IL SUD GIÀ E NON ANCORA/ A Sersale la prova che al Mezzogiorno non serve assistenzialismo

C’è un Sud che cresce senza attendere che arrivi l’intervento assistenzialista dello Stato. Basta guardare a quel che accade a Sersale

02.12.2018, agg. alle 22:36 - La Redazione
Sersale (foto turiscalabria.it)

Se ci si libera dei pregiudizi sul Sud, infingardo e antropologicamente inadatto a fare sviluppo come lo dipinge certa pubblicistica sciatta e ispirata all’etica predatoria, si possono, alla maniera di san Tommaso, toccare con mano realtà del Meridione in cui le tendenze al baratro sociale, se non epurate, sono state pressoché arginate. Realtà che, sebbene ficcate nella più meridionale delle regioni italiane, effondono vivacità culturale e coraggio d’impresa. Sersale, per esempio.

La città, ubicata in uno dei paesaggi silani più belli d’Europa, è la prova che non tutto il Sud è in ritardo. Non tutta la Calabria è fatta di “tapini lamentosi e queruli spergiuri”. E che è una menzogna affermare che lo Stato e i “forestieri” ce l’hanno, sempre e comunque, con i meridionali. Tant’è che Sersale si fregia del titolo di città grazie alla proba disamina dei requisiti richiesti a cura del ministero dell’Interno cui s’è aggiunto il suggello del Capo dello Stato. E poi: la città di Sersale assurge a “caso” di studio e a simbolo di buone pratiche amministrative e naturalistiche non per un ghiribizzo del fato, ma per il verdetto di un “forestiero”. E non un quisque de populo. Ma un’Istituzione autorevole come l’Università Cattolica di Milano. Che, dopo un’accurata ricognizione, nella chiusa di un report rintracciabile sul web, scrive: “A Sersale c’è un Monastero naturale per il XXI secolo”.

Monastero, non è solo sinonimo di vita ascetica per la salvezza spirituale. Evoca anche l’opera formidabile dei monaci per la messa in sicurezza della cultura classica attraverso la copiatura dei testi antichi. Erano piccole città economicamente autosufficienti, ma, dal XII secolo in avanti, i monasteri diedero un contributo importante allo sviluppo della società occidentale ed ebbero enorme influenza sul mondo esterno. Ovunque andassero, i monaci trasformavano “la terra desolata in terra coltivata”. Ai benedettini, per capirci, si deve la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa.

Aggiunge il report della “Cattolica”: “Sono così i monasteri del XXI secolo di cui oggi abbiamo tremendamente bisogno”. Il riferimento è al sistema di sviluppo locale Sersale-Valli Cupe che, da alcuni anni, è oggetto d’attenzione per la sua inclinazione a far marciare nella stessa direzione i fattori necessari allo sviluppo “senza più – è scritto nel report – le zavorre del passato per affermare modelli bottom up, non gerarchici, aperti, interconnessi e con grande riguardo al dialogo col mondo (interessante il progetto di scambio tra giovani europei e giovani di Sersale)”. Ancora: “Centrale è l’operazione del recupero dell’identità locale più profonda. La cultura (e l’investimento nella cultura) è la vera leva per lo sviluppo locale e insieme l’asset principale attorno a cui la comunità si riconosce. Si tratta di un percorso che intreccia ricerca e riappropriazione, memoria e immaginazione, storia e mito e che genera i suoi landmark da esportare nel mondo – dalla città di Barbaro all’albero della ciofeca, dal ciclo carolingio al canyon”.

In Calabria, insomma, per gli esperti della “Cattolica” c’è un luogo in cui “si liberano energie, uno spazio di relazioni, di significati e di speranza. E il sogno è condiviso da tutti. Un’esperienza, coerente, esemplare, che si rivela capace di mobilitare e orientare, di proporre una visione e un nuovo sistema di valori e di regole, di generare ricchezza economica ma anche simbolica e fiduciaria. Di offrirsi come spazio di relazioni, di significati e di speranza”. Se si considera che tutto ciò avviene in una Calabria affetta da “coma topografico” e da disamore per il paesaggio (come denuncia lo scrittore Francesco Bevilacqua) e che ha fatto di tutto per cancellare le vestigia della civiltà contadina ritenuta inferiore alla civiltà industriale del Nord, scusate se è poco.

Le parole danno l’idea del cambiamento in atto in quell’entroterra epicentro del quale è il grosso borgo di Sersale a metà strada fra lo Ionio filosofo e il Gariglione silano, ma per capire davvero l’innovativo “fenomeno” culturale, sociale ed economico che lì ha messo radici è necessario andare a vedere. Vedere (e toccare) come la marginalità sociale è stata lievito per le opportunità di riscatto. Come la distanza di quell’area dai tradizionali centri di potere le ha consentito di non farsi fagocitare dal caos delle superfluità consumistiche e dall’assistenzialismo pernicioso dei mestieranti della politica, né infinocchiare dalle ridondanze vanesie della modernità liquida che da qualche anno ha il motore grippato.

