FINANZA/ La strategia di Draghi per tenere in vita l’euro

Mario Draghi continua a tentare di puntellare disperatamente l’euro, anche rilasciando dichiarazioni che appaiono più che discutibili

04.12.2018 - Giovanni Passali
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Mario Draghi (LaPresse)

Draghi continua a tentare di puntellare disperatamente l’euro, mentre tutto sta franando. E tutto frana perché sta prendendo un’altra direzione. Qualsiasi altra direzione, pur di uscire dalla crisi. La posizione disperata di Draghi è emersa in un suo discorso in audizione presso la commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo pochi giorni fa. Cos’ha detto? In risposta alla domanda su cosa potrebbe succedere se alcuni stati decidessero di stampare una loro moneta, ha risposto seccamente: “Altre valute o non sono legali o non sono valute, quindi costituiscono un debito e vanno ad aumentare lo stock complessivo del debito”.

Due contraddizioni in un solo periodo, complimenti! Intanto occorre precisare che l’unica moneta “legale” in termini di legge sono le banconote stampate dalla Bce e dalle banche centrali e le monete stampate dagli stati. Tutte le altre tipologie di euro, cioè assegni, bonifici, depositi, prestiti, finanziamenti non sono moneta “legale”, cioè moneta che per la legge è quella che estingue un debito o un pagamento. Sì avete capito bene cari lettori, i soldi che avete sul conto corrente è denaro bancario e non è moneta “legale” secondo la normativa oggi vigente. Quindi, ponendo la questione in questi termini, in giro per il mondo e in giro per l’Europa c’è un sacco di moneta non “legale” che sono euro elettronici (moneta bancaria) o Bitcoin o altre criptovalute e soprattutto monete complementari o alternative come il Sardex e diverse altre, o come il Wir in Svizzera o come i Lets, i Trueque, le banche del tempo e poi ancora in Italia lo Scec di Arcipelago Scec o il circuito Bexb.

Tutte queste forme monetarie, come soprattutto l’euro bancario, danno un grande contributo all’economia reale e anzi le sono indispensabili. E sono vere monete semplicemente perché rendono possibile lo scambio di beni e servizi. Quindi l’affermazione “o non sono legali o non sono valute” è una pura menzogna, affermata col solo tentativo di difendere una moneta morente di un sistema fallito. Il fallimento del progetto euro è evidente nelle parole del Direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi. Intervenendo in un congresso della Fisac/Cgil ha ammesso che l’euro è stato un progetto “politicamente ed economicamente audace” e che la “precedente convinzione generale che i paesi aderenti fossero avviati verso un percorso virtuoso di riforme strutturali delle loro economie e che l’euro fosse un monolite si è incrinata”.

E si è incrinata per le continue menzogne di Draghi, sia quelle dette che quelle non dette, pur di difendere l’euro. Come quando nel 2012 affermò la celebre frase “whatever it takes”, a qualsiasi costo, ma senza specificare “quanto” costo e chi avrebbe pagato questo costo. Ora invece a tutti è chiaro che il costo è il posto di lavoro o la retribuzione compressa o mantenuta stabile, mentre l’inflazione, poco o tanto, fa aumentare i prezzi.

Nonostante l’evidenza del reale, la menzogna continua: come la storia che le valute non legali vanno ad aumentare il debito. E invece le monete complementari funzionano proprio perché all’atto dell’emissione non indebitano nessuno, al contrario dell’euro. E pure due mesi fa ha affermato che “l’inflazione alla fine si avvicinerà al nostro target di lungo periodo, cioè vicino ma sotto il 2%. Le ragioni di questa fiducia sono principalmente due: in primo luogo rimane in atto un grado eccezionalmente forte di accomodamento monetario. In secondo luogo la ripresa economica è robusta e ben diffusa e ha già avuto un effetto profondo sul mercato del lavoro”. Questa è una menzogna evidentissima, ma nessuno ne ha parlato: disoccupazione in Italia al 10%, in Spagna al 15%, in Grecia sopra il 20%: questa sarebbe la ripresa?

Quanto al Bitcoin, i recenti cali hanno fatto sorgere qualche domanda, finché si è saputo che si è trattata di una mossa speculativa di qualche grosso fondo che ha operato attraverso un exchange ben identificato. E se i grossi fondi si stanno muovendo, vuol dire che c’è qualcosa di grosso che bolle in pentola.

In effetti gli ultimi mesi sono stati costellati di notizie molto interessanti: Goldman Sachs e Citigroup si preparano a gestire transazioni in Bitcoin futures con un servizio di custodia per clienti istituzionali; Morgan Stanley ha creato un’infrastruttura per fornire operazioni di Bitcoin swap trading; il ben noto consorzio tra Nyse, Microsoft e Starbucks renderà possibile quotare Bitcoin nella borsa tradizionale come qualsiasi titolo azionario; anche il Nasdaq è in trattative con le autorità per avere la licenza di quotare futures in Bitcoin; il quadro normativo che regolerà le transazioni in Bitcoin è ormai una realtà o un processo irreversibile in Corea del Sud, Giappone e Usa; il broker più importante negli Usa, TD Ameritrade, sta lanciando la sua prima piattaforma per trading in cripto, anche perché sono sempre più numerosi i broker che permettono di fare trading sul Bitcoin; Coinbase e BitGo hanno già ricevuto la licenza come istituti di custodia per le cripto.

Tutte queste notizie confermano che il mondo della grande finanza ha ormai messo tutti e due i piedi nel mondo delle criptovalute. Il motivo è semplice: le criptovalute non sono considerate solo “monete virtuali”, come le ha chiamate una recente direttiva della Ue (che Draghi a quanto pare non legge), ma sono considerate veri e propri asset perché portatrici di un valore che consiste nella tecnologia Blockchain. E i grandi fondi d’investimento si stanno muovendo anche perché ormai non danno più alcun peso alle menzogne di Draghi.

“L’euro è irreversibile” continua a ripetere. Sarà pure questa l’ennesima menzogna? Il Ministro Savona ha sempre affermato di non avere un piano B. Io gli credo (quello a lui attribuito era in realtà del sito scenarieconomici.it), però sarà bene che lui o qualcun altro al Governo ne prepari uno.

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