CROLLO DOLLARO/ La mossa Usa manda in tilt Germania e Francia

- Paolo Annoni

Steven Mnuchin, Segretario del Tesoro americano, da Davos ha fatto capire che gli Usa non sono più disposti a tollerare le manovre della Germania. PAOLO ANNONI

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Lapresse

L’altro ieri i dazi all’importazione di lavatrici e pannelli solari avevano bucato i circoli degli addetti ai lavori segnalando la volontà americana di cambiare i rapporti commerciali con il resto del mondo. Ieri la vicenda si è arricchita di un’altra puntata. Prima ancora delle dichiarazioni di Angela Merkel e di Gentiloni contro il protezionismo di Trump, alcune dichiarazioni del Segretario del Tesoro americano scatenavano un mini crollo del dollaro che toccava i minimi contro l’euro da dicembre 2014. Steven Mnuchin, nel corso del meeting di Davos, dichiarava che “il dollaro debole è positivo per gli Stati Uniti”; il mercato agiva di conseguenza spedendo il cambio oltre 1,23. Dopo la decisione sui dazi, se mai ce ne fosse bisogno, il messaggio mandato dagli Stati Uniti al resto del mondo è che il paradigma degli ultimi anni non va più bene.

Gli ultimi dati sulla bilancia commerciale americana segnalano un deficit ai massimi degli ultimi 6 anni; il trend di peggioramento dura dagli inizi degli anni ‘90. La crisi dei debiti sovrani europea del 2011/2012 ha spostato il cambio euro/dollaro da una media vicina all’1,40 a un minimo vicinissimo alla parità a inizio 2017. Il vantaggio per le imprese europee che esportavano negli Stati Uniti era di oltre il 30%. Nessuno si può sorprendere che Angela Merkel sia contraria al nuovo corso americano. Il modello economico europeo fatto di austerity interna per schiacciare i salari e consentire alla Germania, insieme alla Francia, di colonizzare la periferia, nessun investimento, né per infrastrutture né per redistribuzione interna, e tutto basato sulle esportazioni è colpito al cuore dal nuovo corso americano.

L’America profonda in sostanza si chiede perché debba finanziare, aumentando il proprio debito, posti di lavoro in Germania e in Cina. La narrazione europea non ha nessuna possibilità di successo in un’America che vede la Germania in piena occupazione competere con una valuta artificialmente debole, perché ha dentro la Grecia con il 25% di disoccupazione, sul mercato americano. Nel frattempo la Germania continua a non investire e riduce il debito finanziandosi a tassi negativi. Gli appelli europei contro il protezionismo sono vuoti perché negli ultimi anni l’Europa ha permesso e perseguito la desertificazione economica della periferia. Non si può sostenere che il protezionismo produca povertà e guerre quando negli anni del libero scambio milioni di greci, portoghesi, spagnoli e italiani finivano sotto la soglia di povertà e venivano messi nella condizione di venire depredati mentre gli americani facevano la loro parte con una rivalutazione del dollaro del 30%. Allo stesso modo non si può predicare l’austerity come ricetta per le colonie europee potendoselo permettere perché in America nessuno sa cosa sia e si continuano a comprare, a debito, prodotti fatti in Europa.

Le richieste di limiti al protezionismo di Gentiloni vengono da un Paese che negli ultimi dieci anni ha perso la sua compagnia telefonica, la sua principale banca e assicurazione (governate da francesi), la sua principale azienda alimentare, cementiera, oltre a svariate utility, aziende del lusso e che, nel frattempo, non riesce nemmeno a mettere le mani su una decotta azienda francese; un Paese le cui banche non interessano all’Unione europea. Siamo lo spot migliore per il protezionismo.

Le obiezioni dell’Europa sono destinate a cadere nel vuoto perché l’Unione europea, la Francia e la Germania, non è credibile; la distrazione americana degli ultimi anni è stata in realtà usata per scopi interni dai Paesi che guidano l’Europa che hanno potuto senza spendere un euro prendere il controllo dell’Unione. Se gli americani avessero fatto l’austerity europea la guerra civile europea degli ultimi anni, per via economica, sarebbe stata pagata anche dalla Germania e dalla Francia. La Germania per salvare i suoi lavoratori avrebbe dovuto investire e in questo modo, via mercato unico, avrebbe beneficiato anche la periferia. Oggi la Germania ha tutto: valuta debole, controllo politico, nessun deficit e non deve nemmeno pagare un euro per salvare l’Unione e i lavoratori greci perché con le esportazioni agli Stati Uniti si ottiene un minimo di sollievo.

La beffa finale è vedere l’Italia arruolata dalla Germania per difendere un sistema che l’ha distrutta. Gli italiani poi, si sa, sono più simpatici dei tedeschi e dei francesi e sono il medium perfetto. Qualunque cambiamento di scenario esterno dovrebbe per l’Italia invece diventare l’occasione per un riequilibrio dei rapporti interni all’Europa. Ma ci vuole un minimo di amor proprio, coraggio e, soprattutto, molta meno ideologia. All’Europa in Germania e Francia non crede nessuno. A conti fatti la Germania non ha mai pagato un euro. Figuriamoci se gli americani vogliono pagare un loro dollaro per permetterle di vincere la guerra civile europea gratis. Meglio mettersi il cuore in pace.

Quando le divergenze tra centro e periferia metteranno la Germania di fronte all’alternativa tra pagare o spezzare l’euro si capirà chi era in buona fede e chi no. Speriamo sinceramente che l’alternativa non venga mai posta.

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