Nella dimenticanza, paradossalmente, il “fenomeno Sersale-Valli Cupe”, ha potuto camminare lento pede, ma fermo sui suoi passi. E discernere il bene dal male, ricorrendo ai materiali della civiltà contadina sopravvissuti al nichilistico soprassalto della società globalizzata, e che lì sono messi a valore con un forte spirito di comunità che non deplora i mutamenti, ma si prende cura dell’essere umano incluse le sue fragilità. In quella parte di Calabria interna lo sviluppo è in progress. Basti consultare le statistiche sulle nuove iniziative economiche elaborate dalla Camera di Commercio. Gli indici della povertà e dello spopolamento in netta controtendenza, rispetto alle dinamiche inquietanti che connotano i borghi dell’entroterra italico. Tutti elementi che hanno fatto dal sfondo alla decisione di conferire a Sersale l’orpello di città.

E poi, le migliaia di viatores che da ogni latitudine giungono in ogni stagione nella Riserva Naturale. E ci tornano, perché l’accoglienza è intelligente, appassionata e tesa ad annodare relazioni e a favorire contaminazioni con le diversità. In sinergia perfetta, lo staff della Riserva Valli Cupe, istituita con legge regionale due anni or sono, e le tante associazioni collaterali dialogano con l’Amministrazione comunale e progettano il cambiamento che consente a molti giovani di non scappare, ma di realizzare progetti e, nel contempo, migliorare il contesto urbano (“Le case dei contadini in Calabria sono le più belle al mondo”, ha detto la milanese Anna Gastel, storica dell’arte e presidente di MiTo, scelta da Sersale-Valli Cupe come sua straordinaria testimonial) e naturalistico di enorme pregio: il botanico John Bouquet ha definito le Valli Cupe “il segreto meglio custodito d’Europa”. Lì, per agire, non s’è attesa la manna dal cielo, né Godot. Vedere per capacitarsene.

Sersale-Valli Cupe incubatore di sviluppo dal basso ha catturato il plauso di Legambiente: i suoi dirigenti regionali e nazionali hanno convenuto che lì ha preso forma, in piena autonomia da lobby e benevolenze pelose, la prima “green community” del Mezzogiorno. E la vanno a scrutare economisti, registi, imprenditori di razza, generali e persino fotografi di vaglia e stilisti prestigiosi. È andata Rizzoli, che ha inserito il territorio fra i “Cento luoghi incantati da vedere nella vita”; la Bbc, che ha mandato in onda un documentario in più lingue. Ed è andata a vedere la guida internazionale Lonely Planet. È stato il fotografo Guido Taroni, che ha infilato due scatti nelle Valli Cupe fra le quindici foto della mostra ispirata dal direttore artistico di Richemont Giampiero Bodino (“Beauty is my favorite colour”): un’esposizione che ha toccato le città di Londra, Milano e New York. Ed è andata a vedere la “Cattolica” di Milano che ha inserito Sersale-Valli Cupe nell’Archivio della generatività sociale. Lì – hanno scritto – “si stanno realizzando prove di volo radicate sul territorio”.

Ha detto la sociologa Patrizia Cappelletti, dottore di ricerca in Scienze sociali presso l’Università Cattolica, membro dell’Anthropology of Religion and Cultural Change e coordinatrice dell’Archivio della generatività sociale: “È una realtà davvero affascinante. Mi ha colpito la capacità di valorizzare in modo olistico asset diversi, ambientali, archeologici e storici, dando la possibilità ai visitatori di fare un’esperienza immersiva”. Da un po’ di tempo, la “Cattolica” è alla ricerca, dopo i lunghi anni di disorientamento economico e culturale che sanzionano la conclusione di un modello di sviluppo dalle molte criticità, “di quelle realtà che in Italia sono in grado di esprimere una nuova economia che tenga insieme sostenibilità e contribuzione, innovazione, partecipazione e nuove visioni del futuro”. Sersale-Valli Cupe è una di queste realtà. E la si riconosce, perché è in grado di generare opportunità per molti. E possiede i tre requisiti indispensabili per far parte dell’Archivio della generatività sociale: a) abilitano le persone, le fanno crescere dando loro gli strumenti e le competenze necessarie per migliorare; b) intertemporalità, ovvero la capacità di riconciliare il passato, il presente e il futuro; c) l’esemplarità, ossia superando l’idea individualistica di essere piccoli mondi chiusi, ma sentendosi parti di un una comunità, un territorio che può crescere solo coniugando prosperità e democrazia.

C’è dell’altro. Sersale-Valli Cupe confuta, con la sua ingegnosità meridionale, almeno due luoghi comuni ricorrenti nel dibattito pubblico. Il primo su cui insinua dubbi è la divisione geoantropologica persistente Nord-Sud; infatti, Sersale, convenzionalmente classificabile come borgo del profondo Sud, può essere anche inteso come borgo dell’altissimo Nord, visto che sulla luna c’è un cratere che l’Unione Astronomica Internazionale ha intitolato a “Sirsalis”. L’altro pregiudizio calpestato incide su una questione più sostanziale: quella lagna per cui il Sud non ce la può fare da solo a scalare la cima dello sviluppo, perché per farlo ha bisogno di carrettate di risorse. Non è vero. Andate a vedere cosa sta succedendo a Sersale-Valli Cupe. Semmai, la domanda da farsi è: quanto tempo ci vuole perché questa splendida esperienza che ogni mattina, senza squilli di tromba, mette in rete esperienze imprenditoriali con espressioni della società civile e delle sfere istituzionali, contagi il resto della Calabria e tutti quei meridionali convinti che l’assistenza sia il loro unico e imprescindibile destino?

(Romano Pitaro)

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