MANOVRA E SPREAD/ La svolta che può tenere ancora buoni mercati, agenzie di rating e Bruxelles

- int. Leonardo Becchetti

Il governo dovrebbe puntare con maggior decisione su infrastrutture e innovazione, limando il deficit e la spesa corrente, che non aiuta una ripresa in forte frenata

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Giovanni Tria (Lapresse)

“Le previsioni Ue sull’Italia non mi paiono neanche troppo cattive. Non ci potevamo aspettare di meglio. Europa è can che abbaia e non morde. Quello che dobbiamo guardare è lo spread sui mercati. Né loro né le società di rating sono state severe col governo”. Così ha twittato, giovedì 8 novembre, Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università Roma “Tor Vergata”. Ieri, però, lo spread è tornato a sfiorare i 300 punti e negli ultimi sei mesi il suo innalzamento, rispetto ad aprile,“è già costato 1,5 miliardi di interessi in più al contribuente. Costerebbe oltre 5 miliardi nel 2019 e 9 miliardi nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati”, come riferito ieri dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Federico Signorini, nel corso di un’audizione sul Ddl di bilancio. E anche l’Ufficio parlamentare di bilancio ha stimato che un aumento di 100 punti su tutta la curva dei rendimenti può comportare un onere per lo Stato di poco superiore agli 11 miliardi di euro nel biennio 2019-2020.

Professore, lo spread ci penalizza o no?

Questo livello di spread produce un aumento di spesa per interessi e quindi ci penalizza, visto che 100 punti di spread rappresentano 3-4 miliardi di spesa per interessi in più. Ma tutto questo è già messo in conto. Voglio dire che, in fondo, non possiamo parlare di Europa cattiva, perché la responsabilità è solo nostra. In questo momento non siamo stati trattati male né dai mercati, né dalle società di rating, né dalla stessa Ue.

Perché ne è convinto?

Le società di rating, sulla base del livello del nostro spread, avrebbero dovuto abbassare ancora di più il rating dei nostri titoli, invece non l’hanno fatto. Per nostra fortuna.

E l’Europa?

In fondo Bruxelles sta negoziando, ma non mi pare che abbia interesse a creare una crisi all’interno dell’Eurozona.

Anche i mercati sono stati poco severi con l’Italia?

Sì, non vedo un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese; se ci fosse, la dinamica dello spread sarebbe ulteriormente peggiorata. Invece, semplicemente, il mercato ha preso nota che c’è un livello di rischio più elevato, e si è fermato lì.

Secondo lei, su quali basi poggia questa benevolenza o scarsa severità?

Da una parte, mercati e agenzie di rating considerano il rischio Paese effettivamente aumentato, ma dall’altra tengono anche conto del fatto che l’Italia è un Paese robusto, che dispone di una notevole quantità di risparmio.

Che cosa ha fatto aumentare il rischio Paese?

Non solo il fatto che con la manovra del governo Conte il debito non scenderà, ma anche che questa manovra non stimolerà la crescita. Ci sono molte incertezze sul fatto che questo governo sia a favore o meno delle infrastrutture, che per l’economia sono un fattore molto importante. Rispetto al governo precedente, poi, che aveva spinto molto sul fronte dell’innovazione con tutta una serie di incentivi per mettersi alla pari con la qualità tecnologica, l’esecutivo giallo-verde sembra crederci di meno. Le sue priorità puntano più su una spesa corrente che non va a dare uno stimolo positivo all’economia. Penso sia questo il timore che aleggia oggi sull’Italia.

Che “cuscinetto” di tempo abbiamo per non rischiare che mercati e agenzie di rating cambino atteggiamento e giudizio?

Non bisogna essere troppo tranquilli, perché i segnali macro che arrivano non sono buoni. C’è stato un rallentamento molto forte dell’economia e le aspettative degli imprenditori sono peggiorate. Il rischio è che la ripresa si fermi, e a quel punto il deficit può salire parecchio. Insomma, in questo momento i segnali per il prossimo futuro non sono incoraggianti e il quadro potrebbe cambiare, anche se non a brevissimo.

