TASSE/ La nuova prova che il Fisco toglie ai poveri per aiutare i ricchi

Dal 1° gennaio 2019 scatta un nuovo aumento degli interessi dovuti per i pagamenti in ritardo delle pendenze con il Fisco

27.12.2018 - Andrea Vittorino Lagravinese
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Innanzitutto vorremmo porre una domanda: fino a quando il cittadino onesto che, per vari motivi dovute a sciagure diverse, è per forza di cose entrato nelle spire stritolanti dei vari nostrani Uffici Imposte, sarà suo malgrado vittima di un’accanita e feroce persecuzione? Di fatto, ormai l’Erario ha le parvenze di un moderno Robin Hood, però al contrario: ruba ai poveri per aiutare i ricchi, il più delle volte grandi evasori.

Per cercare una se pur minima risposta facciamo un esempio: in questi giorni è apparsa una notizia riguardante il fatto che dal primo gennaio 2019 verranno quasi triplicati gli interessi legali per chi paga in ritardo le pendenze con il Fisco. Infatti, si passerà dallo 0,3% annuo allo 0,8%. Tale misura è stata inserita nel decreto del ministero del Tesoro dello scorso 12 dicembre. E lì fra le righe del testo, si è scoperta l’esistenza di una norma, poco conosciuta ai più, con la quale l’Agenzia delle Entrate, di fatto, può mettere le mani sugli interessi e modificarli in base al rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato e in base anche al tasso di inflazione annuo; da segnalare che già dallo scorso anno gli interessi erano passati dallo 0,1% allo 0,3%. Ora arriva un altro cospicuo aumento.

Quanto descritto riguarda tutte le liquidazioni delle cartelle che rientrano nella famosa “rottamazione”, gli accertamenti da parte dell’Ufficio e per il saldo delle liti pendenti. Comunque per mettersi in regola con gli atti riguardanti il 2018 rimane l’interesse del 0,3% al 31 dicembre di quest’anno, per poi poi arrivare la stangata con lo 0,8% a partire dal prossimo gennaio. Ma non finisce qui: la farsa, signori, ha inizio! Infatti, nel caso in cui un contribuente ha diritto a un rimborso per un errore del Fisco riceverà il pagamento di un interesse del 2%, ma pagherà il doppio nel caso in cui il processo sia inverso. Inoltre, se il lo stesso paga in ritardo subisce una sanzione del 30% con una riduzione al 15% in caso di pagamento entro 90 giorni.

Alla faccia della tanto decantata “pace fiscale”, la differenza tra gli interessi pagati dall’Amministrazione Tributaria al contribuente e quelli invece versati dal cittadino all’Erario così facendo si aggrava sempre più; con questa furbissima mossa, i vicepremier Di Maio & C. mandano sempre più “al macero” le promesse elettorali e la disparità e il divario tra Fisco e contribuente si allarga a dismisura. Insomma, non sta cambiando nulla e nulla cambierà in futuro!

Sembra di vivere un dèjà vu: ci sembrava infatti impossibile, già alla firma del Decreto fiscale, che i nostri governanti rinunciassero al gettito di soldi freschi, provenienti dall’aumento degli interessi di mora per pendenze con l’Agenzia. In un momento di povertà delle casse erariali come questo, è buono tutto. Considerando poi i non eccellenti risultati alla lotta alla grande evasione, come invece sbandierato, il raschiare nel fondo del famoso “barile” è una necessità assoluta. Il problema vero e che non ci sono più i “dindi” e questa situazione finanziaria, che ha origine oramai nella notte dei tempi, è destinata a peggiorare o quantomeno a non migliorare.

Le soluzioni dei problemi ci sono, ma sembra che nessuno, soprattutto quelli che lo possono fare, per salvaguardare i poteri forti finanziari, politici e chi ne ha più ne metta, abbia un se pur minimo interesse a provvedere in merito. Agendo in tal modo, i pochi ricchi rimanendo seduti sui loro troni d’oro guarderanno sempre più dall’alto coloro, gli uomini che sono poi la maggioranza, che lottano senza sosta, oltre che contro le angustie dell’esistenza, contro uno stato di permanente prevaricazione. Concludendo, la pensiamo come il giudice inglese Barone Charles Bowen, che a metà dell’800, a proposito dell’ingiustizia, con un celebre e centrato aforisma affermava: «Piove sul giusto e piove anche sull’ingiusto; ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello».

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