INCONTRO CONTE-JUNCKER/ Il deficit al 2% prepara un altro duello Salvini-Di Maio

E’ giusto chiedere che la Ue venga incontro alle richieste di un Paese che non ha ancora visto manifestazioni di piazza come in Francia. Ma il malcontento serpeggia

12.12.2018, agg. alle 08:45 - int. Massimo D'Antoni
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Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio Ue in programma il 13 e 14 dicembre, illustrerà oggi al presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, i nuovi saldi e le correzioni alla manovra richieste dalla Ue per far sì che l’Italia possa evitare la procedura d’infrazione per deficit e debito eccessivi. L’incontro avviene a pochi giorni dall’annuncio del premier francese, Emmanuel Macron, che per placare la protesta dei “gilet gialli” ha annunciato una serie di misure di spesa che potrebbero portare il deficit francese, per l’ennesima volta, a sforare, in misura plateale, il tetto del 3% fissato dai parametri di Maastricht. Alla luce di queste novità, Massimo D’Antoni, professore di Scienza delle finanze all’Università di Siena, ha twittato: “Spero che il Governo italiano non sia così sciocco da tagliare veramente il deficit al 2% o meno”.

Perché la considera una sciocchezza?

Per una questione di equilibri politici e di atteggiamento della Commissione.

In che senso?

Siccome la Francia ha appena dichiarato che metterà mano a tutta una serie di spese e di tagli fiscali per placare le ansie e la rivolta in corso nel Paese, correggendo all’insù il rapporto deficit/Pil, che ora viene stimato al 3,4%, bisognerebbe a quel punto capire quale sarà l’atteggiamento della Commissione Ue. Noi abbiamo subìto, con un giudizio quasi unanime, la bocciatura di Bruxelles su una manovra che non si atteneva al sentiero di riduzione del debito, in un contesto, però, in cui il deficit rimaneva al di sotto del 3% e il debito, per ammissione della stessa Commissione, non sarebbe diminuito, ma neppure aumentato. Ora sarei curioso di vedere quale sarà l’atteggiamento verso la Francia.

Perché?

Un conto è essere i soli a violare le regole, un altro conto è quando a infrangerle sono due Paesi del calibro di Italia e Francia: diventa, infatti, molto più complicato applicare misure diverse tra i due Paesi.

Insomma, la Commissione non potrà permettersi di essere severa con l’Italia senza esserlo con la Francia…

Esatto, o almeno sarà difficile giustificarlo. Ma una severità contro la Francia può significare anche una modifica dei rapporti interni alla Ue.

Vede qualche rischio per l’asse Parigi-Berlino?

Sappiamo che Francia e Germania vantano questo loro rapporto privilegiato e una procedura d’infrazione contro Parigi, accompagnata magari da sanzioni, anche solo adombrate, davanti alle quali Berlino prende una posizione molto rigida, potrebbe provocare problemi sulle dinamiche di quel rapporto. La Commissione si trova un po’ in difficoltà su questo punto.

E l’Italia come potrebbe sfruttare questa difficoltà?

Potrebbe permettersi di evitare la correzione che le è stata sollecitata, chiedendo che l’Europa venga incontro alle richieste di un Paese che non ha ancora visto manifestazioni di piazza come in Francia, ma dove fermenti e malcontento comunque non mancano.

Secondo il ministro Tria, è ancora possibile evitare la procedura. Ma scendere al 2% non vuol dire piegarsi alle richieste della Ue e sconfessare tutto l’impianto “politico”, basato su una fiera opposizione ai burocrati di Bruxelles, attorno a cui Lega e M5s hanno costruito il loro successo elettorale e la loro narrazione di governo, un governo di rottura e per la crescita?

