SPY FINANZA/ Gli Usa pronti alla guerra fatale per l’Europa

- Mauro Bottarelli

Gli Stati Uniti sono più agguerriti che mai per non perdere la loro leadership economico-finanziaria. L’Europa rischia quindi di trovarsi nei guai. MAURO BOTTARELLI

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Emmanuel Macron (Lapresse)

Cari lettori, non sono sparito, un inconveniente mi ha bloccato. Capita nella vita, soprattutto quando, come fa il sottoscritto, ci si trascura: è sempre e soltanto tutto stress, passa da solo, non ci si deve fermare mai. E invece no, occorre fermarsi. E se non lo si fa di propria spontanea volontà, ci pensa la vita ad alzare il cartello del pit-stop: ho passato una settimana a fare esami e rimettermi in sesto per due interventi che sosterrò la prossima settimana, sperando di tornare in fretta al lavoro. Più in forma di prima (e se faccio riferimento all’ultimo periodo, devo dire che almeno da questo punto di vista ci vorrà poco). Temo che la prossima settimana potrò fare poco o nulla (anzi, ne ho la pressoché certezza fin d’ora), quindi approfitto per un punto rapido e senza troppo approfondimento riguardo quanto sta accadendo. 

La guerra commerciale che vi avevo anticipato fra Usa ed Europa è arrivata, puntuale come morte e tasse e ora anche la questione dell’euro in overshooting sul dollaro è diventata seria: è bastato che il sottosegretario al Tesoro parlasse di necessità di un biglietto verde debole strumentale all’economia Usa post-riforma fiscale per spedire l’euro a 1,25 e costringere Mario Draghi a rompere i vincoli della diplomazia fra banchieri centrali e chiedere a Washington il rispetto dei patti. State certi che la guerra proseguirà. E sarà dura, davvero dura. Donald Trump, come vi dico da sempre, è stato eletto a Pennsylvania Avenue solo per un motivo: fare ciò che a un presidente normale non sarebbe stato consentito di fare. 

E, come avrete notato, attorno alla sua farsesca presidenza sono state create ad hoc le condizioni ideali per una cortina fumogena tale da non far capire all’opinione pubblica cosa davvero bollisse in pentola: prima il Russiagate, poi la Corea del Nord, il muro col Messico, i “dreamers”, la riforma sanitaria, persino lo scandalo sessuale di Hollywood o quello legato alle proteste del mondo del football americano relativo all’inno nazionale. E poi la Cina, il fronte siriano che si riapre, l’Afghanistan che ricasca nella spirale della violenza più cieca del terrorismo e, stranamente, diviene a tempo di record nuova culla dell’Isis, dopo la caccia di Daesh e dei suoi miliziani da Siria e Iraq. E poi la Libia e ora la guerra di Erdogan contro i curdi filo-Usa: è un mondo in fiamme, a pezzetti, come dice Papa Francesco. Ma, alla fine, ruota tutto attorno a interessi economici basilari: in primis, il ruolo benchmark, a livello globale, del dollaro. Un qualcosa che Washington non può permettersi di perdere: qualsiasi sia il prezzo da pagare. O da far pagare. 

L’idea che la Cina intenda dar vita a futures petroliferi denominati in yuan è ancora accettabile, perché la strada appare lunga prima di arrivare a uno status globale alternativo, ma non è accettabile il fatto che gli equilibri di bilanciamento commerciale possano esistere a prescindere dagli Usa e dalle loro esigenze. Una cosa è accettare strumentalmente l’esportazione di deflazione cinese a livello di deficit commerciale, visto che la contropartita è l’impulso creditizio che la Pboc garantisce a livello globale – l’enorme Qe del Dragone – e senza che la Fed debba ammettere di fronte al mondo che il suo rialzo dei tassi è una farsa, esattamente come il “miracolo” borsistico del Trumpnomics, un’altra perdere il ruolo di unico mercato di riferimento: quantomeno, a livello di grandezza come recettività delle merci di quel bazar a cielo aperto chiamato sovra-produzione cinese, in attesa della rivoluzione di Xi Jinping che Washington contrasterà con ogni mezzo, almeno a livello infrastrutturale sul progetto “One Belt, One Road”. 

Dopo l’11 settembre, i neo-con diedero vita alla loro agenda per un “Nuovo secolo americano”, ovvero le re-imposizione di un ordine mondiale principalmente militare che garantisse però finalità geopolitiche e di sfruttamento economico delle commodities più strategiche, dal petrolio all’uranio alle terre rare, oltre ovviamente al warfare, ovvero al moltiplicatore keynesiano del Pil attraverso l’attività frenetica del comparto bellico-industriale statunitense. Lo stesso che decide i presidenti, le guerre, le carestie. Tutto. A Davos abbiamo avuto un antipasto di ciò che ci attende, ma anche la drammatica anteprima di una sconfitta annunciata: potrà un’Angela Merkel mai così debole riuscire a sostenere la resistenza europea allo strapotere di Usa e Cina? 

No, lo sappiamo tutti. Anche perché l’Europa è un nano politico che non parla con una ma con 27 lingue e si fa commercialmente guerra al proprio interno, mentre gli avversari sono una falange politica pronta a chiudersi a riccio e ad avanzare compatta come un sol uomo. E poi, siamo certi che Emmanuel Macron, il nuovo leader di questo vaso di coccio fra vasi di ferro, giochi per la squadra di cui porta formalmente la divisa? L’Europa è pronta a una guerra di dazi e tariffe, di gioco sporco e concorrenza sleale? Se il precedente dell’affaire emissioni che ha coinvolto le case automobilistiche europee negli Usa deve dirci qualcosa, beh quel qualcosa è scoraggiante. Molto scoraggiante. 

E sapete perché occorre aver paura? Per la reazione di Draghi: il quale sa che il combinato congiunto fra fine del programma di acquisto di bond corporate in seno al Qe – che permette alle aziende di bypassare il finanziamento bancario e i suoi oneri – ed euro sopravvalutato sul dollaro può devastare la ripresa europea alla radice, polverizzarla letteralmente. Forse per questo la Bundesbank si è mossa con largo anticipo, non solo rimpatriando tutto l’oro stoccato all’estero e aprendo le proprie riserve estere allo yuan? Forse Berlino sa già che l’epilogo della guerra commerciale appena iniziata sarà la nascita forzata di un’Europa a due velocità, di fatto un’Europa “reale” che coincide con quella del Nord e del rinnovato asse renano e una complementare e satellitare, da sfruttare alla bisogna, guidata da Italia e Spagna? Forse il caso di studio della Grecia è servito a questo, una prova tecnica di spogliazione? 

Occorre porsi certe domande, è giunta l’ora: perché Oltreoceano non faranno prigionieri, troppo alta la posta in palio. E lo stesso vale per la Cina, la quale ha cercato di far capire all’Europa quanto stava accadendo – così come ha fatto con altri metodi e altre lusinghe la Russia -, ma il pregiudizio filo-atlantico è ancora troppo forte, declinabile addirittura in servilismo parossistico giunti a questo livello e se vogliamo essere onesti fino in fondo. Siamo a uno snodo storico e non sapete quanto mi costa dover essere forzatamente inattivo, voi siate vigili e informatevi: quanto sta per accadere non è la solita crisi economico-commerciale, è una rivoluzione copernicana di potere sottotraccia che sancirà gli equilibri dei prossimi 50 anni. 

Siate preparati, siamo solo all’inizio. Di mio, spero solo di poter tornare umilmente e per quanto in mia possibilità a informarvi il prima possibile. Fate il tifo per me, mi raccomando. Ne ho bisogno. 

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