MANOVRA/ Deficit al 2,2%, l’accordo che consente a Governo e Ue di farsi la guerra

La trattativa tra Italia e Commissione europea è in corso ed entrambe possono ottenere un risultato soddisfacente con una modifica alla manovra

28.11.2018 - int. Gustavo Piga
Giuseppe Conte con Jean-Claude Juncker (LaPresse)

“La porta resta aperta, la mano tesa. Non sono mai stato un partigiano delle sanzioni. Penso che siano sempre un fallimento”. Pierre Moscovici conferma così il canale di trattativa aperto tra Roma e Bruxelles, con il Governo impegnato a modificare la manovra, con una probabile riduzione delle risorse destinate a riforma delle pensioni e reddito di cittadinanza, mediante un restringimento delle platee dei beneficiari o una dilazione dell’entrata in vigore dei provvedimenti. «È in corso un confronto politico e quindi è bene sempre mettere in chiaro che io sono un economista e non un esperto di politica. Detto questo, siccome ci sono motivazioni politiche da ambo i fronti, legate a alle elezioni di primavera, è facile prevedere o la mancanza di un accordo finale o un’intesa che lasci Governo e Commissione liberi di criticare la controparte», ci dice Gustavo Piga, Professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma.

In che modo potrebbe esserci un accordo di questo tipo?

Lega e Movimento 5 Stelle potranno dire che con il deficit al 2,2% del Pil hanno portato a casa la sconfitta dell’Europa austera e Bruxelles potrà dire che il modello sovranista è un modello “esplosivo”. C’è tuttavia una componente terza.

Quale sarebbe?

La reazione dei mercati. Ed è importante soprattutto per questo Governo per gli effetti che può avere sulla spesa per interessi sul debito. Abbiamo visto lunedì una forte reazione per l’ipotesi di un accordo simbolico, che sposta pochi miliardi di euro: questo ci dice quanto il mercato sia sensibile a un abbassamento dei toni. Quindi sia Roma che Bruxelles hanno probabilmente un vantaggio nel chiudere un accordo facendo finta di non chiuderlo.

Come ha detto poco fa, un’ipotesi di intesa sarebbe quella di ridurre il deficit al 2,2% del Pil, limando risorse a reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni. Sarebbe un buon accordo?

Se questo Governo chiudesse un accordo con il deficit al 2,2% nel 2019, abbassandolo anche per il 2020 e il 2021, resterebbero comunque validi tutti i commenti positivi che ho dato sull’enorme ammontare di risorse liberate nel corso di un triennio rispetto alla precedente manovra. Verrebbe cristallizzata una sconfitta del Fiscal compact, che la controparte europea ha tutto l’interesse a cercare di nascondere.

La Commissione europea ha però bocciato la nostra manovra perché non rispetta la regola del debito. Vuol dire che Bruxelles ritiene che il Fiscal compact è vivo e vegeto…

È una grande ipocrisia dire che il Fiscal compact è vivo e vegeto quando si era detto che spettava ai paesi membri decidere cosa farne cinque anni dopo l’entrata in vigore. Anche il Governo italiano potrebbe dire che le regole del Fiscal compact non valgono più perché bisogna fare questa valutazione. Sta di fatto che anche l’European fiscal board è stato estremamente scettico sull’evoluzione che ha avuto negli ultimi anni il Fiscal compact, diventato strapieno di regole complicate e poco trasparenti. Quindi che non abbia funzionato perfettamente lo dice anche l’Efb.

Secondo lei, perché la Commissione ha puntato sulla violazione della regola del debito?

La Commissione ha voluto usare tutte le leve a sua disposizione, perché evidentemente quello che ha fatto l’Italia è un unicum, un qualcosa di mai visto, una mossa estremamente coraggiosa: dire no al Fiscal compact.

Possiamo dire che quel che ha dato fastidio a Bruxelles è stato non prevedere il pareggio di bilancio nell’arco del prossimo triennio?

È evidente. E questo la dice lunga su certa ipocrisia, perché se si va a guardare quel che abbiamo fatto negli ultimi anni non c’è stata alcuna convergenza effettiva al pareggio di bilancio, nonostante lo si fosse sempre scritto nelle manovre. Questa attenzione maniacale alla forma e non alla sostanza ha avuto comunque un impatto enorme, perché gli imprenditori basano le loro scelte di investimento sulle promesse dei governi, al di là del fatto che vengano o meno mantenute. In Europa bisogna essere estremamente severi con i paesi che vivono momenti di grande espansione, come sostiene l’European fiscal board, ma occorre anche dare il massimo supporto a chi è fragile. Invece si fa il contrario: si è deboli coi forti e forti coi deboli.

Torniamo al possibile accordo tra Governo e Commissione. C’è chi pensa sia possibile raggiungerlo mantenendo il deficit al 2,4% del Pil e rimodulando la manovra, in modo che parte delle risorse stanziate per reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni vadano ad aumentare quelle destinate agli investimenti. Cosa ne pensa?

Ovviamente per me sarebbe molto meglio dell’ipotesi di portare il deficit/Pil al 2,2%. Dubito però che la Commissione europea non voglia una limatura anche simbolica del deficit/Pil e che si accontenti di una rimodulazione della manovra. In tutto questo resto comunque stupito dal fatto che in sei mesi non siano stati avviati investimenti, anche piccoli, e che non si voglia usare la leva della spending review, o si intenda usarla con un’enorme lentezza, per tagliare sprechi e destinare ancora più risorse agli investimenti. Soprattutto se il deficit deve scendere al 2,2%, la spending review diventa ancora più urgente, ma purtroppo il tema non è al centro del dibattito operativo. In questo il Governo è purtroppo uguale ai suoi predecessori.

(Lorenzo Torrisi)