SPY FINANZA/ Medio Oriente, i nuovi assetti di potere dopo la mossa del Qatar sull’Opec

Il Qatar ha deciso che lascerà l’Opec. Si tratta di una decisione importante che cambia gli equilibri di potere nel cuore del Medio Oriente

04.12.2018 - Mauro Bottarelli
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(LaPresse)

Certo, timing migliore non poteva essere scelto. A quattro giorni dalla riunione dell’Opec a Vienna e nel pieno di una fiammata del prezzo del petrolio grazie all’accordo fra Russia e Arabia Saudita per la prosecuzione del contenimento della produzione di greggio, ecco che il Qatar – dopo 58 anni – comunica al mondo proprio l’abbandono del cartello petrolifero dal 1 gennaio prossimo, al fine di concentrarsi maggiormente sul business del gas. In particolare, Lng, il gas naturale liquefatto. Guarda caso, il nuovo grande business statunitense sotto l’amministrazione Trump, il quale da mesi e mesi sta agendo da vero e proprio piazzista con i partner mondiali, non ultimo Jean-Claude Juncker nella sua recente visita alla Casa Bianca, il quale per evitare sanzioni dirette per l’ok tedesco alla pipeline russa Nord Stream 2 ha dovuto cedere alla “proposta” di fornitura (175 dollari al metro cubo contro i 125 di quello russo).

La posta in gioco, a livello geostrategico, in effetti è enorme. E va, paradossalmente, anche oltre il lato meramente economico, di per sé già in grado di muovere lobby ed eserciti. Già, perché ad esempio qualche milione fra morti e sfollati dell’eterno conflitto proxy siriano devono la loro dipartita da questo mondo proprio al no di Bashar al-Assad a un progetto di pipeline del gas che, partendo dal Qatar e attraversando la Turchia, arrivasse al ricco mercato europeo, come mostra la cartina. Peccato che quella quota di compratori di energia fosse questione di sopravvivenza per le aziende russe e il presidente siriano decise quindi di opporsi: ecco spiegata la guerra, i profughi e la strenua difesa di Mosca del regime di Damasco, fino all’intervento armato diretto e alla trasformazione della Siria in una sorta di protettorato. Ed ecco anche perché dello schierarsi iraniano al fianco della Siria, visto che il progetto vedeva favorevole alla costruzione l’Arabia Saudita, nemico giurato di Teheran.

Ma si sa, le alleanze cambiano. Gli equilibri geopolitici anche. Ed ecco che nel giugno del 2017, di colpo, il Consiglio per la Cooperazione del Golfo si sveglia e decide dalla sera alla mattina che il Qatar è uno Stato che finanzia il terrorismo. Quindi, va isolato. Ora, un paio di annotazioni: che il Qatar sostenga il fondamentalismo – e non da ieri – è noto anche ai sassi, ma, peggio ancora, appare lunare che a lanciare un’accusa simile, con annesso isolamento e minacce di interventi militari, sia stata l’Arabia Saudita. La quale, però, poche settimane prima aveva ricevuto con tutti gli onori in visita il buon Donald Trump, il quale in cambio dello scudo difensivo Usa agli interessi di Ryad aveva ottenuto tre cose: una sorta di tacito diritto di prelazione sulla privatizzazione – poi rimandata sine die – del gigante petrolifero statale, Aramco. Un sostanzioso acquisto di armi e, soprattutto, la paradossale leadership in seno a Consiglio del Golfo e proprio Opec di Ryad contro il Qatar, ovviamente con la scusa della lotta al terrorismo. Il tutto perché nel frattempo, come anticipato, gli Usa erano diventati uno dei più grandi produttori ed esportatori di Lng al mondo e veder sbaragliata la concorrenza del Qatar poteva rivelarsi una manna dal cielo.

Volete qualche numero al riguardo, tanto per mettere in prospettiva la questione. Guardate questo grafico , il quale mi pare plasticamente chiaro ed esaustivo. Non solo il business del gas naturale ha reso il Qatar il Paese più ricco al mondo, potendo contare su un reddito pro capite annuale di 130mila dollari, ma, soprattutto, il primo esportatore di Lng a livello globale. Di fatto, solo Gazprom può competere con la forza del Qatar nel settore.

