SPREAD/ Una bufala costata 210 miliardi agli italiani

- Paolo Tanga

In un mercato in cui si è scelto di adottare l’euro lo spread non ha giustificazioni, salvo che non si consenta ai Paesi aderenti di rifiutarsi di pagare il debito alla scadenza

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Cominciamo dalla definizione. Che cos’è lo spread? E’ il differenziale di interessi tra i Btp italiani a 10 anni e i Bund tedeschi con identica scadenza espresso in punti. Ogni punto è un centesimo percentuale; se i Btp garantiscono un rendimento del 3,25% e i Bund quello dell’1,20%, lo spread è pari a 325 – 120 = 205.

In un mercato in cui si è scelto di adottare una moneta unica come l’euro tale differenziale non ha alcuna giustificazione, salvo che non si consenta ai Paesi aderenti di rifiutarsi di pagare il debito alla scadenza. Infatti, in presenza di tale facoltà, esiste un rischio Paese che giustifica l’applicazione di tassi diversi. Che non ci sia, lo dimostra la svendita dell’intera economia della Grecia a soggetti esteri.

Il termine spread non è un concetto dell’economia; è nato quando il governo liberamente eletto in Italia cominciava a insidiare il pensiero unico del liberismo economico al quale era stata ricondotta la politica europea.

Per costringere alle dimissioni il governo in carica in Italia fu messa in vendita una marginale quantità di titoli italiani sufficiente ad abbassarne il prezzo e aumentarne il rendimento. Tale iniziativa fu accompagnata da una campagna informativa su presunte incapacità dell’Italia a restituire il proprio debito. La mancanza di banche italiane sul mercato e l’obbligo, valido solo per l’Europa, per le banche di procedere alla svalutazione dei titoli di quello Stato che subisce un declassamento del merito creditizio da parte delle società private di rating, ovvero a svenderli registrando la perdita patrimoniale, amplificarono il fenomeno che, perciò, continuò anche quando il governo eletto fu rimpiazzato da un’entità tecnica di gradimento europeo.

In questo modo lo Stato italiano e i suoi cittadini sono stati costretti a pagare differenziali di tasso particolarmente onerosi e a svendere le proprie possidenze e i propri risparmi. Da quando è iniziato questo ricatto nel 2009, il relativo bilancio statale dovette fronteggiare oneri finanziari (130 miliardi) e interessi passivi (80 miliardi) per complessivi 210 miliardi di euro. Se avessimo avuto il coraggio di uscire da questa Europa, ci troveremmo con un debito pubblico ridotto alla metà.

Non fatevi incantare da coloro che dicono che saremmo stati sottoposti alla svalutazione: ci sono strumenti ben più validi di cui nessuno vi parla, perché i nemici li abbiamo proprio in casa.

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