SPILLO UE/ Se basta un rumor sui dazi auto a spaccare l’Europa

- Paolo Annoni

Le voci su dazi Usa imminenti per le auto europee, oltre ad avere effetti in Borsa, fanno emergere quanto l’Ue sia debole e divisa

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LaPresse

I titoli del settore auto europeo ieri hanno avuto una giornata borsistica negativa. La ragione è un rumour apparso sulla stampa tedesca secondo cui da settimana prossima gli Stati Uniti introdurranno dazi del 25% sull’importazione di auto europee. Una “novità” che colpisce il settore simbolo dell’export tedesco e indirettamente europeo, e italiano, “via” componentistica.

Il protezionismo americano si conferma molto negativo per il modello economico europeo e ha conseguenze anche sul piano politico. L’Unione europea potrebbe e dovrebbe lavorare per limitare il più possibile i dazi americani facendo valere tutto il proprio peso. In seconda battuta l’Europa dovrebbe controbilanciare misure che forse possono essere ridotte, ma che difficilmente possono essere evitate. In questo secondo caso la ricetta dovrebbe prevedere un aumento di domanda interna fatta di investimenti e consumi.

Ma su questi due punti l’Europa va in difficoltà “politica”. La trattativa sui dazi apre un dibattito su quale siano, eventualmente, le esportazioni europee che possono essere sacrificate e quali le importazioni che devono essere “punite”. Siccome le esportazioni italiane, o francesi o tedesche sono diverse la questione diventa se l’Europa, e la sua burocrazia, tratta per tutta l’Europa oppure se privilegia una sua parte. Sulla seconda questione, e cioè l’aumento delle spese per investimenti, si scontra con una polemica interna sull’uso del deficit dei diversi stati e su investimenti che comunque implicherebbero una redistribuzione interna. La Germania non ha particolari problemi a rilanciare la domanda interna via investimenti visto il suo livello di debito, basso, e il suo costo di finanziamento bassissimo, ma questa “spinta” alzerebbe il livello del deficit accettato per tutti e comunque “sussidierebbe” governi che a torto o ragione vengono ritenuti inaffidabili o spreconi. Citiamo la Germania solo a titolo esemplificativo.

Per questo le pressioni derivanti dal protezionismo americano, che non sembra affatto un fenomeno passeggero, mettono sotto pressione l’Europa nella misura in cui le impongono un cambiamento che avviene tra mille diffidenze e accuse reciproche spesso giustificate. Su questa questione il Governo italiano non può giocare la sacrosanta partita del deficit puntando tutto su spesa corrente senza offrire né un minimo di spending review, con regioni e comparti dell’amministrazione pubblica completamente fuori controllo, né un’incapacità di pensare investimenti di medio-lungo periodo. Si pensi che il sistema Italia, dopo aver perso Magneti Marelli, rischia di perdere anche Comau in un silenzio che sembra coinvolgere anche il Governo che potrebbe farsi venire qualche idea all’interno della prossima finanziaria.

Le pressioni sull’Europa e attorno all’Europa aumentano mentre si accende lo scontro tra America e Cina; per l’Europa diventa complicato trovare una via d’uscita comune senza che prevalga la volontà di fare per conto proprio. Una tentazione che diventa molto forte, ma che sancirebbe la fine del “sogno” europeo e il ridimensionamento politico dell’Europa nei rapporti internazionali.

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