E qui, cominciano gli incastri di nuove alleanze e interessi che rendono la mossa di ieri di Doha un vero e proprio game changer nella geofinanza mondiale. Perché nonostante la narrativa di guerra commerciale fra Usa e Cina che sta monopolizzando l’attenzione mondiale, sapete chi è diventato un nuovo fornitore privilegiato di gas naturale liquefatto di Pechino? Un’azienda americana, la Cheniere Energy, la quale – in base a un contratto siglato da Trump durante la sua visita in Cina del novembre 2017 – fornirà al gigante energetico China National Petroleum circa 1,2 milioni di tonnellate di Lng all’anno fino al 2043. Sono talmente in guerra che, non solo fanno affari miliardari, ma l’uno diventa dipendente energeticamente dall’altro per decenni! Un po’ anomalo fra nemici giurati, non vi pare?

E attenzione, perché se per la Energy Information Administration statunitense, gli Usa diventeranno esportatore netto anche di petrolio già dal 2022, la questione cinese rispetto al Lng rischia di tramutarsi nel vero business del futuro. Nel suo tentativo di diversificare le risorse energetiche per combattere la piaga dell’inquinamento, quello cinese sta diventando rapidamente il più grande mercato di importazione di Lng a livello globale, con qualcosa come 26,1 milioni di tonnellate di import nel 2016 e una domanda talmente di rapido aumento da vedere Pechino già oggi in lizza per diventare il primo importatore al mondo entro il 2030. Insomma, alla faccia della guerra commerciale. Dall’altro campo, ecco che, casualmente il 9 novembre scorso, la Reuters rilancia questa notizia: il sospetto che la banca russa a controllo statale Vtb abbia finanziato in maniera significativa una parte dell’acquisizione di una quota azionaria del gigante petrolifero russo Rosneft da parte della Qatar Investment Authority. Un affare grosso, molto grosso. Avvenuto lo scorso anno e che ha coinvolto il 19,5% di Rosneft, rilevato appunto dal fondo del Qatar e dalla svizzera Glencore.

A far muovere le sue accuse a Reuters ci ha pensato, paradossalmente, la stessa Banca centrale russa, la quale ha tracciato le attività della Vtb, vista la sua natura statale, e ha reso noto come quest’ultima abbia garantito prestiti per 6,7 miliardi di dollari ad anonime entità estere. Ma non basta, perché il prestito sarebbe seguito a un altro prestito, questa volta da 5,20 miliardi di dollari e garantito dalla Banca centrale russa alla stessa Vtb. Il sospetto, appare chiaro: il Governo russo, attraverso la Banca centrale e un istituto di credito pubblico, avrebbe di fatto finanziato l’acquisizione di una quota rilevante del suo gigante petrolifero da parte del fondo qatariota e della multinazionale svizzera delle materie prime.

Tanto più che, quando la notizia dell’acquisizione conquistò le prime pagine lo scorso dicembre, il mercato si attendeva che l’operazione fosse, proprio per la natura statale dell’entità coinvolta, limitata a investitori russi: la partecipazione fu valutata 11,57 miliardi di dollari, per i quali Glencore partecipò con “soli” 324 milioni. Il resto fu pagato, senza ricorso a finanziamento bancario, dalla Qatar Investment Authority. Ma attenzione, perché in un periodo pre-elettorale per Vladimir Putin, con le spese per la difesa alle stelle a discapito di quelle per welfare e pensioni, ecco che le non particolarmente cariche casse statali russe riuscirono a rimpinguarsi con 10,55 miliardi di dollari dall’operazione, inclusi 270 milioni di extra-dividendi. Rosneft, dal canto suo, ottenne una partecipazione indiretta in Glencore pari allo 0,54%. Manna in un periodo in cui l’entrata fiscale principale, ovvero proprio le royalties energetiche, languiva a causa del prezzo del greggio pericolosamente vicino alla soglia di breakeven fra profittabilità e perdita sul medio termine, anche in base ai parametri russi di costi fra estrazione, raffinazione e vendita.

