MANOVRA E POLITICA/ I numeri che non aiutano le scelte del Governo

- Giuseppe Pennisi

Difficile pensare che tutte le risorse stanziate per la manovra vengano spese l’anno prossimo. Ma una recessione in arrivo rischia di guastare i piani del Governo. GIUSEPPE PENNISI

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Giovanni Tria (Lapresse)

Entro la mezzanotte di oggi 15 ottobre, secondo calendario, lo schema di Legge di bilancio deve essere inviato alla Commissione europea. In passato – è vero – sono state inviati testi con pagine in bianco e omissis, nonché trasmettendo le tabelle dopo alcuni giorni di ritardo. Sono certo che dopo tante polemiche sulla Nadef (Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza), il Governo “del cambiamento” vorrà fare di meglio e di più. E potrà farlo anche grazie all’intenso dibattito tra i contraenti del “contratto di governo” e tra questi ultimi e le istituzioni, anche europee, durante il processo di preparazione della Nadef.

Verrà presentato come “il bilancio del cambiamento” che, secondo la narrativa ormai entrata nell’uso comune e ormai metabolizzata anche da quel-che-resta-dell-opposizione, rappresenterebbe una vera svolta: dopo anni di politiche di bilancio all’insegna dell’austerity (usano il termine inglese anche coloro che hanno difficoltà con i congiuntivi nella loro lingua madre), si passerà a politiche di bilancio della crescita e dello sviluppo. Ma la narrativa corrente corrisponde a quanto dicono i numeri? Diamo prima un’occhiata al passato e poi a quanto si sa del bilancio per il 2019.

anno 1992 – saldo primario +1.9% avanzo

anno 1993 – saldo primario +2.1% avanzo

anno 1994 – saldo primario +1.5% avanzo

anno 1995 – saldo primario +3.9% avanzo

anno 1996 – saldo primario +4.4% avanzo

anno 1997 – saldo primario +6.2% avanzo

anno 1998 – saldo primario +4.8% avanzo

anno 1999 – saldo primario +4.6% avanzo

anno 2000 – saldo primario +4.8% avanzo

anno 2001 – saldo primario +2.7% avanzo

anno 2002 – saldo primario +2.4% avanzo

anno 2003 – saldo primario +1.6% avanzo

anno 2004 – saldo primario + 1% avanzo

anno 2005 – saldo primario +0.3% avanzo

anno 2006 – saldo primario +0.9% avanzo

anno 2007 – saldo primario +3.2% avanzo

anno 2008 – saldo primario + 2.2% avanzo

anno 2009 – saldo primario -0.9% disavanzo

anno 2010 – saldo primario 0.0% pareggio

anno 2011 – saldo primario +1.2% avanzo

anno 2012 – saldo primario +2.2% avanzo

anno 2013 – saldo primario +2.0% avanzo

anno 2014 – saldo primario +2.2% avanzo

anno 2015 – saldo primario +2.0% avanzo

anno 2016 – saldo primario +1.5% avanzo

In breve dall’ingresso dell’Italia nell’euro l’avanzo primario è stato inferiore a quel 5% che negli anni della marcia verso l’ingresso nella moneta unica si riteneva fosse il “saldo obiettivo” per portare gradualmente il nostro stock di debito al 60% del Pil (come pattuito nel Trattato di Maastricht). Dall’inizio della crisi (2008), l’avanzo primario è diminuito in misura significativa e nel 2009, si è segnato un disavanzo primario. Insomma, una politica di bilancio non proprio restrittiva. E non che fosse tale per controbilanciare restrizioni monetarie. Lo indica il grafico che viene fresco- fresco dal Fondo monetario internazionale.

In breve la politica monetaria europea è stata tanto espansionista quanto quella americana tranne che nel 2010-2014 quando politiche e mercati sia europei che americani sono stati travolti dalla crisi greca. Come si spiega che gli Usa sono usciti dalla crisi al galoppo, l’Unione europea al passo, e l’Italia restando al palo, e anzi perdendo reddito nazionale rispetto al 2008? A mio avviso una spiegazione è il differenziale di produttiva. E come mai la povertà è cresciuta in molti Paesi europei, tra cui l’Italia, più che negli Usa. In parte è da imputarsi al differenziale di crescita, in parte alle politiche tributarie, in parte all’”economia sommersa’ (oltre il 19% degli occupati, secondo i dati Inps) che falsa il quadro.

