SPY FINANZA/ Dopo la vittoria Trump è pronto a fermare la Fed

Le elezioni di mid-term si sono rivelate di fatto una vittoria per Trump, che ora può dedicarsi a fermare l’aumento dei tassi da parte della Fed

08.11.2018 - Mauro Bottarelli
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Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Sarò breve, perché quello che dovevo dire sulle elezioni di mid-term e sul contesto geo-finanziario ed economico in cui si andavano a innervare l’ho già espresso da tempo. E senza bisogno di attendere l’esito, scontato, del voto. Il quale, questo sì va constatato, ora mette tutte le pedine al loro posto. I Democratici hanno conquistato la Camera, regalando quindi a tutti l’impressione (illusione) che Donald Trump d’ora in poi non avrà più vita facile al Congresso. Balle. Per un motivo semplice: a vostro modo di vedere, i primi di anni di amministrazione del tycoon newyorchese sono stati all’insegna del dialogo bipartisan e della diplomazia? Non mi pare. Quindi, cosa pensate che cambi con un ramo del Parlamento in mano di Democratici, a parte l’ufficialità? Nulla, verrà appunto solo istituzionalizzata e mediatizzata ulteriormente la contrapposizione fra due Americhe, quello che piace tanto agli analisti e ai politologi da discount che hanno invaso le emittenti televisive nella notte fra martedì e mercoledì. I quali, ovviamente, hanno posto l’accento – essendo quasi per la totalità di simpatie democratiche – sul carattere da circo Barnum della pattuglia azzurra sbarcata a Washington.

Non importa infatti quali ricette portino avanti i candidati eletti, quale sia il loro grado di preparazione o il loro background culturale, interessa solo la loro variopinta diversità di genere/razza/religione, occorre giungere al parossismo del melting pot per contrapporlo in favore di telecamere e carta stampata alla crociata della Casa Bianca contro la carovana di migranti dall’Honduras. La quale, ora che non serve più, state certi che sparirà da tg e giornali e il confine con il Texas non lo vedrà nemmeno dipinta. Ed ecco allora la festa per l’elezione del primo governatore gay, della trasgender, della musulmana, della nativa americana: non della competente o della preparata, bensì della “diversa” o del “diverso”. Da questo punto di vista, non è stata un’elezione di mid-term, è stata la versione a stelle e strisce del film di Verdone: l’importante era “farlo strano”.

E poi, lei, la nuova ed ennesima icona di una sinistra in crisi d’identità globale che alla presa del Palazzo d’Inverno ora preferisce la battaglia di retroguardia per le toilette senza genere, quelle per chi a 30 anni non ha ancora deciso se urinare in piedi o seduto e vuole porre il dibattito al riguardo in cima all’agenda delle priorità del Paese. Alexandria Ocasio-Gomez, millennial, socialista, latina, fino a soltanto un anno fa lavorava come barista a New York, mentre ora è la più giovane donna mai eletta al Congresso, con i suoi 29 anni: Netflix, nei ritagli di tempo fra un buyback e un’emissione record di debito junk, starà già lavorando a un film per la tv, la versione engagé di Sex and the City. Un successone, materiale assicurato per almeno una settimana di talk-show e approfondimenti sociologici buonisti. Non fossero la forza che controlla la Camera del Paese che ha in mano le redini del mondo, farebbero tenerezza, quasi come degli adolescenti alla prima cotta.

Nel frattempo, però, cosa è accaduto sul fronte Repubblicano? Non solo Donald Trump ha colonizzato il partito, visto che ora al Senato i rappresentanti sono in maggioranza riconducibili alla linea hardline del Presidente e non più alla vecchia tradizione conservatrice che per mesi ha sputato sul proprio candidato, giudicandolo “impresentabile”, ma, soprattutto, ha ottenuto ciò che voleva: imporre ai Democratici le proprie responsabilità. Ovvero, alla vigilia di decisioni che saranno clamorose e forse impopolari per far fronte alle emergenze economiche e finanziarie del 2019, ogni eventuale ostacolo posto dalla Camera a controllo democratico sarà dipinto dalla Casa Bianca come un tradimento partisan del Paese e del suo bene comune, tutto in nome della vecchia contrapposizione ideologica e aprioristica.

