SPY FINANZA/ Da Sears a Verizon, l’amara verità sull’economia Usa

- Mauro Bottarelli

Non arrivano segnali confortanti sullo stato dell’economia degli Stati Uniti, nonostante si sia per tanto tempo parlato della sua ripartenza. MAURO BOTTARELLI

Trader-Borsa_Usa_Lapresse
Lapresse

Sears è una catena di grande distribuzione statunitense. Anzi, per anni e anni, quelli che Bruce Springsteen chiamerebbe i glory days degli Usa, è stata “la” catena, il marchio inconfondibile, gli scaffali da cui tutti, in ogni Stato, almeno una volta nella vita avevano preso qualcosa. Non si poteva non essere stati almeno una volta da Sears. Non fosse altro, perché era ovunque. Fondata nel 1886 da Richard Warren Sears e Alvah Curtis Roebuck, fu dapprima basata su vendite per catalogo, aprendo successivamente il suo primo negozio nel 1925. In termini di vendite interne agli Stati Uniti, Sears è stata il più grande dettagliante fino al 1989, quando venne superata da un altro gigante come Walmart.

No, non sono impazzito. È che mi sarebbe piaciuto parlarvi del risultato delle elezioni in Baviera oggi, ma i tempi di consegna del mio articolo del lunedì per l’impaginazione non mi consentivano di attendere quantomeno il secondo exit-poll: insomma, avrei dovuto scrivere totalmente alla cieca rispetto alla realtà, basandomi unicamente sui sondaggi. Peccato, perché comunque sia andata, sarà la notizia del giorno. Anche – o, forse, soprattutto – sui mercati. Ma oggi succederà anche dell’altro e su questo sono certo, posso scriverlo senza timore di smentita: Sears porterà i libri in un tribunale di New York per la Chapter 11, la bancarotta controllata. E le è andata bene, cari amici. Perché fino a venerdì pomeriggio, l’ipotesi per cui spingevano i suoi creditori – fra cui Bank of America, Wells Fargo e Citigroup – era quella del Chapter 7, la liquidazione punto e stop, onde evitare che la prosecuzione dell’operatività si traducesse per loro in ulteriori perdite potenziali sul debito. Alla fine, si è scelta una soluzione meno traumatica.

In base al piano d’emergenza che costituisce la base dell’accordo che oggi verrà ratificato davanti a un giudice newyorchese, Sears chiuderà 150 punti vendite (parliamo di ipermercati, non drogherie) e ne terrà aperti altri 300, mentre per i rimanenti 250 il destino resta tutto da scrivere. Il piano è quello di massimizzare al massimo lo shopping natalizio attraverso i centri che resteranno aperti, operazione che verrà finanziata dai creditori attraverso un prestito di emergenza che andrà da un minimo di 300 a un massimo di 500 milioni di dollari. Poi, dopo Natale, si vedrà. In ballo ci sono i posti di lavoro (e le vite) di circa 90mila dipendenti.

Di più, per sperare di tenere aperti più punti vendita possibili, Sears non solo dovrà sperare in un Natale stellare, ma anche di riuscire a vendere – in un momento di mercato ultra-depresso, visto il numero sempre crescente di mall che chiudono e il prezzo a piombo degli spazi di vendita per piede quadrato – più centri possibili, al fine di introitare altro denaro. Il quale, ovviamente, in prima istanza andrà a sanare i debiti. Poi, si vedrà. Una brutta storia. Una storia americana, però. Anzi, una fetta della storia d’America che chiude. Per sempre. E, paradosso dei tempi e della narrativa, nel momento in cui l’economia Usa, a detta di quasi tutti, starebbe scoppiando di salute. Più che altro, sta solo scoppiando. Come una bolla. Di indebitamento.

Guardate questo grafico, ci mostra quanto è stato perso a livello di valore di mercato, prima obbligazionario e poi azionario, a livello globale nelle ultime due settimane: 6 triliardi di dollari. Puff, bruciati. E quasi, non fosse stato per lo schianto di mercoledì a Wall Street e poi in Asia, nel silenzio generale. Almeno così sembra, perché in America – come vi dico sempre – le cose funzionano come nell’antico Senato romano: si dibatte, ci si azzuffa, volano gli stracci, Poi, però, alle province dell’Impero arriva – e deve arrivare – un solo messaggio, univoco. Forte e chiaro. Fino alla scorsa settimana, era un messaggio di forza e ottimismo, erano i tweets di Trump a ogni nuovo record della Borsa o del tasso di disoccupazione che aggiornava nuovi minimi. Ora, qualcosa è cambiato. E non sui blog o nelle discussioni accademiche. Sulla grande stampa. E non rispetto alla figura di Trump, bensì rispetto alle prospettive dell’economia.

