SPY FINANZA/ Il rally di fine anno a cui non abboccare

Ci sono sempre più segnali per poter dire che siamo dentro un enorme stress test globale. Ultimo dei quali il rialzo dei tassi della Fed

21.12.2018 - Mauro Bottarelli
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«Il Fmi potrebbe non avere risorse sufficienti a gestire future crisi finanziarie… La “ripresa” post-2008 è stata interamente nutrita dalla Banche centrali, il cui intervento è coinciso con un aumento dell’accumulo di indebitamento sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti». Chi lo ha detto, il sottoscritto durante un dotto comizio improvvisato durante la fila alla cassa dell’Esselunga? No, l’altro giorno Agustìn Carstens, direttore generale della Bri, la Banca per i regolamenti internazionali. Un bel guaio, signori. Perché quando un’istituzione autorevole e generalmente conservativa e cauta nei giudizi come quella arriva ad abbracciare toni simili, significa che qualcosa è andato fuori giri seriamente. Per intenderci, parliamo di guai grossi, non di criticità che passano con un po’ di Qe, come un’influenza con l’aspirina e il riposo.

Non so se finalmente lo avete capito, signori, ma siamo dentro un enorme stress test globale: le élites, quelle che la narrativa vorrebbe sotto scacco dell’ondata sovranista imperante, sono talmente preoccupate e sotto assedio che stanno prendendo il battito dal polso. Il battito della paura. E comincia ad accelerare, buon segno per loro. Qualche esempio? Perché, a vostro modo di vedere, la Fed ha alzato i tassi di un quarto di punto mercoledì sera, facendo schiantare Wall Street e trascinando al ribasso l’Europa ieri mattina, dopo il rimbalzo del gatto morto (pavloviano) legato al nostro accordo con l’Ue? Serviva davvero quel taglio, al netto delle ragioni tecniche sul mercato obbligazionario? No. È tutta politica. E non l’ultimo ritocchino di un quarto di punto, bensì l’intera pantomima della normalizzazione del costo del denaro con quel ritmo. E, cosa ancora più strutturale, quella pantomima si basa su un’altra pantomima: quella dell’economia Usa che scoppiava di salute e che, quindi, necessitava di tassi di interesse adeguati, al fine statutario di evitare fiammate inflazionistiche.

Bolle? Quando mai, ancora oggi alla Fed negano sovra-valutazioni degli assets! Non a caso, non solo contemporaneamente all’aumento dei tassi Jerome Powell ha comunicato il taglio dell’outlook economico per gli Usa – colpa delle recessione globale che ci ha colti di sorpresa, of course! -, ma anche che, l’anno prossimo, i rialzi previsti saranno due e non tre. E sapete quando erano stati comunicati i tre interventi? Lo scorso settembre. Sempre la solita narrativa: in due mesi tutto è cambiato, di fatto in concomitanza con i tracolli generalizzati degli indici dello scorso ottobre. I quali, esattamente come la crisi valutaria/debitoria dei mercati emergenti della scorsa estate, sono stati causati – distorsioni da buybacks e multipli di utile per azione da Qe a parte – proprio dalla politica di rialzo indiscriminato della Fed!

Siamo al delirio. Ma non solo la gente non se ne accorge, troppo occupata a pietire il reddito di cittadinanza, mentre è in fila al gelo e di notte per accaparrarsi le nuove Nike da 170 euro, è l’informazione a prestarsi in maniera indegna a questo gioco di stress test globale. E ora, cosa si farà? Nulla di più facile che un rally di fine anno, roba buona per calmare un pochino gli animi. Anche perché, cari lettori, ora Donald Trump ha guai più seri da affrontare. Avvocati che finiscono in carcere dove aver ammesso bugie per conto della Casa Bianca, roba pesante. Roba, potenzialmente, da impeachment. E con il Congresso adesso spaccato in due, una grana – ancorché, per ora, solo formale – in più da affrontare.

Che si fa, allora? Occorre cambiare registro per un pochino. Quindi, guerra aperta alla Fed che sta sabotando – sicuramente per conto dei Democratici – il grande boom garantito finora dalla Trumpnomics, disposizioni ai soggetti amici di Wall Street – e sono tanti – di operare come ai tempi del vecchio, caro Plunge Protection Team voluto da Ronald Reagan per sostenere gli indici artificialmente e poi, soprattutto, una bella cortina fumogena di riserva. Di colpo e contro il parere del Pentagono (almeno questa è la vulgata ufficiale), la Casa Bianca decide il ritiro totale e immediato dei soldati americani dalla Siria, perché «l’Isis è stato sconfitto e questa era l’unica ragione della permanenza laggiù»”. Parole del Presidente. Questo cosa significa, all’atto pratico? L’inferno potenziale. Perché andandosene, gli Usa voltano le spalle ai guerriglieri curdi, i quali ora entreranno di default nel mirino della vendetta di Erdogan e dell’esercito turco, il quale temo sia propenso a una logica da “piazza pulita” definitiva. Inoltre, via gli americani, la Siria diventerebbe di fatto un protettorato ufficiale di Russia e Iran.