Ultimo tassello, ma esplicativo dell’ombra che grava sulla vicenda, il fatto che l’autorità qatariota e Glencore non intendessero mantenere il controllo della quota di Rosneft acquisita, bensì cederla al conglomerato energetico cinese Cefc. Puro business? O una triangolazione Mosca-Pechino da tenere nascosta? O altro ancora? Qualcosa di strano accadde, visto che il piano venne bloccato dalle stesse autorità cinesi, le quali – avendo già messo gli occhi sulle attività della Cefc – lanciarono un’inchiesta in piena regola che portò immediatamente al siluramento dell’amministratore delegato del gruppo. Al centro dell’indagine, un giro di vite di Pechino su pratiche illecite di business da parte di aziende private cinesi.

Insomma, la patria del sistema bancario ombra, massimo dell’opacità finanziaria tollerata per anni, ha voluto mettere un freno all’operazione: un indizio che, al netto del garantismo, appare decisamente pesante. Perché quella mossa di Vtb, quantomeno economicamente bizzarra? E perché il prestito della Banca centrale russa? Business, ovviamente. E, come anticipato, la necessità di puntellare un gigante di Stato che, con le valutazioni del greggio ai minimi sui mercati internazionali e la crescente concorrenza non solo Opec ma anche dello shale oil statunitense, cominciava a inviare segnali di malessere. Tutto quadra. Da mesi Donald Trump fa pressing disperato sull’Arabia Saudita perché pompi di più e faccia scendere ancora il prezzo del petrolio, in modo che la sofferenza a livello di entrate fiscali finisca il lavoro iniziato dalle sanzioni economiche contro Mosca.

La quale, dal canto suo, utilizza il Qatar come proxy non solo per consolidare il suo ruolo nell’area, dopo la “conquista” della Siria, ma anche come elemento di disturbo del nuovo, fruttuoso business per l’industria energetica statunitense, sempre più competitiva e a aggressiva a livello globale. Oltretutto, finanziarizzata com’è e potendo quindi contare sull’appoggio indiretto della banche e di Wall Street, in grado di produrre ai massimi ed essere profittevoli a livelli di quotazioni del greggio in grado invece di strangolare tutti i principali competitor. Opec in testa, la quale si trova ora a dover gestire una grana epocale proprio alla vigilia della sua riunione tanto attesa di venerdì. E dopo l’intesa fra Arabia Saudita, membro dominante del cartello e Russia per continuare con gli accordi di contenimento della produzione e l’annuncio della provincia canadese dell’Alberta di un taglio temporaneo alla produzione di greggio di 325mila barili al giorno, pari all’8,7% della produzione, a partire da gennaio 2019. Di colpo, ieri mattina il barile è schizzato immediatamente a 54 dollari, dopo essere sceso in area 50 dollari venerdì: l’area di allarme rosso per produttori come la Russia, appunto.

Insomma, Ryad ha “tradito” Washington con Mosca, forse come rappresaglia per quanto accaduto nell’ambasciata saudita di Istanbul e per i suoi ricaschi sugli equilibri della Famiglia reale, ritenuti frutto legittimo degli interessi “coperti” statunitensi di destabilizzare e indirizzare le scelte strategiche del Trono. Ma ora l’annuncio del Qatar, alleato proprio della Russia in chiave anti-Usa per la tutela degli interessi petroliferi ma anche dell’odiato e sotto sanzioni Iran, con il quale condivide metà delle infrastrutture della strategica pipeline Dolphin, come mostra la cartina, spariglia completamente le carte in tavola e gli assetti di potere.

I due epiloghi più probabili? Uno showdown di Palazzo in Arabia Saudita e l’accelerazione della nascita di un’Opec del gas a probabile guida qatariota. Stiamo entrando in un mondo nuovo, le cui fondamenta sono in piena lavorazione. Si sta scrivendo la storia. Ma attenzione: come ci insegna la vicenda siriana, gli interessi energetici e geopolitici non fanno prigionieri. Solo danni collaterali.

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