Insomma, quando da Wall Street le urla delle scorse settimane diventeranno vere e proprie invocazioni di aiuto, i Democratici dovranno scegliere: veder precipitare la situazione, prendendosi il rischio politico di tale scelta in vista del voto fra due anni oppure mettere davanti a tutto il Paese, quindi prendendosi parte della responsabilità per atti contrari alla volontà popolare, magari la totale e draconiana eliminazione di qualsiasi residuo del Dodd-Frank Act rispetto alla regolamentazione bancaria? Donald Trump ha ottenuto il massimo, piaccia o meno. Che questo coincida con il bene del resto del mondo è cosa differente, ma, giustamente, la Casa Bianca pensa agli Usa, gli altri si arrangino. Ora, tutto può dipanarsi. Ora, forse per la prima volta, gli andamenti dei mercati azionario e obbligazionario diventeranno davvero delle cartine di tornasole quasi credibili sullo stato di salute reale. Perché il dado è tratto, ora che le sanzioni all’Iran sono partite con l’Europa che si è piegata alla volontà Usa e il prezzo del petrolio sceso ai minimi da otto mesi che ha inviato un bel segnale indiretto a Mosca, affinché eviti colpi di testa che potrebbero far schiantare ancora di più la sua unica fonte di introito, si può ragionare sulla priorità assoluta: bloccare il rialzo del tassi.

Come? Una prima risposta la avremo a fine mese al G20 di Buenos Aires, dove un eventuale accordo fra un tonico e ringalluzzito Donald Trump e un sempre più preoccupato per la situazione economica interna, Xi Jinping, potrebbe innescare un boost ai mercati trovando il famoso accordo sul commercio che mandi in soffitta, almeno parzialmente e come segnale simbolico, dazi e tariffe. D’altronde, il danno in Europa è stato fatto, basti vedere l’ultima lettura del Pil dell’eurozona e i dati di industria e manifattura tedesca, quindi ora si può mettere fine alla pantomima. Giusto in tempo per far tirare un sospiro di sollievo a consumatori e grandi catene Usa in vista dello shopping natalizio e, soprattutto, per congelare i sempre crescenti timori per un balzo fuori controllo dell’inflazione reale nel primo trimestre del 2019, un qualcosa che ontologicamente rende pressoché impossibile – o folle, economicamente parlando – uno stop al rialzo dei tassi. E, magari, un ammorbidimento ulteriore dei requisiti di liquidità delle banche, sia Usa che cinesi.

La conferma? Eccola qua, giunta in perfetta contemporanea con il voto di mid-term di mercoledì. Nel corso della stellare asta di Trasuries a 10 anni che ha visto il rendimento schizzare al 3,23%, poco distante dai massimi a 7 anni, ecco che a fare sensazione è stato infatti il dato record degli Strips, i quali a ottobre hanno registrato un aumento del circolante sul mercato pari a 12,277 miliardi di dollari, il massimo record storico a livello mensile e capace di portare il totale a 301,528 miliardi.

E cosa sono gli Strips, acronimo di Separate Trading of Registered Interest and Principal of Securities? Di fatto, una security del Tesoro Usa i cui coupons sono stati separati dal principale, dal capitale. Non pagano interessi, sono venduti a un significativo tasso di sconto sulla parità e maturano sulla parità. Cosa significa, quindi, il loro aumento di acquisto? Semplice, i Fondi pensione – a differenza di quanto si pensasse – stanno continuando a comprare debito Usa. Anzi, hanno aumentato gli acquisti a ottobre, quasi certamente come reazione ai crolli dell’azionario. Ma, soprattutto, il fatto che gli stessi Fondi pensione siano terrorizzati sia da un possibile collasso di Wall Street che dall’aumento dei tassi da parte della Fed. Infatti, acquistano sì Strips per sfuggire al carattere di rischio che vedono nel mercato azionario, ma lo fanno in forma tale da inviare un messaggio chiaro al governo: non stiamo scegliendo fra due opzioni, stiamo facendo zig-zag fra due timori, scegliendo di volta in volta quello che spaventa meno o pare meno incombente come margine di rischio. E se c’è una cosa che gli Usa non possono permettersi, in tempi di deficit alla stelle da finanziare con più emissioni è perdere la fiducia di investitori istituzionali come Fondi pensione e compagnie assicurative.

Occorre fermare la Fed. E ora, con il mid-term alle spalle e la situazione politica al meglio possibile, la Casa Bianca può applicarsi a dovere e con tutte le sue energie all’argomento. Ecco l’unico cambiamento occorso. Epocale. Ma di cui, ovviamente, non si ha il coraggio di parlare. Il resto, è materia da gossip, voyeurismo politico degno di Novella 2000.