SPILLO SUD/ Reddito di cittadinanza, la mortificazione da evitare per il Mezzogiorno

L’ultimo rapporto Srm-Confindustria segnala un arretramento del Sud rispetto al resto del Paese. E lo cose non sembra potranno migliorare

30.12.2018 - Alfonso Ruffo
Luigi Di Maio
Luigi Di Maio, vicepremier M5s (LaPresse)

Natale è appena passato e tra poco entra il nuovo anno. La situazione è questa: Napoli si presenta bellissima con il sole caldo, il mare scintillante, le canzoni addolorate, le chiese cariche di tesori, i musei colmi di opere d’arte, le pizze profumate, le strade intasate dai turisti, la borghesia che non si vede, il popolo incontinente. Poi capita che una signora arrivi sul posto di lavoro, passi in fretta la carta elettronica per dimostrare che è in servizio, spieghi con gli occhi al sorvegliante che però non entra subito perché prima ha qualcosa di suo da fare. E capita che il sorvegliante dia l’assenso sempre con lo sguardo perché è nel frattempo impegnato in una telefonata privata.

Scene di ordinaria amministrazione all’indomani dell’ultimo rapporto Srm-Confindustria sulla condizione del Mezzogiorno. Un Mezzogiorno che continua ad arretrare rispetto al resto del Paese perdendo investimenti pubblici e occupazione. Un Mezzogiorno le cui prospettive di crescita diventano sempre più evanescenti. Con una capitale – storica, morale, materiale – ormai incapace di generare quella classe dirigente che per tanti anni l’ha tenuta agganciata al carro dello sviluppo del Paese riuscendo in qualche stagione ad avvicinare la carrozza di coda alla locomotiva. Nell’illusione che la carrozza potesse trasformarsi in locomotiva anch’essa.

Allo stato delle cose la prospettiva più accattivante per il corpaccione del Sud – 20 milioni di abitanti e un terzo del territorio nazionale – è il reddito di cittadinanza. Una misura bandiera del Movimento 5 Stelle, che non a caso ha qui fatto il pieno dei voti, non ancora chiara nell’applicazione e ridotta nell’importo per i vincoli di bilancio. Ma assai pericolosa per quello che può insegnare e per l’utilizzo che se ne potrà fare. Invece che puntare sul potenziamento degli strumenti per le imprese, renderle più competitive anche con azioni di sistema e metterle in condizione di assumere, si è scelto di procurare un reddito fittizio a chi può dimostrare che un reddito non ce l’ha.

Nulla a che vedere, comprensibilmente, con la soddisfazione del bisogno che è, sì, molto esteso ma anche difficile, difficilissimo, da provare. Soprattutto in certe aree dove il guadagno non segue le regole del diritto e si può essere ricchi pur passando per nullatenenti e sfuggire agli occhi dello Stato e alle grinfie delle tasse. E che messaggio si dà ai giovani meridionali mentre l’economia frena e le previsioni d’istituzioni e centri di ricerca non sono incoraggianti? Cercate fortuna altrove o attrezzatevi per intercettare l’aiuto di Stato? Qual è il racconto alternativo che si può offrire a chi, sprezzante del pericolo che corre, vorrebbe impegnarsi?

Tanto più che l’altra faccia della medaglia, quella che raffigura l’operoso Nord, presenta una sempre più pressante richiesta di autonomia. Autonomo il Nord, sussidiato il Sud. È questo l’assetto organizzativo che vogliamo dare alla seconda manifattura d’Europa invece che puntare sulla sua vocazione industriale e sulla forza dell’unità?

Come nel quadretto iniziale – oleografico e verissimo allo stesso tempo – tutti sappiamo ciò che è giusto e ciò che non lo è. Eppure, ci adattiamo al contesto prendendoci quello che possiamo e concedendo agli altri spazi di libertà abusiva. Privi come siamo di buoni esempi e direzione di marcia. Indifferentemente.

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