MANOVRA/ Ecco perché il 2% è uno sgambetto contro la ripresa

Sembra che Italia e Ue abbiano trovato un punto di incontro sulla manovra, con il deficit al 2% del Pil. Questo non basta a risolvere i problemi del Paese

05.12.2018 - int. Luigi Campiglio
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Giovanni Tria (LaPresse)

Sono arrivati nuovi segnali di distensione tra Roma e Bruxelles e pare che il punto di incontro tra le due parti si possa trovare in un deficit al 2% del Pil. In questo modo l’Italia riuscirà a evitare la procedura di infrazione da parte della Commissione europea. Ma potrà evitare la recessione di cui ha parlato Goldman Sachs in un report dedicato al nostro Paese e che viene vista come sempre più probabile a livello globale? “Una volta che si arrivasse a un accordo al 2%, la storia non sarebbe affatto finita, perché se vogliamo crescere occorrono investimenti”, ci dice Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

Professore, cosa ne pensa degli sviluppi della trattativa tra Italia e Commissione europea? Forse la quadra si potrebbe trovare con un deficit al 2% del Pil…

In questo modo ci sarebbe un avvicinamento all’obiettivo dell’avanzo strutturale, ma il vero problema dell’Italia restano gli investimenti. Tutti i paesi con l’austerità hanno tagliato in modo elevato proprio questa voce di spesa pubblica. Ma se esiste una politica economica degna di questo nome certamente essa riguarda gli investimenti, che se riguardano ricerca e sviluppo di fatto portano su un sentiero di fortissima innovazione. Degli investimenti noi abbiamo bisogno come il pane. I dati sono lì a dimostrarlo.

Ci parli di questi dati.

Ho preso un campione di paesi europei e quelli che sono maggiormente cresciuti sono quelli che hanno puntato sugli investimenti. Per esempio, nel 2016, ultimi dati disponibili, la ricerca di base in Germania è stata di 30 miliardi di euro. In una trattativa che è decisamente sul filo del rasoio politico, visto che si parla degli zero virgola, gli investimenti sono una carta da giocare in modo decisivo. Quando si dice che bisogna cambiare le regole europee significa anche che agli investimenti, con tutte le modalità di cautela che possano essere richieste, bisognerebbe fare ponti d’oro, perché chi li fa cresce, si sviluppa.

Dunque sarebbe opportuno rimodulare la manovra dando più spazio agli investimenti e tagliando la spesa corrente?

Sì, anche se bisogna stare attenti a tagliare la spesa corrente. Guardi cosa sta succedendo in Francia per una restrizione che tutto sommato è molto minore di quanto si è visto in Italia, dove la spesa corrente in termini reali, in alcuni comparti, come l’educazione terziaria, è diminuita del 20%. L’Europa in generale non può certo dire di essere in una fase economica normale. In una situazione di questo genere, per ritornare a crescere, a me pare che in un Paese disastrato come il nostro, produrre idee, produrre innovazione è più difficile nel privato, non essendoci tante grandi imprese. Dunque il pubblico ha un ruolo molto importante.

Professore, possiamo dire che se anche seguissimo le ricette europee ciò non basterebbe a scansare la recessione globale che qualcuno vede già all’orizzonte?

Una volta che si arrivasse a un accordo al 2%, la storia non sarebbe affatto finita, perché se vogliamo crescere occorrono investimenti. Occorrerà la consapevolezza da parte di tutti sul fatto che non stiamo facendo ciò di cui il Paese ha bisogno: crescere non è il taglio generico della spesa pubblica. Lo Stato sociale ha tanti difetti, ma è essenziale. I privati dovrebbero fare uno sforzo importante e scommettere sugli investimenti.

Lunedì un report di Goldman Sachs ha parlato di rischio recessione per l’Italia. Quanto la preoccupa il punto di vista della banca d’affari americana?

Dal punto di vista di un osservatore esterno, non si può non dare ragione alle preoccupazioni sul nostro Paese, dato che si vede questa litigiosità da Bruxelles verso Roma e viceversa, oltre che una crescita ancora esigua e agli ultimi posti in Europa. Goldman Sachs mi preoccupa perché è un soggetto ascoltato e potente sul mercato internazionale. Dunque potrebbe spingere gli operatori a investire altrove.

(Lorenzo Torrisi)

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