LEGGE DI BILANCIO/ Campiglio: Renzi vuole guarire un malato terminale con l’aspirina

- int. Luigi Campiglio

Secondo LUIGI CAMPIGLIO, per fare ripartire l’economia italiana non occorrono tagli alle tasse e sovvenzioni alle imprese, quanto piuttosto una dose massiccia di investimenti pubblici

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Matteo Renzi (Foto: LaPresse)

Tre priorità per la nuova legge di bilancio. Sono state illustrate a Porta a Porta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Al primo punto ci sono le pensioni, con il ritiro anticipato dei lavoratori più anziani e la quattordicesima mensilità per chi percepisce gli assegni più bassi. Al secondo i lavoratori autonomi, con un risparmio fiscale di 1.000 euro all’anno per i titolari di partita Iva. Al terzo i dipendenti pubblici, con un rinnovo contrattuale sulla base di criteri di merito nonché misure a sostegno della competitività. Abbiamo inquadrato il profilo della nuova legge di bilancio con Luigi Campiglio, professore di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professore, come valuta gli elementi portanti della nuova legge di bilancio di Renzi?

Sulla base delle manovre di bilancio degli ultimi anni, in particolare da quando Renzi è presidente del Consiglio, il rischio maggiore è quello di trovarci di fronte a intuizioni buone e condivisibili ma utilizzando strumenti che si rivelano inappropriati. Penso in particolare alla quasi indiscriminata e massiccia redistribuzione di risorse alle imprese, a prescindere dal fatto che ne avessero o meno bisogno.

Con quali conseguenze?

A esserne rafforzate sono state le imprese che avevano margini di profitto più limitati sui mercati esteri. Di certo però queste misure non hanno risolto un problema chiave che permane oramai da almeno quattro anni, e cioè la debolezza della domanda interna. Del resto la crisi italiana per la sua lunghezza oramai si sta portando dietro conseguenze che è sempre più difficile evitare.

Quali misure dovrebbe contenere la legge di bilancio per essere efficace?

Alcuni commentatori economici sostengono che la politica migliore si basi sulla riduzione della pressione fiscale. Questo è certamente condivisibile in linea di principio. Oggi però ci troviamo in una situazione di crisi e di non crescita, sempre sperando che nei mesi che verranno il Pil italiano non registri il segno meno. Se noi riduciamo la pressione fiscale, il debito pubblico che sta così a cuore a tutti anziché diminuire aumenterà. Ciò rafforzerà la spinta a ridurre la spesa pubblica, anche quella che oramai è ridotta all’osso.

Proprio in questi giorni l’ex commissario alla spending review, Roberto Perotti, ha denunciato che i tagli non sono stati fatti per mancanza di volontà politica. Lei che cosa ne pensa?

Il vero problema è un altro. In linea di principio la spending review è uno strumento di razionalizzazione intelligente della spesa, per fare in modo che il tenore di vita reale del cittadino aumenti. In realtà però da molti anni questo strumento si è rivelato un taglio a mosaico.

In che senso?

L’attenzione di fondo è stata quella di ridurre la spesa pubblica, mentre c’è stata scarsa attenzione su che cosa si andava a tagliare. L’idea di ridurre le tasse per molti è certamente attraente, ma significa poi dovere tagliare ancora di più la spesa. In questi anni di crisi va ricordato che la spesa pubblica in Italia è stata diminuita già parecchio in termini reali. Quello che andrebbe messo in campo è piuttosto uno strumento che sia veloce, produca in tempi rapidi un miglioramento dell’occupazione, redditi più stabili, sostenga in questo modo le prospettive della domanda interna e migliori la competitività.

A quale strumento si riferisce?

Per avere tutte queste cose insieme lo strumento più adeguato sono gli investimenti. In Italia gli investimenti privati non ci sono, e anche le imprese si sono ridimensionate come capacità produttiva, quantomeno sul mercato italiano. Occorrono quindi investimenti pubblici, che richiedono un’attenzione maggiore, ma in una situazione di emergenza sono davvero un volano importantissimo per rimettere in movimento gli investimenti privati.

 

Nel frattempo la produzione industriale in Germania è diminuita dell’1,5%. Che cosa dobbiamo attenderci in Italia?

Dal 2013 a oggi la produzione industriale in Germania non era diminuita in modo preoccupante, ma era rimasta stabile. Ciò deve fare riflettere, perché finora la crescita della “locomotiva tedesca” è stata trainata dalle esportazioni. Quindi la produzione industriale avrebbe dovuto essere probabilmente più brillante anche negli ultimi due anni. Invece secondo il Qe, l’istituto di statistica tedesco, nel mese di luglio la produzione industriale tedesca è diminuita dell’1,5% rispetto a giugno, tenuto conto degli effetti stagionali e della correzione per i giorni lavorativi…

 

E’ la prima volta dal 2013 che si registra un calo netto?

Sì, e del resto tra maggio e giugno la produzione industriale in Germania era cresciuta dell’1,1%. Una diminuzione mensile, nella situazione attuale della Germania, va guardata con attenzione per capire se sia un dato che poi si ripeterà anche ad agosto e settembre. E’ certo che se la Germania dovesse frenare, ci dobbiamo attendere qualche problema in più anche in Italia.

 

Quanto pesa per l’Italia l’andamento dell’industria tedesca?

In base ai dati 2015, le esportazioni della Germania verso l’Italia valgono 58 miliardi di euro mentre quelle dall’Italia alla Germania sono pari a 49 miliardi. Il saldo netto è quindi pari a 9 miliardi a favore dei tedeschi. Le grandezze di cui stiamo parlando sono rilevanti per l’Italia ma anche per la Germania.

 

E quindi?

Quindi è inevitabile che un rallentamento oltre una certa soglia della produzione industriale tedesca vada a influire a cascata anche sull’interscambio con i Paesi con cui la Germania ha maggiori rapporti, tra cui il nostro. La posizione dell’Italia del resto negli ultimi anni certamente non si è rafforzata, basti pensare al caso Fiat-Fca Italy, la cui produzione è volata negli Stati Uniti con Fiat Chrysler Automobiles mentre la sede legale e amministrativa è stata trasferita in Paesi Bassi e Gran Bretagna.

 

(Pietro Vernizzi)



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