 

Di colpo, i media mainstream americani hanno scoperto il rischio di una nuova recessione. Ad esempio, il New York Post, il quale giovedì scorso ha pubblicato un articolo il cui fulcro era il seguente: «“Pensiamo che le economie maggiori a livello globale siano sulla cuspide e alla vigilia di una correzione che si tradurrà nella peggior recessione degli ultimi dieci anni”, ha dichiarato Murray Gunn, capo dell’ufficio studi della Elliott Wave International. E in una nota, ha aggiunto: “Se l’economia Usa dovesse cominciare a contrarsi e le nostre analisi suggeriscono che lo farà, gli alti livelli nominali di debito si trasformerebbero immediatamente in un problema molto serio”». E Bloomberg? «Due terzi degli economisti degli Usa si attende una recessione che cominci alla fine del 2020, mentre una larga parte di rispondenti al sondaggio ritiene che la politica commerciale sia il rischio maggiore per l’espansione economica. Circa il 10% degli interpellati vede la contrazione cominciare nel 2019, il 56% nel 2020 e il 33% nel 2021 o più tardi, stando a un sondaggio fra 51 analisti pubblicato dalla National Association for Business Economics».

Soltanto due mesi fa, azzardare una previsione del genere avrebbe creato scandalo. E garantito un Tso o un esorcismo all’eretico di turno. E l’Economist, la Bibbia laica del mercato e il lanciatore di allarmi numero uno nel mondo dei media che contano? Non sto nemmeno a entrare troppo nel dettaglio del numero in edicola, vi basti la copertina e il titolo scelto per il servizio speciale: Politiche tossiche e Banche centrali vincolate potrebbe rendere la prossima correzione difficile da cui scappare.

 

E quando sono i guru della City, storicamente poco inclini all’allarmismo e portati verso un ottimismo pragmatico, ancorché spesso ideologico più che basato sui fatti, significa i guai sono all’orizzonte più di quanto possa sembrare. Per capirci, molto prima del 2020 previsto da qualcuno. E vogliamo parlare dell’America che non conosce crisi, dell’ombelico del mondo, di New York? Bene, il totale delle vendite immobiliari a Manhattan è calato dell’11% nel terzo trimestre di quest’anno su base annua, registrando il quarto trimestre di fila di calo a doppia cifra, stando a dati appena pubblicati dalla Douglas Elliman Real Estate e dalla Miller Samuel Real Estate Appraisers & Consultants. Insomma, nel centro del mondo, i prezzi calano, il numero di appartamenti invenduti sul mercato aumenta e gli sconti sul prezzo si fanno non solo più diffusi ma anche più consistenti. E non alla periferia di Buffalo o Baltimora, a Manhattan. D’altronde, per comprare casa serve un lavoro. A Manhattan ne serve uno con uno stipendio da parecchi zeri, ma in tutti gli Usa l’offerta è varia, un po’ per tutte le tasche: peccato che a livello nazionale, il dato parli di una revisione dei prezzi degli immobili al ribasso a una tasso così rapido come non si registrava dal 2010.

E se per comprare a Manhattan non basta un lavoro qualunque, anche per un bilocale in New Jersey la faccenda rischia di complicarsi. Già, perché Verizon, il più grande provider di comunicazioni wireless degli Usa, ha sede proprio in quello Stato, per l’esattezza a Basking Ridge e la scorsa settimana, come nel film Tra le nuvole con George Clooney, ha consegnato ad altrettanti dipendenti circa 44mila Voluntary Severance Package (VSP), ovvero offerte per cessazione del rapporto. Buonuscite o indennizzi di fine rapporto, per capirci. Mentre circa 2500 persone appartenenti allo staff IT verranno trasferite alla Infosys, in base a un contratto di outsourcing da 700 milioni di dollari. Ah, scusate, ho dimenticato di dirvi dove ha sede la Infosys: a Bangalore, in India. Da giugno, quindi, circa il 30% dei 153.100 dipendenti di Verizon resterà a casa, in ossequio a un piano di tagli quadriennale che dovrebbe portare a risparmi per 10 miliardi di dollari entro la fine del 2021.

Va beh, direte voi, è il mercato. Sicuramente, con i tagli fiscali garantiti dall’amministrazione Trump, ci sarà la fila di multinazionali estere pronte a investire in America. Sicuri? Questo grafico pare dirci proprio di no, visto che gli investimenti esteri diretti sono negativi. E i numeri sono chiari, forniti dalla fonte più ufficiale possibile, lo U.S. Bureau of Economic Analysis. Tutta colpa della guerra commerciale con la Cina? Anche, forse. Ma nonostante gli investimenti cinesi negli Usa siano quadruplicati fra il 2014 e il 2016, lo scorso anno hanno pesato solo per l’1% scarso degli investimenti diretti negli Usa. Quindi, difficile imputare a Pechino una ritorsione tale da far crollare l’indicatore di attrattività a business-friendship per antonomasia.

Una narrativa un po’ diversa da quella che vi hanno venduto finora, vero? Bene, fatene tesoro. Non tanto e non solo perché occorre conoscere per giudicare, ma, temo, perché presto anche i numeri magici del Def italiano potrebbero rivelarsi per ciò che sono in realtà. E non essendo preparati, il risveglio potrebbe essere traumatico. La verità non è mai quello che appare. E i media non vi forniscono notizie, vi vendono una narrativa. Così come Sears vendeva beni di consumo, quando l’economia americana non era solo debito e illusione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori