I CONTI SULLA MANOVRA/ Dal 2019 più tasse: ecco perché aumenteranno

La manovra si avvicina all’approvazione finale della Camera. Il carico fiscale sembra aumentare e le clausole di salvaguardia non fanno ben sperare

28.12.2018 - int. Nicola Rossi
Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

È previsto per domani il via libera della Camera alla Legge di bilancio, che continua a essere oggetto di critiche e contestazioni da parte delle opposizioni, con il Pd che ha già pronto il ricorso alla Corte Costituzionale. Non sarà facile capire, finché non ci sarà il decreto annunciato per la seconda settimana di gennaio contenente il reddito di cittadinanza e le misure di riforma delle pensioni, se i provvedimenti finanziati saranno complessivamente positivi o negativi e per chi. «Si possono comunque fare due considerazioni. La prima è che si tratta di una Legge di bilancio che non fa altro che rinviare le vere questioni. Stiamo spostando la palla in avanti al 2020-21. Non c’è nessun particolare cambiamento ed è una manovra priva di qualunque coraggio o ambizione, nonostante le dichiarazioni», ci dice Nicola Rossi, economista e Presidente dell’Istituto Bruno Leoni.

In che senso si sta spostando la palla in avanti?

Come si vede chiaramente dalle clausole di salvaguardia per il 2020 e il 2021, si stanno facendo delle promesse non sapendo in realtà come pagarle, perché è evidente che non si può seriamente immaginare di avere un’aliquota Iva al 27% nel 2021. Di fatto è come se il Governo avesse firmato degli assegni in bianco per prendere un po’ di respiro, rinviando il problema più in là, ma non certo facendolo sparire, anzi. Per essere precisi, il problema viene reso molto più serio.

Perché?

Perché se per caso nel 2019 o nel 2020 arrivasse una recessione, anche piccola, non avremmo gli spazi fiscali per poterla contrastare. Inoltre, sappiamo già da ora che la politica monetaria accomodante della Bce andrà ad esaurirsi nei prossimi mesi, quindi gli spazi di manovra della nostra politica economica si riducono. Paradossalmente un Governo che si proponeva di restituire margini di autonomia alla politica economica del Paese ottiene il risultato esattamente opposto: siamo in una condizione in cui da domani non sapremo più come muoverci se ce ne fosse bisogno.

Di fatto con quelle clausole di salvaguardia c’è il rischio di un aumento della pressione fiscale, anche per cercare le risorse per disinnescarle…

Ho la sensazione che l’aumento della pressione fiscale ci sarà già dal 2019. Sommando l’incremento delle imposte e considerando anche quelle surrettizie, come per esempio il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte, ho la netta impressione che la pressione fiscale finirà per aumentare l’anno prossimo. Negli anni successivi, se le clausole di salvaguardia dovessero scattare saremmo in una situazione francamente senza precedenti. Se non scattassero bisognerebbe comunque trovare altrove delle risorse consistenti. Di fatto, prima ancora di poter pensare alla Legge di bilancio per il 2020 dovremmo aver trovato 20 miliardi. È evidente che non avremmo spazi per finanziare altre misure.

Qual è invece la seconda considerazione che voleva fare sulla manovra?

Che è essenzialmente redistributiva, perché trasferisce fondi in larga misura dalle imprese verso persone che andranno in pensione prima di quanto pensassero o verso disoccupati o chi si trova in difficoltà economica. Questo tipo di redistribuzione può avere – per esempio per quanto riguarda il contrasto alla povertà – qualche giustificazione, ma non serve a molto per quanto riguarda la crescita del Paese e la sua capacità di migliorare il proprio tenore di vita. Stiamo spostando qualche risorsa da una parte all’altra, ma non stiamo mettendo alcuna premessa perché l’intero Paese stia meglio domani.

Sembra che il reddito di cittadinanza sarà diverso da quello inizialmente ipotizzato: la prestazione verrà erogata al massimo per 18 mesi, forse verranno coinvolte le Agenzie per il lavoro e si daranno incentivi alle imprese per assumere. Con questi accorgimenti la misura potrebbe funzionare?

Coinvolgere le Agenzie per il lavoro e le imprese, incentivandole in qualche maniera, è una prova di buon senso. Anche fissare la durata a 18 mesi è un passo in avanti, perché significa certamente contenere i costi della misura. È ovvio che stiamo parlando, in buona sostanza, di una nuova edizione del Reddito di inclusione. Questo non è né un bene, né un male, ancora una volta è una prova di buon senso, perché buttare a mare ciò che c’è per fare qualcosa di completamente nuovo, soprattutto nel nome, non è che fosse particolarmente interessante. Rimangono però capire alcune cose riguardo il reddito di cittadinanza.

Quali?

Ad esempio, non è ovvio che le modalità con cui le imprese vengono incentivate ad assumere possano effettivamente funzionare. Se poi i Centri per l’impiego operano su base provinciale, l’iscrizione che si dovrà fare riguarderà solo una provincia oppure i singoli Cpi potranno o dovranno operare, come sarebbe ragionevole, su tutto il territorio nazionale? Se così non fosse è evidente che le Agenzie per il lavoro diventerebbero l’unica possibile soluzione per il problema. E poi si potrebbe rifiutare un lavoro se è lontano qualche decina di km dal luogo di residenza? Ci sono quindi dettagli ancora da capire, ma certamente rispetto ad alcune dichiarazioni di mesi fa quello che stiamo leggendo in questi giorni segnala un minimo di ragionevolezza.

Nelle scorse settimane abbiamo visto un acuirsi dei contrasti tra le due forze di Governo. Secondo lei potranno aumentare in futuro considerando anche le poche risorse che ci saranno dovendo disinnescare le clausole di salvaguardia?

È probabile che sia così in vista delle elezioni. Francamente è una cosa che non mi meraviglia più di tanto, succede in tutti i governi di coalizione. La cosa che rende questa situazione un po’ diversa è il fatto che solitamente i governi di coalizione, nelle modalità che ci siamo dati da circa un quarto di secolo, in qualche modo si votano come tali. Qui invece gli elettori hanno votato partiti ognuno dei quali dichiarava di essere fortemente contrapposto all’altro e poi se li sono trovati in coalizione. Se posso pensare a una soluzione che tradisce la volontà elettorale è certamente quella che abbiamo di fronte. Ma capisco che probabilmente l’emergenza richiedeva una soluzione di questo genere. Basta solo chiarire che non è per questo che si sono espressi gli elettori.

Secondo lei Lega e M5s potranno continuare a convivere per tutta la legislatura?

Guardi, poche cose durano come i matrimoni di interesse.

(Lorenzo Torrisi)

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