SPY FINANZA/ Baviera, il voto che decide le sorti di Italia e Bce

Le banche centrali devono tornare in modalità espansiva per non far grippare il sistema. Ma occorre un casus belli per dar vita a questa operazione. MAURO BOTTARELLI

12.10.2018 - Mauro Bottarelli
eurotower_bce_francoforte_lapresse
La sede della ace a Francoforte (LaPresse)

Non perdo tempo a commentare i crolli azionari partiti mercoledì pomeriggio da Wall Street e il conseguente contagio ai mercati asiatici e poi europei, i quali tra l’altro erano già sotto pressione per lo scontro sul Def italiano e l’attesa delle elezioni di domenica in Baviera. E non lo faccio per snobismo, perché semplicemente mi toccherebbe ripetere ciò che vi dico da mesi. E non che il crollo sarebbe arrivato, visto che in quel caso basta ripeterlo senza soluzione di continuità e, ciclicamente e come un orologio rotto che due volte al giorno segna l’ora esatta, prima o poi la correzione – per la legge del mercato e dei grandi numeri – arriva. Bensì perché vi ho detto per tempo come sarebbe arrivato, con quale magnitudo e chi lo avrebbe scatenato: andate a rileggervi quanto scritto da prima dell’estate e soprattutto sul finire di agosto, quando a un meeting privato con ricchi finanziatori del Partito repubblicano, Donald Trump lanciò il primo attacco frontale contro la politica della Fed, oltretutto a due giorni dal meeting di Jackson Hole. È tutto già scritto e spiegato, così come la strategia che sottende l’intera pantomima, entrata ora nella sua fase terminale e più mediaticamente d’impatto per spaventare a tal punto governi e opinioni pubbliche da poter ricominciare a stampare, senza paura di perdere la faccia. Tutti. 

Da Washington a Pechino, da Tokyo a Francoforte: senza liquidità pressoché gratis e infinita, il sistema grippa. Il corpaccione dei cosiddetti mercati di libero non ha più nulla, chi attacca il turbocapitalismo e il liberismo selvaggio, facendo riferimento a questi crolli o all’aumento dei rendimenti obbligazionari e degli spread, o non capisce nulla di economia e finanza o è in malafede per interesse, più o meno privato. Certamente, di parte. Tertium non datur e spero che, soprattutto nell’ultimo periodo, abbiate preso coscienza di tutto questo. In ogni ambito, da quello politico nazionale a quello internazionale fino a quello, piccolo piccolo, del nostro mondo on-line. E, francamente, mi pare inutile anche lanciare allarmi prettamente strumentali sull’asta di titoli di Stato a lungo termine tenutasi ieri e che ha visto i tassi salire, su alcune scadenze-chiave, al massimo dal 2013. 

Stupirsi di cosa, signori? Al limite, occorre ragionare sulla ratio domanda/offerta, la quale a 1,26x non è esattamente da certezza granitica del fatto che l’Italia uscirà indenne e con questo assetto dalla crisi in cui il mondo sta entrando. Ve lo dico da settimane: tutto o gran parte del nostro futuro dipende dal voto di domenica in Baviera. Se sarà terremoto, lunedì c’è la forte probabilità che qualche voce autorevole in ambito europeo cominci a lanciare segnali di aiuto verso Mario Draghi, rompendo il tabù. Ormai, il Re è nudo. La plateale sparata di Donald Trump contro “la Fed impazzita” è tanto mediatica quanto falsa, una banconota da 3 euro risulta più credibile. Vi pare normale che – dopo trimestri e trimestri di crescita record dell’economia Usa, di mercati che sfondano un record al giorno, di disoccupazione ai minimi storici – appena l’altra sera Wall Street ha chiuso i battenti in profondissimo rosso, il presidente in persona abbia commentato l’accaduto, lanciandosi contro la sua Banca centrale e al termine di un briefing al riguardo? 

Basta una giornata di correzione, ancorché drastica, a mettere addirittura in discussione un baluardo storico della politica Usa, ovvero l’indipendenza della Fed dal Congresso e dalla Casa Bianca stessa? Non vi pare tutto, clamorosamente preparato e frutto di una recita a soggetto, come vi dico da mesi e mesi? Altrimenti, come spiegare l’economia solidissima spacciataci dallo stesso Trump non più tardi di inizio settimana? Basta una correzione, ancorché “rumorosa” e tutto è in discussione? Un po’ fragilina come economia del miracolo, non vi pare? 

