TASSE IN SALSA PD/ Zero cifre, zero sogni, zero impegni: era (quasi) meglio Vincenzo Visco…

- Sergio Luciano

Incredibile solo pensarlo, ma Renzi non ha saputo costruire nemmeno uno storytelling decente sul fisco. Leggere per credere. Era meglio affidarsi a Visco (Vincenzo). SERGIO LUCIANO

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Matteo Renzi (LaPresse)

Berlusconi dice: “Flat tax”, tassa piatta al 23% per tutti e un’unica altra aliquota in zona 30% per chi ha redditi alti. Aggiunge di avere dalla sua cento economisti “di prestigio” che sono d’accordo, senza citare neanche un nome. E sostiene che il rapporto debito-Pil non sarà un problema perché grazie ai tagli fiscali il Pil ripartirà. Balle? Probabilmente sì, comunque sembrano balle. Però suonano bene.

Tanto bene che un economista quotato e prudente come Nicola Rossi, certo non berlusconiano nel cuore — fu consigliere economico di D’Alema a Palazzo Chigi, ed è tuttora un uomo di sinistra — sta pubblicando un libro sulla flat tax in cui a sua volta sostiene, sia pure con molte rilevanti differenze, l’idea che la “tassa piatta” è quel che ci vuole per raddrizzare le gambe al bilancio pubblico del Paese.

I 5 Stelle dicono: “Eliminiamo i finanziamenti a pioggia alle Piccole e medie imprese (Pmi) che vanno sempre agli stessi e aboliamo l’Irap per loro. Inoltre: riduzione delle aliquote Irpef per il ceto medio, no tax area fino a 10mila, manovra choc ancora per le Pmi con la riduzione del cuneo fiscale”. Un po’ meno slogan — per loro il cavallo di battaglia è il reddito di cittadinanza — ma comunque pochi concetti chiari.

Rileggiamoci invece il passo dedicato al fisco dal documento programmatico del Pd presentato alla fine dello scorso ottobre nell’assemblea di Pietrarsa, a Napoli: “Tocca a noi affermare il principio ‘pagare meno, pagare tutti’ e ridurre ancora la pressione fiscale per chi crea lavoro, per le famiglie e per chi ha di meno, chiedendo di più alle rendite e continuando la lotta all’evasione e all’elusione fiscale che con i nostri governi ha raggiunto cifre di recupero mai toccate. Occorre tassare i profitti dell’economia digitale internazionale. Serve rafforzare la vigilanza sulle banche, le sanzioni contro chi commette illeciti e garantire di più la tutela del risparmio”. Chiacchiere. Aria fritta. 

E ancora: “Servono regole fiscali semplici al servizio dei cittadini. Noi vogliamo una riforma fiscale che parta da giovani e donne e riduca il carico sul lavoro, studiando anche forme di doppia progressività in base al reddito e all’età, senza aumentarle sui meno giovani. Sui carichi famigliari, occorre affrontare innanzitutto le due disparità legate all’incapienza e alla differenza di trattamento tra dipendenti e autonomi, inserendo in una riforma di legislatura dell’Irpef una forte riduzione per le famiglie con figli”. Supercazzole. Zero cifre, zero impegni, zero sogno. Ma dove credono di andare?

Ridateci Vincenzo Visco, il ministro delle Finanze cattivo, convinto — e lo diceva — che tutti gli imprenditori fossero evasori, ed è mediamente vero, visto che tutto il fisco è giugulatorio, e c’è in Italia da sempre quest’incessante lotta tra i due principi di iniquità, lo Stato che prima ti spenna e poi butta via i tuoi soldi e tu che cerchi in tutti i modi di non darglieli. Ma almeno Visco faceva la sua parte, il poliziotto cattivo, quello che infittiva i controlli e predicava invano — purtroppo, perché sarebbe stata una cosa efficace — la drastica riduzione dell’uso del contante, massimo 100 euro, oltre solo bancomat e carte di credito, tutto tracciato oppure tutto illecito.

Ma Visco ha un peccato originale inemendabile, è stato dalemiano, e figuriamoci se agli occhi del partiticchio del líder máximo Matteo si può anche solo far vedere la barba di un dalemiano.

E quindi, vai col liscio delle banalità, ed anche con le fake-news, come quella storia della lotta all’evasione e all’elusione che avrebbe raggiunto cifre mai toccate prima nel recupero, a patto di metterci dentro la voluntary disclosure e il concordato con adesione, due condoni col nome più bello, altro che presidio del territorio tributario. 

Oltretutto, il buon Padoan, ministro dell’Economia in grande economia, di fisco non sa nulla e non gli interessa nulla, per cui l’estremo difensore del ministero, anche nei rapporti con le Commissioni parlamentari, è stata la segreteria generale, l’ufficio di Gabinetto di Roberto Garofoli, in materia tributaria: un gruppetto di bravi funzionari completamente sprovvisti però di personalità (e responsabilità) politica.

Insomma, nel rosario di errori con cui Renzi ha spappolato se stesso e il Pd c’è anche quello di non aver saputo costruire uno storytelling — termine a lui caro — interessante sul fisco. Peggio per lui, e per gli elettori piddini.

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