Il “bilancio del cambiamento” si presenta realmente tale con il disavanzo programmato al 2,4% del Pil mentre, secondo il ministro dell’Economia e delle Finanze, la “linea del Piave” sarebbe dovuto essere l’1,6% del Pil. Vediamo le principali voci di spesa care alla Lega. Per la “sicurezza” un solo elemento comporta spese aggiuntive: l’aumento di 10.000 unità delle Forze dell’ordine. Ci vorrà un concorso e anche utilizzando procedure semplificate ciò richiederà almeno 18 mesi dalla data di pubblicazione del bando. Ciò vuol dire che nel 2019 si spenderanno unicamente le “propine” (peraltro irrisorie) per i commissari di esame. Il piatto forte tra i provvedimenti prioritari per la Lega è il superamento della Legge Fornero, una spesa aggiuntiva di 7 miliardi. La stima si basa sull’assunto che tutti coloro che raggiungeranno Quota 100 correranno all’Inps per chiedere la liquidazione della pensione. È un’ipotesi curiosa in quanto molti dipendenti – almeno la metà – vorranno restare in impiego per non avere una decurtazione di reddito, poter fruire di aumenti di salario negli ultimi anni di carriera o semplicemente perché interessati al loro lavoro e spaventati dalla prospettiva di passare le loro giornate ai giardinetti. Analisi sociologiche recenti dicono che al massimo il 60% degli interessati opteranno per Quota 100. Inoltre, si andrà per “finestre trimestrali”. Utilizzando un semplice calcolo delle probabilità appare più realistica una spesa nel 2019 di 3 miliardi al massimo.

Ancora meno verrà erogato per le pensioni e il reddito di cittadinanza, la pietanza che tanto preme al M5s: è semplice aumentare il minimo previdenziale e utilizzare un miliardo per risorse umane e strumentali addizionali dei Centri per l’impiego, ma molto complesso fare giungere i soldi nelle tasche di chi è in stato di bisogno. Occorre definire regole e procedure tramite decreti attuativi, circolari, formazione per gli impiegati e prevedere il solito corredo di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Se tutto va bene, i primi soldi arriveranno per il Natale 2019.

E l’aumento della spesa per investimenti pubblici? Se non si procede di corsa con Tav, Tap e Terzo valico e con i progetti della “legge obiettivo” di berlusconiana memoria, nei cassetti c’è grande penuria di progetti pronti a essere appaltati e cantierati.

Con questi “risparmi di spesa” dovremo essere tutti contenti perché si ridurrà il rapporto debito/Pil? Non proprio. In primo luogo, basta aprire The Economist del 12 ottobre per leggere che una nuova recessione è in arrivo e siamo tutti maledettamente impreparati. Chi non si fida del settimanale della “perfida Albione”, legga il Policy Research Working Paper No 123899 della Banca Mondiale dove tre economisti che nulla hanno a che fare con il “bilancio del cambiamento” italiano affermano a tutto tondo che è in atto uno slowdown (rallentamento) dell’economia mondiale: a via Venti Settembre ne hanno senza dubbio una copia che merita di essere meditata.

In questo quadro la crescita del Pil dell’Italia, che una settimana fa i 30 maggiori istituti econometrici stimavano allo 0,9% per il 2019 (il coraggioso Nadef sosteneva che grazie al “bilancio del cambiamento” si sarebbe raggiunto l,5%-1,6%), ora pare rasoterra. Tanto più che se non ci sono novità in sede europea, dal primo gennaio non si potrà contare più sul Quantitave easing della Bcee

Inoltre, le spese “in competenza” nel 2019 si riverseranno sul 2020 (e anche sul 2021), provocando una tracimazione. Ciò non potrà non mettere in subbuglio i mercati, le agenzie di rating, i risparmiatori. Con brutti effetti sul debito degli italiani.

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