Stanno giocando. Con il fuoco ma stanno giocando. Ora, però, qualcosa deve cambiare. E in fretta. Quantomeno va immediatamente bloccato il prossimo aumento dei tassi americani previsto per dicembre, non fosse altro perché il rendimento del Treasury decennale è ormai in area di allarme rosso a livello di contagio, il cosiddetto tantrum, su tutte le asset classes, partendo dai bond ad alto rendimento fino alle equities e alle materie prime, petrolio in testa. Poi, toccherà alla Cina pompare liquidità in dollari offshore, riattivare l’impulso creditizio globale. E allora, anche la Bce potrà andare oltre al re-investimento dei titoli già in detenzione e giocare una carta di copertura del debito sovrano su scadenze più lunghe, immunizzando per un po’ il sistema dall’infezione dello spread. 

Prima, però, occorre che il virus contagi il corpo con sintomi netti, palesi a tutti e in grado di far temere l’epidemia: poi, arriverà il dottore. Sarà l’Italia il Frankenstein di questa operazione di monetarismo faustiano? Dipende tutto dal voto in Baviera, ve lo ripeto. Parlano chiaro l’indice di volatilità (Vix) in costante aumento e i cinque cali netti di fila del Dax di Francoforte: il sistema, se crolla, lo fa perché cede l’architrave. L’Italia, in tal senso, è un bel muro portante. Il quale, però, scricchiola solo per una brutta crepa divaricante, quel doom loop fra banche e debito pubblico che ci fa tremare come foglie al vento dello spread: se si trova una soluzione a quello, leggi una calmierata della Bce alle fluttuazioni dei rendimenti, tutto torna come sei mesi fa. Quando nessuno temeva il fallimento dell’Italia. Quantomeno, non a breve o medio termine. 

È una recita tragica, frutto di politiche espansive folli e di altrettanto folli abusi – gli ennesimi – da azzardo morale sui mercati, tutti figli legittimi di quel denaro gratis e, di fatto, pubblico: il rischio di mercato, quello vero, certe distorsioni le permette fino a un certo punto, poi la correzione si innesca prima che la bolla diventi ingestibile. Le grandi crisi – dot.com, subprime, quella attuale – sono tutte dovute a politiche di stimolo o supporto pubblico che tolgono il principio di rischio e innescano l’avidità risk-free: altro che turbocapitalismo! Insomma, tocca attendere ancora poco più di 48 ore e capiremo qualcosa di più, almeno a livello europeo. Def o non Def, quota 100 o non quota 100, downgrade minacciati o meno: è tutto contorno, reso prelibato dall’interpretazione magistrale dei nostri governanti, roba da Oscar. O, in caso credano davvero in ciò che fanno, da Tso. Poco cambia. 

Attenti, però, prima di stare meglio, mettetevi in testa che sui mercati ci toccherà stare peggio. Molto peggio. Occorre quasi sfiorare la tragedia, stavolta, prima che il cavaliere bianco arrivi a salvare il mondo, accolto da plaudenti e adoranti opinioni pubbliche non più così tanto arrabbiate con l’establishment e le élites e sempre meno propense al salto nel vuoto, sia esso sotto la bandiera del sovranismo, del populismo o di altre idiozie simili, confezionate ad hoc per far sfogare la rabbia del popolino e spacciate da personaggi alla Steve Bannon. E il capolavoro di chi tira i fili, iniziato con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ed esploso con il Brexit, sarà compiuto. E io, quel giorno, toglierò il cappello e mi inchinerò alla superiorità morale, culturale e intellettuale delle oligarchie, quelle vere. Intese come governo dei migliori che utilizza masse e parchi buoi per governare il caos (e fare soldi, nel contempo). Piaccia o meno ai patetici demofili che questi tristi tempi stanno tramutando in eroi popolari e maître à penser da ipermercato. 

Vi lascio con un solo avviso, ovvero il prossimo vero fronte di emergenza: i derivati sui tassi di interesse, un vulcano che sotto il pelo dell’acqua ha già cominciato a eruttare lava e lapilli, ancorché se ne stiano accorgendo solo i player professionisti e le banche più grandi attraverso i tremori stile 2008 sulle linee di swap, come mostra il grafico. Parliamo di un nozionale a livello globale da 90 triliardi di dollari, quando solo nel 2010 erano 60: peccato che circa 10,7 dei quali siano in pancia a banche non statunitensi. Tra cui, molte europee, incapaci – salvo un intervento monstre di Bce e politica – di compiere un potenziale roll-over su quei contratti, nel caso la Fed vada avanti con il rialzo dei tassi. Occhio, perché in quella battaglia, qualcuno rischia davvero di morire. Del tutto e per sempre. E il redde rationem, come mostra il grafico, è già silenziosamente iniziato.

I commenti dei lettori