Vuoi vedere che le ostilità ripartiranno su grande scala, avendo ora creato le condizioni perfette per un conflitto proxy in grande stile non solo contro Mosca, ma, soprattutto, contro il grande satana di Teheran, visto la sempre meno granitica tenuta del regime di sanzioni internazionali voluta da Washington? Duplice effetto, insomma. Primo, distogliere l’attenzione della gente dall’economia e dai mercati, ora caduti un po’ in disgrazia, magari con un bell’attacco con armi chimiche, la classica false flag per tutte le stagioni che scatena gli indignati su Facebook e poi con la cerimonia, a reti tv unificate, del ritorno a casa dei ragazzi, i boots on the ground, che sulla pista di atterraggio riabbracciano, imbandierati e fieri, mogli e figli. Sembra la scena finale di Top Gun. O Gunny. È l’America, signori, take or leave it. E, soprattutto, dare una bella regolata a Russia e soprattutto Iran, rinsaldando nel contempo i rapporti con Israele, Turchia e Arabia Saudita, anche a livello di questione petrolifera. Strano il tonfo intraday del prezzo del greggio del 7% l’altro giorno, vero?

E poi, signori, pensate che gli stress test globali potrebbero essere tali senza coinvolgere anche l’Europa? E non lo dice il sottoscritto, lo dice la stampa francese: la rivoluzione è  finita! Vittoria! Joyeux Noël et Bonne Année! Ma chi ha voglia di fare la guerriglia sotto Natale, parliamoci chiaro? Parafrasando Flaiano, possiamo dire che la rivolta delle avanguardie del popolo contro le élites è sospesa a tempo indeterminato, causa tiepide concessioni dell’Eliseo e, soprattutto, festività da santificare. Capito, la punta di lancia del sovranismo si è già crepata, ha perso il filo soltanto con la promessa di detassare gli straordinari: prezzo modico, cosa dite? Nati il 17 novembre, morti il 15 dicembre: quasi quasi è durato di più il governo Cottarelli.

Avete ancora voglia di farvi prendere in giro per molto? Cosa vi ho detto l’altro giorno: per quanto tutti spacceranno come umiliante sconfitta il messaggio a reti unificate di Emmanuel Macron, la vittoria politica finale sarà dell’Eliseo. E così è stato. E, particolare non trascurabile, con le opposizioni tradizionali letteralmente ammutolite, a destra come a sinistra, Mélenchon come la Le Pen. Di più, con una suprema quanto sbeffeggiante dimostrazione plastica di onnipotenza, al netto dei sondaggi da mani nei capelli, lo stesso presidente Macron martedì ha inaugurato in pompa magna all’Eliseo un bel tavolo di concertazione nazionale, presenti anche i rappresentanti dialoganti dei “Gilet gialli”. Lo spread francese? Praticamente fermo, al picco della crisi e delle devastazioni ha preso 15 punti base dalla media dell’anno. Il Cac 40? Pesante, a piombo in certe giornate, ma esattamente come il Ftse Mib o il Dax a Francoforte o l’Ibex a Madrid. O come Wall Street.

Prove generali di crisi globale, in grande stile, tipico appunto della grandeur francese. L’ho scritto pochi giorni fa, trattando proprio questo argomento: attenzione ai Robespierre che salteranno fuori, dal nulla, in questo periodo, promettendo di guidare la guerra santa dei pezzenti. Perché i fili che li legano ai loro burattinai sono sì invisibili ma molto, molto solidi. C’è poi una questioncina laterale, al riguardo, che prima o poi il mondo avrà il coraggio di affrontare: la resa senza condizioni dei “Gilet gialli” ha molto a che fare con la mossa di Macron, ma, altrettanto se non di più, con quanto accaduto a Strasburgo martedì scorso. E che, nel frattempo, ci siamo scordati.

Avrete visto la foto che mostra un fiero ma sconsolato presidente della Repubblica a Ciampino mercoledì per accogliere il feretro di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista ucciso nell’attacco al mercatino natalizio della città alsaziana. Sembrava un moderno sottotenente Giovanni Drogo a difesa di una sconsolata e sconsolante fortezza Bastiani della decenza e della dignità: dov’erano gli indignati che gridavano ad Antonio martire dell’Europa, pittando immaginette votive stellate su sfondo azzurro in nome e per conto della loro battaglia di retroguardia contro i sovranismi? E dov’erano, dal lato opposto della barricata della miseria umana, gli strepitanti cavalieri della Lepanto 2.0, quelli che piangevano l’ennesima vittima dell’estremismo islamico e della sua sete di conquista dell’Europa?

Per carità, in effetti, è meglio che tacciano. Voi, però, riflettete. Perché la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti, ma nessuno, passate 24 ore dall’esecuzione del killer nel blitz, ha più posto mezza domanda al riguardo. Di più, ha anche soltanto più scritto mezza riga sull’argomento. Si archivia così, come un furto in un pollaio o meno di un caso di stalking a un vip, quello che doveva essere addirittura l’ennesimo attacco al cuore d’Europa, ai nostri valori, al nostro modo di vivere? C’è da farsi venire la pelle d’oca, se non prevalesse il voltastomaco.

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