SPREAD/ Gli autogol del Governo che aiutano gli speculatori

Le dichiarazioni di alcuni membri del Governo e le scelte dello stesso esecutivo su temi, come le infrastrutture, non fanno che aiutare il rialzo dello spread. PAOLO ANNONI

10.10.2018 - Paolo Annoni
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Matteo Salvini (foto Lapresse)

Ieri mattina il rendimento del decennale italiano passava quota 3,7% con lo spread che sfiorava quota 320. Nel frattempo si leggevano i commenti al Def del Fondo monetario internazionale, della Corte dei conti, dell’Istat e della Banca d’Italia. A metà giornata l’andamento si invertiva e i titoli di stato italiani recuperavano chiudendo con un rendimento del 3,5% e uno spread sotto quota 300. Quello che rimane della giornata di ieri è che si continua a essere su livelli molto vicini a quote che metterebbero in crisi nera il sistema finanziario italiano, soprattutto, come diceva ieri Banca d’Italia, alcune banche, e lo stesso Stato italiano alle prese con un costo di rifinanziamento del debito che è già salito di molto.

Ieri le dichiarazioni politiche sono state inferiori alla media degli ultimi giorni; qualcuno, forse non a torto, ha visto un nesso di causalità con il recupero del Btp. Tra le dichiarazioni uscite ieri scegliamo, per qualche considerazione, queste due: la prima è del primo ministro Conte che si è rifiutato di fissare una soglia di spread “d’allarme”; forse si è rimediato in parte a un “errore” abbastanza evidente e grave del ministro Tria che indicando esplicitamente quota 400 ha messo un bersaglio sui titoli di stato grosso come una casa dando il via a una profezia autoavverantesi veramente nefasta e facilissima da leggere per i “mercati”. La seconda è una dichiarazione del ministro Salvini che ha ricordato il risparmio finanziario italiano come serbatoio per respingere la speculazione.

Su questo ultimo punto ci sentiamo di argomentare. Che l’economia italiana sia malata grave di crescita, schiacciata sotto il peso della burocrazia, delle tasse e di due decenni di mancati investimenti oltre che di qualsiasi difesa del sistema Paese è abbastanza evidente. È abbastanza evidente che la “miopia” dell’austerity si paga carissima con lo sfascio del sistema economico e che l’austerity non è stata altro che la clava della guerra civile europea. Che in una situazione così depressa qualcuno debba investire, in assenza di un privato comprensibilmente pauroso, è altrettanto chiaro. Il problema è che in questa finanziaria non si trova nulla che possa rendere noi italiani e il mercato più ottimisti sulla crescita italiana. Per cui anche i risparmiatori italiani fanno e faranno fatica a fidarsi.

Infatti, i progetti infrastrutturali in grado di dare una sterzata vera alla competitività italiana dopo anni di tagli che hanno portato a un deficit infrastrutturale pauroso sono stati bloccati o sono in sospeso, con un Governo, o meglio, una parte di esso, che è ideologicamente contraria; gli investimenti sulla difesa e cioè quelli che poi ci consentono di fare fatturato vendendo aerei o elicotteri impiegando migliaia di lavoratori, anche e soprattutto al sud, sono in forse. Di diminuzione delle tasse non c’è neanche l’ombra, anzi sono legittime le preoccupazioni di chi in finanziaria vede il serio rischio di un aumento. Niente nemmeno sul fronte della bolletta energetica che ammazza la competitività delle imprese industriali. Nessuna sforbiciata sulla burocrazia, incluso il disastroso sistema giudiziario, che è ormai fuori controllo e completamente deresponsabilizzato.

Nessun intervento per tenere in Italia imprese di primo piano, come Magneti Marelli, con i governi di qualsiasi altro Paese europeo che avrebbero fatto e detto di tutto. Alla faccia delle “mangiatoie”, le imprese di costruzioni italiane stanno saltando una dopo l’altra. Il mercato delle costruzioni italiano è morto sotto il peso dell’austerity e i rischi che è stato necessario prendere in mercati difficili per sostenere il fatturato sono, oltre ogni evidenza e insieme alla cattiva gestione, una causa strutturale dei problemi del settore.

In compenso una finanziaria che non fa niente per affrontare il problema della crescita italiana ha fatto crollare Btp assicurando grossi problemi sia allo Stato italiano, sia alle sue imprese che saranno vittime dell’austerity imposta dalle banche, piene di Btp, che taglieranno crediti per evitare aumenti di capitale ai minimi. Le minimizzazioni del ministro di Maio ieri sulle “7 o 8 banche in difficoltà” fanno venire i brividi per la loro incoscienza.

Se il Governo vuole fare qualcosa smetta di fare dichiarazioni che non fermeranno mai lo “spread”. Se vuole fare deficit, com’è inevitabile se si vuole rilanciare l’economia, lo faccia per la crescita e si inventi, da subito, uno spazio per riprendersi un po’ di sovranità vera senza farsi ricattare dallo “spread”. È possibile diversificare le fonti di finanziamento (più Cct?) e svincolarsi, almeno in parte, dalla trappola di dover rifinanziare qualche centinaia di miliardi di euro di Btp tutti gli anni.

Se non succede questo saranno davvero pochi i risparmiatori italiani a finanziare il Governo. Non perché mancano i soldi, ma perché mancano le idee con spese di cortissimo respiro, dal sapore elettorale e pensate malissimo per un Paese come l’Italia, fatte a discapito degli investimenti. Il Governo alza le stime di crescita, spendendo subito con tutti i rischi del caso, con i risparmiatori italiani che assistono al blocco di qualsiasi investimento strategico senza diminuzioni delle tasse e con in più gli effetti nefasti dello “spread” sull’economia reale e le imprese. Non è in questo modo che li si convince a investire in Italia.

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