FINANZA E POLITICA/ Pil a +1% e disoccupazione sopra il 10%: l’Ue ci vuole così

La Commissione europea ha diffuso le previsioni economiche d’autunno: numeri distanti dalle previsioni del Governo italiano

09.11.2018 - int. Luigi Campiglio
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Pierre Moscovici (Lapresse)

Le previsioni economiche d’autunno della Commissione europea non sono state certo lusinghiere nei confronti dell’Italia: il Pil per quest’anno è stato ridotto a +1,1%, mentre l’anno prossimo dovrebbe crescere dell’1,2% e nel 2020 dell’1,3%. Il rapporto deficit/Pil nel 2019 dovrebbe invece andare oltre il 2,4% previsto dal Governo attestandosi al 2,9%, arrivando addirittura al 3,1% l’anno successivo. In tutto questo il debito pubblico resterebbe sempre intorno al 131% del Pil. Secondo Giovanni Tria, le previsioni di Bruxelles “relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio (Dpb), della Legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani”. Più che su deficit, debito e Pil, Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, ritiene più importante focalizzare l’attenzione su altri due numeri forniti da Bruxelles. «Il primo è quello indicato come “Cyclically-adjusted budget balance” per il 2019, pari al -3%. Il secondo è il tasso di disoccupazione che dovrebbe passare dal 10,7% di quest’anno al 10,4% nel prossimo».

Ci può spiegare cos’è il Cyclically-adjusted budget balance?

Si tratta del saldo di bilancio pubblico corretto per il ciclo economico. Cioè si tiene conto di come sta andando l’economia. Se c’è una recessione o una grave depressione, è normale che il disavanzo aumenti. In una tale situazione sarebbe eccessivo chiedere una diminuzione del ruolo pubblico. Per questo il dato viene “corretto”. Quel -3% della Commissione europea significa che le condizioni economiche dell’Italia vengono ritenute “normali” da Bruxelles. Ci si dovrebbe chiedere però dov’è il ciclo economico in un Paese che sostanzialmente da dieci anni è in costante crisi. Di fatto noi siamo in stagnazione.

È come se ci stessero dicendo che la crescita del Pil all’1,1%-1,2%, tra l’altro agli ultimi posti in Europa, corrispondesse a un ciclo economico favorevole?

Esattamente. E questo ci dice di una lettura sommaria della situazione che viene fatta. Ormai dopo dieci anni di crisi non possiamo più parlare di “normali” cicli economici; per l’Italia in particolare, ma anche in generale. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che c’è stato un cambiamento strutturale che il modello econometrico utilizzato a Bruxelles non riesce a cogliere. Si rivela con chiarezza il fatto che dietro a queste previsioni c’è una technicality che non è più tecnica, ma diventa politica. E quanto diventa politica ce lo dice un altro dato.

Quale?

Come si fa a dire che siamo in una situazione di normalità quando il tasso di disoccupazione è inchiodato sopra il 10% secondo le previsioni? Noi siamo di fronte a una crisi strutturale, non ciclica. È una situazione, si badi bene, che non riguarda solo l’Italia, ma praticamente tutta l’Europa. Questo dovrebbe essere fatto presente a Bruxelles. L’unica situazione di vera “normalità” è la piena occupazione tedesca.

Giusto per essere chiari, professore, se la situazione fosse vista come negativa, cioè se si ritenesse che fossimo in un ciclo economico negativo, quel 3%…

…sarebbe un numero più basso. Se però ci vengono a raccontare che il tasso naturale di disoccupazione è del 10%, allora noi stiamo andando benissimo.

Queste previsioni si basano sullo scenario post-Legge di bilancio, quindi è come se la Commissione stesse dicendo che con la manovra l’Italia non crescerà e il debito pubblico su Pil resterà alto.

Il debito/Pil al 131,1% non mi sembra qualcosa per cui stracciarsi le vesti. Il problema vero è che non cresciamo abbastanza. Rispetto agli interventi che sono stati annunciati con la manovra si può fare certamente meglio. Tanto per essere concreti, proprio perché la disoccupazione è prevista sopra il 10%, non capisco per quale motivo il reddito di cittadinanza non possa essere chiamato reddito da lavoro. Cioè, anziché impiegare le risorse per colmare i bisogni veri di persone che non hanno reddito, il reddito glielo si può fornire con il lavoro. Se non glielo dà il privato, glielo dia il pubblico. Il reddito da lavoro secondo me potrebbe anche essere un modo per sbloccare politicamente la situazione, il muro contro muro tra Italia e Ue.

L’Europa sembra però chiederci di fare marcia indietro sul deficit/Pil al 2,4%. Sarebbe sbagliato assecondare questa richiesta?

Non credo sarebbe opportuno cambiare quel dato. Non si può però non dire che il reddito di cittadinanza se è ciclico va bene, ma non può essere strutturale. La spesa per questa misura ha poi un moltiplicatore basso. Se invece di fare spesa di questo genere si ricostruiscono i ponti, l’economia cresce.

Dunque, guardando a martedì, quando il Governo dovrà rispondere alle lettere della Commissione europea, secondo lei la soluzione potrebbe essere non fare marcia indietro sui saldi, ma chiamare anche diversamente il reddito di cittadinanza e aumentare gli investimenti?

Gli investimenti generano crescita e in questo momento mancano disperatamente. E quel tasso di disoccupazione previsto ne è la dimostrazione. La formula “reddito di cittadinanza e lavoro” potrebbe essere un elemento importante: è una questione semantica, ma non solo se le risorse vengono utilizzate come ho spiegato prima. Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, altra misura per cui vengono stanziati fondi, credo che sarebbero opportune una certa gradualità ed equità, anche perché nel settore pubblico potrebbero esserci dei comparti, come la scuola o la sanità, in cui c’è il rischio di ritrovarsi non solo con un ammanco di dipendenti, ma anche di quelle competenze che derivano dall’esperienza.

(Lorenzo Torrisi)