FINANZA E POLITICA/ La scommessa che può ancora salvare il Governo dallo spread

Con la manovra il Governo vorrebbe fare male delle cose giuste. E l’esecutivo rischia di soccombere sotto i colpi dello spread. Resta solo una via d’uscita. SERGIO LUCIANO

10.10.2018 - Sergio Luciano
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Giuseppe Conte e Matteo Salvini (LaPresse)

Le notizie economiche del giorno sono due, scelga ciascuno qual è la più importante.

1) In Italia vivono 5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta, il massimo dal 2005 sia in termini di famiglie (1,778 milioni, pari al 6,9% delle famiglie residenti) che in termini di singole persone (8,4% dell’intera popolazione). Il fenomeno interessa il 6,2% dei cittadini italiani (3 milioni 349 mila) e il 32,3% degli stranieri (1 milione e 609 mila persone).

2) L’Ufficio parlamentare di Bilancio e la Banca d’Italia hanno duramente criticato la manovra del Governo, definendola sostanzialmente incapace di conseguire gli obiettivi dichiarati. Che sono sostanzialmente quelli di ridurre la povertà sia degli italiani – sussidiandoli – sia degli stranieri senza lavoro e quindi poveri facendone entrare di meno.

Quali sono le notizie più rilevanti e quelle meno? Domanda retorica: ovviamente. Ma la lettura incrociata della prima e della seconda autorizza a dire che la manovra del Governo è giusta negli obiettivi e che semmai va migliorata nelle sue parti tecniche ma non deprecata globalmente. È giusto dire così, ma i mercati dicono un’altra cosa: dicono di no al Governo, punto e basta.

I partiti d’opposizione, cioè Forza Italia e le macerie che restano del Pd, sparano a fuoco incrociato contro la manovra, e in questo fanno il loro democratico mestiere, e i media a essi legati fanno un coro assordante – mai stato così unanime nemmeno contro Berlusconi e Renzi – per demolire tutto e delegittimare il voto degli italiani che non hanno votato questa coalizione di governo ma indubbiamente hanno votato, eccome, i due partiti che la compongono. E le istituzioni tecniche, dalla Commissione europea al Fondo monetario sul fronte internazionale, alla Banca d’Italia e appunto all’Ufficio parlamentare per il bilancio, aggiungono i loro piccoli carichi.

Nel frattempo lo spread ha sfondato quota 300 e comincia a pesare sul serio sugli stessi conti pubblici che la manovra finanziaria del Governo si proporrebbe di preservare pur intervenendo, a suon di miliardi, contro la povertà (reddito di cittadinanza e pace fiscale), l’immigrazione indigente (regolando i nuovi arrivi) e a sostegno dei consumi (mini flat-tax) e del lavoro (superamento della Fornero, modifiche al Jobs Act). E i ministri – Savona in testa, che oltre a essere un economista competente ha grinta, diversamente dal timido Tria – non nascondono che se continua così qualcosa andrà pur fatto per contrastare lo spread, vaticinando (ma questa è solo una scommessa!) che comunque esso non arriverà a quota 400.

In sintesi, il Governo starebbe facendo male cose giuste. È un peccato, un vero peccato, di quelli che fanno rabbia. Perché non c’è dubbio che i problemi contro i quali la manovra vuole agire esistano, ma non c’è neanche dubbio che i mercati e le istituzioni internazionali – diversamente dalle pretese di molti detrattori – non abbiano il verbo, e non desiderino affatto il bene dell’Italia ma preferiscano un’Italia debole e asservita; un’Italia agli ultimi posti, piuttosto che un Paese competitivo, capace di contrastare i produttori delle altre nazioni sui mercato, di affermare le proprie esportazioni arginando quelle tedesche, insomma che competa. L’Europa solidale è una favola. L’Europa reale è sgangherata. Il suo Presidente è un Razzi francofono. Il commissario agli Affari economici è un bullo. Non esiste una visione sistemica che quest’Europa sappia trasmettere. Gli enormi vantaggi dell’essere europei sono mortificati, e non rappresentati da questa modestissima classe dirigente. Il barlume delle regole europee, che si limitano sostanzialmente all’austerity economica, lo dettano i soli tedeschi. E l’austerity alla tedesca deprime i sistemi e i popoli, e mette a rischio la democrazia. Eppure…

Eppure il Governo giallo-verde sta franando su due livelli: la competenza e la comunicazione, che sono poi due facce della stessa medaglia. La competenza, cioè saper fare quel che si vuol conseguire, scegliere i giusti dirigenti, procedendo senza continui passi falsi. La comunicazione, cioè evitare strafalcioni, essere credibili, evitare iperboli inutili. Al contrario: straparlano e dicono sciocchezze a man salva, Salvini meno degli altri per maggior prudenza ed esperienza politica, ma nell’insieme con un deplorevole frastuono. In nome dell’onestà non si può affidare materie tecniche a personaggi che ne siano completamente digiuni, ed è stato fatto. Ci si mette così in balìa di quella stessa tecnostruttura – i famigerati funzionari ministeriali! – che si è poi pronti a denigrare a ogni pie’ sospinto, ma che resta di fatto l’unica a sapere come si scrive un decreto, dove si pescano le risorse economiche per finanziarlo eccetera.

Il Governo sta finendo nell’angolo sospinto da uno spread che punisce – davanti agli sguardi gongolanti di un’opposizione costituita da partiti che hanno fatto di peggio! – tentativi generosi ma pasticciati di migliorare le cose. E questo modo pasticcione di procedere è imperdonabile proprio perché rovina intenzioni encomiabili. La gelida cattiveria dello spread non è quindi un giudizio di merito contro questa politica economica. È però una bocciatura senza appello della sprovvedutezza con cui si pretende di attuare questa politica economica.

Salvini pensa che le elezioni europee di maggio possano cambiare a tal punto il quadro politico a Strasburgo da indurre anche un cambiamento del contesto regolatorio internazionale nel quale le scelte di uno Stato vengono inserite e valutate. È possibile: l’Europa che definisce risanata una Grecia in realtà distrutta e svenduta ai tedeschi, l’Europa che persegue come un criminale un governatore, quello catalano, reo di aver stravinto un libero referendum autonomista, l’Europa che consente alla Francia di attaccare la Libia unilateralmente, l’Europa che pretende di lasciare i migranti nei Paesi di primo sbarco è una vergogna. Ma a maggio dobbiamo arrivarci, l’esito delle elezioni è probabile ma non sicuro – e poi è pieno di incognite: sarà mai costruibile un programma politico di qualità, con gentaglia come Orban o il premier neofascista austriaco? – e intanto il potere dello spread avrà tutto il tempo per metterci in ginocchio.

Oggi il premier Conte riunisce le aziende pubbliche per caldeggiare – perché imporre non può – un grande piano di investimenti pubblici. Scene già viste, del tutto inutili. C’è solo da sperare che gli investitori internazionali non siano così cinici da non capire che probabilmente l’Italia è oggi solo un caotico avamposto di una nuova tendenza politica che investirà tutta l’Europa e che non disinvestire oggi potrebbe rivelarsi domani una scelta lungimirante.

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