SPILLO/ Il dilemma del calzaturificio spiega perché siamo più poveri

È sempre più evidente che occorre un nuovo paradigma per superare la crisi economica. E anche il mondo politico deve rendersene conto. MAURO ARTIBANI

14.10.2018 - Mauro Artibani
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(LaPresse)

L’abitudine è quell’abito mentale che veste il consueto, non il nuovo. Toh guarda giusto voi, nostalgici dell’economia della produzione, dove quelli del capitale e gli altri del lavoro se le davano di santa ragione per poter intascare il meritato e i consumatori fuori dal ciclo a ristorar bisogni. Beh, ancora oggi, cari miei, quel consunto consueto vi veste e vi calza; né vi scuote il fatto che quella stessa economia, dall’esser stata della produzione, si sia fatta dei consumi [1]; quel posto, insomma, dove hanno più bisogno i produttori di vendere chi i consumatori di acquistare.

Toh guarda questa mattina, anch’io, nel calzarmi mi sono accorto di avere un buco in una scarpa. Preso dal bisogno esco e ne acquisto due, nuove. Non tutti hanno le scarpe sfondate, chi ce le ha fa come me. Poi ci son quelli fedeli alla moda e se cambia le cambiano; ci sono pure i collezionisti, finanche quelli che le acquistano solo per sfizio. Tutti si va in negozio, scegliamo, acquistiamo, paghiamo.

Efisio, capo dei calzaturai del calzaturificio “Frosi”, incassa, fa i conti; conta pure le scarpe ancora in magazzino; mette nel conto pure la fine della stagione che si avvicina, impreca. Veniamo a noi, cari della vecchia sinistra, agitate i neuroni e…. lo sentite l’acro odore di un bel conflitto tra Capitale e Lavoro? Diamo un’occhiata. Quest’ Efisio impreca perché, a conti fatti, ha mal gestito i fattori della produzione. Eppur ci aveva messo la capacità di imprendere e il capitale e quelli che stanno con lui il lavoro.

Quando si accorge del danno, ci risiamo, taglia il costo di quel lavoro che ha sovrapprodotto, la solita storia insomma. Sì la solita, quella che pressappoco sembrano raccontar tutti: un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro, elaborando dati Eurostat, mostra come dal 2007 al 2017 gli italiani abbiano perduto l’8,4% del loro reddito pro capite, un calo pari a 2.400 euro a cittadino. Ehi, c’è pane per i vostri denti e azzannar l’ingiustizia.

Calma e gesso. Quello Scarpantibus quando fa questo ha in testa un dilemma: “Riduco la paga a quelli che hanno lavorato facendo troppo; riduco il costo del lavoro per abbassare i prezzi, migliorare la capacità competitiva e vendere quell’invenduto che altrimenti brucia risorse?”. Mentre ancor dilemma si accorge di come gli sia rimasto in tasca quella parte dell’incassato con cui remunera il capitale; massì, quel che gli tocca degli utili per la gestione dei fattori produttivi e la quota di profitto del rischio d’impresa. Bene da dilemma a dilemma, il vostro: Efisio, che ha mal gestito i fattori della produzione, ci marcia o quel meccanismo “automatico” che trasferisce quanto incassato della spesa ai fattori produttivi, gli ha consentito di tenersi l’immeritato resto in tasca, malgré soi?

Un bel dilemma eh? Già, pure perché così la produttività totale dei fattori collassa; si va a sbattere insomma! La colpa dite? Ecco sì, la colpa. Per generare la crescita economica, produrre e lavorare sono la condizione necessaria, niente affatto sufficiente se si è prodotto quell’invenduto che brucia risorse. La spesa sì! Quella dei consumatori ne fa i due terzi. Nell’economia dei consumi, dove “la mia spesa è il vostro reddito” e la spesa di tutti è reddito per tutti, quel meccanismo di trasferimento misconosce questo ruolo. Sì, perché se per fare la crescita quest’esercizio di consumazione si rende indifferibile, questa indifferibilità reclama l’impiego di risorse produttive scarse: il tempo, l’attenzione, l’ottimismo. Giust’appunto queste risorse produttive che proprio quell’invalido, attempato meccanismo non misura né remunera.

Già, sapete di chi è figlio questo improvvido trasferimento? Il padre, quel vecchio paradigma che ha consacrato i produttori come “generatori della ricchezza”; il nonno, quel cantore di quell’economia della produzione, di cui si diceva. Bene, è tempo di lasciare il Novecento, farsi prossimi all’oggi. Oddio, quelli del Pd ci hanno provato, si sono affacciati al nuovo millennio per scrutare, ancora scrutano. Vi vedo scettici: ennò proprio quando tocca ripensare i modi della rappresentanza politica?

Già, proprio la politica, per dirla con Guglielmo Minervini, dovrebbe cambiare attitudine di fronte alle cose da fare per governare i fatti: “Non quante risorse stanziare, quante invece risorse attivare”. Sì, perché se per quelle da stanziare non v’è il becco d’un quattrino, quelle da attivare a guardar bene si possono scorgere dentro quel vecchio, farraginoso, iniquo meccanismo di trasferimento, giust’appunto! Morite dalla voglia di redistribuire, magari attrezzando un adeguato ambiente normativo, al fin di esercitare il ruolo che vi spetta e meritare l’emolumento? Bene, vi prendo in parola: ricordate quel “profitto” un tempo considerato illecito? Beh, oggi è incongruo! Sì, questo remunero del rischio d’impresa, dentro un’economia dei consumi, circolare e continua, manca di ragione strumentale. Lì dentro, quando tutti gli agenti economici dispongono dalle adeguate risorse produttive per fare quel che gli spetta, il sistema gira; girando, quel rischio viene abbattuto!

Ta-ta-tà: le scorgete le risorse da riallocare a quelli della spesa, perché questo si renda possibile?Occhio, sono le nicchie di profitto che vengono incassate in ciascun tratto delle filiere, più o meno lunghe, del sistema produttivo. Dovete fare in fretta per non farvi esautorare; ci sono, nel mondo, grandi imprese che già lo fanno: rende! Ehi, da buoni tutori del lavoro siete ancora scettici? Bene, come intendere quell’obbligato esercizio di consumazione se non un lavoro che, agito, smaltisce quanto prodotto e fa riprodurre attivando lavoro produttivo buono? Sì, lavoro buono quello generato dalla spesa, fornito dall’impresa e remunerato con i proventi di quella stessa spesa. Prosit!

[1] L’economia dei consumi prende il posto dell’economia della produzione quando l’offerta supera strutturalmente la domanda. Quando insomma, per fare la crescita si impone l’obbligo del consumare ben oltre il bisogno, si chiude un’epoca, si apre al nuovo.

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