ordine” gli altri Paesi e aumentare le proprie aree di influenza in vista del regolamento finale dei conti. Il tutto è facilitato dall’uscita del Regno Unito, possibile terzo incomodo, e il maggior problema rimane proprio quel bizzarro e imprevedibile Paese che si chiama Italia.

Credo sia oggettivamente molto difficile stimare costi e ricavi di un’eventuale uscita dell’Italia dall’Ue, ma è certo che i costi sarebbero molto alti anche per il duo e la tecnocrazia, probabilmente maggiori a quelli della Brexit: in fondo, il Regno Unito e rimasto con un piede fuori fin dall’inizio. Il punto è che i politici italiani sembrano gli unici a non aver colto questo aspetto e a non giocare le carte che hanno in mano. Anzi, non perdono occasione per calare le braghe, come di fronte all’invasione francese nella nostra economia o al disinteresse dell’Unione verso i drammatici problemi posti dall’immigrazione.

Non vi è dubbio che l’Italia debba por mano al suo gravoso debito pubblico e questo sarà uno dei principali compiti del prossimo governo, magari rispolverando qualche suggerimento delle numerose e inutilizzate spending review. Ciò non impedisce di porre Bruxelles di fronte all’assurdità di un obbligo di bilancio che non tiene in dovuto conto l’importanza delle spese in conto capitale, che non possono essere equiparate a costi di gestione. Lo scomputo dal famigerato 3% degli investimenti in infrastrutture, per esempio, aumenterebbe nel breve termine il deficit, ma creerebbe lavoro, aumenterebbe l’efficienza del sistema Paese e darebbe, questo sì, un effettivo contributo all’aumento del Pil. Questi e altri investimenti produttivi concorrerebbero a instaurare un circolo virtuoso reale, uscendo dalla stantia retorica sui Paesi “virtuosi”.

Suggerimenti operativi per il nuovo governo vengono anche dall’altrettanto interessante articolo di Mauro Bottarelli, in particolare sullo sviluppo dei rapporti economici tra Italia e Russia. È probabile una nuova tornata di sanzioni antirusse dell’Amministrazione Trump, ma non vi è motivo perché l’Italia debba adeguarsi. Il sempre maggior coinvolgimento della Russia nelle vicende mediorientali e nordafricane rende Mosca un interlocutore naturale per l’Italia, in aree in cui i nostri interessi divergono da quelli di altri Paesi europei, a partire dalla Francia. Una politica estera comune dell’Ue non esiste e non certo per colpa della povera Mogherini, la cui nomina suona come un poco costoso contentino al governo Renzi di allora. In caso di obiezioni si potrebbe chiedere dov’era l’Ue quando Francia e Regno Unito attaccarono la Libia, o perché la Germania continui a fare accordi con Putin in materie un po’ più strategiche degli ortofrutticoli, infischiandosene delle sanzioni e mettendo a tacere Bruxelles.

Il problema è, come dice in chiusura Bottarelli, che per far tutto questo, e quanto altro necessario, servirebbero “poteri forti seri, grand commis di Stato e un Deep State decente.” Tuttavia, tenendo conto che il cattolicesimo, almeno come tradizione, è ancora ben presente tra gli italiani, possiamo forse far nostro il paolino “in spe contra spem”, anche per le prossime elezioni.

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