Che cosa dovrebbe fare, allora, il Governo?

Dare alcuni segnali importanti in materia di infrastrutture, sostegno agli investimenti e all’innovazione, rimozione dei limiti strutturali del sistema Paese. Tutte cose che sono già ben chiare agli occhi del ministro Tria, visto che ha intenzione di creare una task force con il compito di ridurre vincoli e ostacoli burocratici che rallentano gli investimenti pubblici. Anche se sono misure che hanno effetti, un po’ lenti, nel tempo.

Può bastare una cabina di regia che monitora trimestralmente l’andamento degli investimenti pubblici per superare il deficit di capacità progettuale e di efficienza amministrativa che caratterizza l’Italia?

La scelta di una cabina di regia è molto giusta. L’unico dubbio è su quanto tempo poi ci vorrà perché tutto questo si traduca in un effetto positivo.

Perché, secondo lei, l’Europa è “can che abbaia e non morde”. Non dobbiamo temere la procedura d’infrazione?

Alla fine ci sarà tutto l’interesse a non arrivare a una rottura, nessuno vuole una crisi all’interno dell’Eurozona, perché sarebbe negativa per tutti. Si farà di tutto, da entrambe le parti, per trovare un compromesso, che resta tuttavia difficile perché non si deve far fare brutte figure a nessuno dei due.

Insomma, l’Italia non deve dare l’idea che ha ceduto, come è nelle intenzioni dichiarate del governo?

Secondo me, questa posizione è una sciocchezza. È come se la politica economica, facendo una metafora automobilistica, si guidasse andando sempre in terza e a 50 all’ora. Una persona brava alla guida, invece, cambia velocità, cambia le marce, perché deve tenere conto del terreno, del traffico, dell’ambiente circostante. L’immagine che il virtuoso non cambia mai idea è un po’ puerile. Bisognerebbe fare un passo in avanti di maturità: è intelligente cambiare in corsa la guida, adattandola alle circostanze.

Mettendo, dunque, mano alla manovra? Ma dove?

Darei molta forza al pacchetto Industria 4.0, che ha avuto un ruolo molto significativo. E poiché l’economia dipende molto anche dalle aspettative, il governo dovrebbe dare un segnale chiaro che si punta con decisione al miglioramento e al potenziamento delle infrastrutture, fisiche e digitali, agli investimenti, all’innovazione, all’efficienza del sistema Paese. Sono tutti fattori decisivi. Resto convinto che il problema numero uno dell’Italia siano il costo della burocrazia e i tempi della giustizia civile. Ma è pur vero che con questo governo è difficile pensare che ci sarà una svolta.

Il ministro Tria ha dichiarato che verranno “confermati i pilastri della manovra”, perché “per evitare la procedura servirebbe correzione suicida”. Che ne pensa?

È giusto essere un po’ critici nei confronti dell’approccio troppo rigorista sui conti pubblici. In questo frangente, un conto era non superare un deficit dell’1,6-1,9%, un conto è l’assurdo, che si sente ripetere in questi giorni, di un deficit allo 0,8%. Significherebbe fare una violenta manovra di contenimento della spesa che potrebbe avere gli effetti richiamati dal ministro. Credo che eravamo molto vicini a un compromesso intorno all’1,9%, poi si è voluto sfidare l’Europa. Ma adesso mi sembra esagerata questa richiesta della Ue.

Martedì 13 è attesa la risposta del Governo alle osservazioni della Commissione. Che cosa dovremmo rispondere?

L’ideale sarebbe tornare alla posizione iniziale di Tria, con un deficit all’1,6, massimo 1,9%. Perché come aveva ricordato proprio il ministro, sforando quel tetto, lo spread si sarebbe mangiato la quota di spesa in più che si vuole fare. Ed è quel che sta succedendo.

(Marco Biscella)

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