SPY FINANZA/ Il rischio numero uno per il 2018

L’anno appena iniziato potrebbe farci vedere l’equivalente geopolitico dell’ultima grande crisi finanziaria. Lo sostiene un report dell’Eurasian Group. MAURO BOTTARELLI

04.01.2018 - Mauro Bottarelli
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È un inizio anno improntato all’ottimismo quello degli scenari economici. Dal fronte macro europeo, in attesa dei dati dagli Stati Uniti, una certezza: il mercato del lavoro continua a godere di ottima salute in Germania, immagino con enorme scorno di Vincenzo Visco. A dicembre il tasso di disoccupazione, su base destagionalizzata, è rimasto fermo al 5,5%, confermando il recente minimo storico. Le persone in cerca di lavoro sono scese a 2,44 milioni (-29mila in un mese) e il numero di buste paga è salito di 50mila unità rispetto alle 38mila di novembre. Sono cresciuti a quota 18mila i posto di lavoro vacanti contro i 10mila del mese di novembre, un segno della dinamicità della domanda di lavoro da parte delle imprese. Inoltre, il tasso di occupazione della popolazione attiva ha superato il 67%: la disoccupazione giovanile, stimata in base alla metodologia Ilo, è intorno al 6%, circa sei volte in meno che in Italia: sarà davvero tutta colpa/merito dell’euro o forse ci sarà anche dell’altro? 

E vediamo proprio l’euro, reduce dal rally innescato dall’ottimismo sulle prospettive economiche della zona euro e dall’aspettativa che la Bce ponga termine al programma degli acquisti Qe, che ieri si è preso una pausa dal suo overshooting: il cross euro/dollaro scambia a 1,20169. Ai commenti da falco di Benoit Coeuré lo scorso fine settimana hanno fatto eco quelli del banchiere centrale austriaco e consigliere della Bce, Ewald Nowotny, a detta del quale, se la ripresa dell’economia si confermerà, la Banca centrale porrà fine alle misure straordinarie di stimolo monetario entro il 2018. «È in corso un po’ ovunque una tendenza alla normalizzazione di politica monetaria ispirata dalle mosse di Federal Reserve, questo indebolisce il dollaro», ha commentato Heng Koon How, strategist di United Overseas Bank a Singapore, in attesa della pubblicazione dei verbali dell’ultima riunione del Fomc, sfociata nel previsto rialzo dei tassi Usa. «Sarà importante vedere se le minute della Fed e il dato sugli occupati mensili di dicembre in agenda venerdì riusciranno a spingere il tasso del decennale Usa oltre la soglia chiave di 2,5%», ha osservato Teppei Ino, analista di Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj sempre a Singapore. 

Ma non basta. «Nel 2018 le economie dei Paesi avanzati assisteranno al ritorno dell’inflazione»: è quanto emerge da un report del Fondo monetario internazionale, che segnala anche come l’output gap (differenza tra il valore reale del Pil e quello potenziale) tornerà positivo quest’anno: si tratta del primo outlook positivo dopo quasi un decennio di stime di un output gap negativo. Di norma, un output gap positivo tende a indicare un’alta domanda per beni e servizi nell’economia e conferma una crescita dell’inflazione, visto che sia i costi del lavoro che i prezzi dei beni tendono a salire, rispondendo a un contesto di domanda più elevata. Di fatto, il Fmi ritiene che nel 2018 non si ripeterà la stagflazione del 2017. 

Dunque, tutto bene. Non solo torna l’inflazione “sana”, quella attorno al 2% per raggiungere la quale si è stampato a tal punto da deforestare l’Amazzonia, ma troverebbe conferma ulteriore la narrativa della cosiddetta “crescita coordinata globale”, formula inventata proprio dal Fmi: proprio sicuri? Per smentire il clima da festività inoltrata basta andare a prendere il più non ortodosso ma efficace dei segnalatori di stato di salute dell’economia globale, ovvero il Baltic Dry Index che monitora il traffico delle grandi navi da trasporto per merci secche, ovvero escluse le petroliere, ad esempio. Negli ultimi sei mesi, questo indicatore ha di fatto confermato la tesi del Fondo, regalandoci livelli tali da poter parlare di una ripresa che non era più settoriale o localizzata ma globale. E ora, che succede? Ce lo dicono questi due grafici, il primo dei quali ci mostra come come il Baltic sia letteralmente crollato negli ultimi otto giorni di fila, un netto -21%. Certo, grava sul dato la stagionalità, ma un tonfo del genere di solito si presenta in concomitanza di eventi molto significativi: un guasto che metta ko un grande hub come Rotterdam, ad esempio oppure uno sciopero generale in uno spot come la Cina. Niente di tutto questo è in atto. Inoltre, il secondo grafico ci mostra come la brevità relativa della stringa di cali cui stiamo assistendo non sia di per sé ragione di ottimismo, perché rispetto agli unicorni macro sparsi a grandi manciate, un decouple è già in atto e parecchio marcato. 

 

Cosa significa o può significare? Per trovare una possibile risposta occorre affidarsi alla teoria dei cicli economici della Scuola austriaca e arrivare a un azzardo senza precedenti: non siamo più, a causa dell’uso sproporzionato di stimolo da Banche centrali, nell’ottica del ciclo di boom&bust che normalmente vede l’ammassarsi di mal-investment generare falsa crescita relativa nell’arco dei 5 anni prima dell’esplosione della bolla, bensì in un ambiente di stimolo talmente cronicizzato da accorciare drasticamente i cicli. Insomma, potremmo essere precipitati in una logica di sovraproduzione pluri-trimestrale che vede le nascite-crescite-esplosioni di determinate bolle molto accorciate nei tempi. E, quindi, da un lato più frequenti e dall’altro meno devastanti e impattanti a livello sistemico. 

In effetti, basti pensare alle oscillazioni di un altro mercato sensibilissimo al concetto di boom&bust, quello automobilistico zavorrato dalla scorte come frutto legittimo e marcio proprio della sovraproduzione da mal-investment (oltre che dagli aiuti di Stato mascherati): in effetti, al netto di eventi come multe record per taroccamenti vari o uragani negli Usa, alcune strane oscillazioni parlano il linguaggio di cicli espansivi e poi recessivi più brevi. Se così fosse, avremmo trovato il modo per ammortizzare la mega-bolla del debito creato dai vari cicli di Qe? No, avremmo solo trovato il modo di non farla espandere eccessivamente rispetto a quanto non sia già, per il semplice fatto che il residuo di mercato esistente comincia a far sentire la sua voce e porta a interruzioni schumpeteriane di breve termine come quella che sta vivendo il Baltic Dry Index. 

Siamo al riparo da una nuova crisi/recessione stile 2007? No, perché se a livello economico-finanziario siamo alla saturazione della saturazione che potrebbe portare con sé una sorta di processo di elisione reciproca delle bolle fino allo scoppio definitivo, l‘ultimo report dell’Eurasian Group parla chiaro e lo fa attraverso il proprio numero uno, Ian Bremmer: «Il 2018 rappresenta il più grande ambiente di rischio geopolitico mai visto nella storia. Quello appena iniziato potrebbe essere l’anno che vedrà la comunità internazionale divenire testimone dell’equivalente geopolitico dell’ultima grande crisi finanziaria». Rischio numero uno? La Cina. Leggete il report, è davvero interessante. E ne riparleremo a breve. 

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