Sarebbe un cedimento solo in parte. Da un lato, vorrebbe dire andare incontro alle richieste di Bruxelles, cioè ammettere che la prima stesura della manovra violava i parametri europei, ma nello stesso tempo il 2% non è esattamente quello che prevedevano le regole. Italia e Ue si troverebbero, insomma, a metà strada.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Entrambe le cose, da qualunque lato si guardi la questione. La Commissione potrà dire: abbiamo convinto l’Italia a più miti consigli; e il Governo potrà replicare: siamo comunque riusciti a fare di più di quello che inizialmente ci era stato richiesto. L’accordo potrebbe quindi essere venduto come un parziale successo nella sfida con Bruxelles. Ma il vero problema è un altro.

Quale?

Scendere al 2% significa rinunciare ad almeno uno dei due cavalli di battaglia della manovra.

Toccherà al reddito di cittadinanza o a quota 100 sulle pensioni?

Vedremo. Probabile che alcune delle promesse fatte agli elettori non potranno essere soddisfatte e qui il Governo si troverà nella necessità di spiegare ai propri elettorati di riferimento le ragioni di un eventuale rinvio.

Non le sembra che ormai all’interno del governo giallo-verde ci siano due coppie contrapposte: Tria e Conte, cui spetta il compito di trattare con la Ue, sono disponibili ad aperture verso l’Europa, mentre Salvini e Di Maio restano più intransigenti. Chi prevarrà?

Non mi stupisce questa distribuzione delle parti, perché ciascuno gioca il proprio ruolo. Per un verso, Tria, che è la cerniera tra Commissione e Governo ed era quello che all’inizio si era impegnato a mantenere il deficit all’1,6%, e Conte, per il suo ruolo di presidente del Consiglio-mediatore, hanno un interesse a trovare una quadratura del cerchio con Bruxelles e ad andare avanti. Salvini e Di Maio, invece, in quanto leader delle due forze di maggioranza, hanno più da perdere da un cedimento sul deficit, perché dovrebbero poi spiegare ai rispettivi elettori le ragioni dell’arretramento. Anche Salvini e Di Maio, però, devono tenere conto dei riflessi di un’eventuale procedura d’infrazione o dell’andamento dello spread, al di là delle dichiarazioni di “superiorità” e di disinteresse manifestate a più riprese. Anche loro devono tenere conto delle possibili conseguenze di un mancato accordo: sono quelli che pagherebbero di più in caso di modifica della manovra.

Per quale motivo?

Nel momento in cui si dovrà decidere su quale misura intervenire per correggere il deficit, Salvini e Di Maio esprimono interessi diversi. Se si riducesse la portata del reddito di cittadinanza, a pagare di più sarebbero i Cinquestelle, anche se – a mio parere – il rinvio di questa misura, per come è stata pensata, sarebbe tecnicamente più giustificabile. La partita interna al Governo è comunque più complicata rispetto allo schema “coppia-contro-coppia”.

I saldi della manovra cambieranno. Si può dire che abbiamo non solo perso due mesi di tempo, ma anche che ci siamo nel frattempo “auto-castigati” con gli strappi dello spread oltre quota 300?

Non riesco a vedere una correlazione così deterministica tra il saldo dei conti pubblici e l’andamento dello spread, che dipende da molti fattori. E anche se fosse, il punto, come in tutte le contrattazioni, è che si parte sempre alto per poi convergere. Certo, si può anche partire con una soglia alta di deficit e poi tirare dritto, così come può essere che l’andamento dello spread abbia indotto il Governo a cambiare idea. Ma qualora si fosse partiti subito più bassi, non è detto che la bocciatura non sarebbe ugualmente arrivata e ora il Governo non sarebbe lì a discutere su un range compreso tra il 2% e il 2,4% di deficit, ma magari tra l’1,5% e il 2%. Direi piuttosto che si è perso qualcosa in termini di turbolenza, ma non sarei così convinto che il punto d’arrivo sarebbe stato lo stesso se si fosse andati direttamente verso la soluzione del 2%.

(Marco Biscella)

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