IL CASO/ Perché il Giappone con un debito del 240% non è messo male come l’Italia?

Sono tre i motivi: la Bank of Japan può stampare moneta per acquistare titoli pubblici, l’innovazione tecnologica è al top e l’istruzione assorbe manodopera qualificata

06.12.2018 - Salvatore Sparaco Diglio
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Shinzo Abe (LaPresse)

Il Giappone è invocato da molti per sfatare il “mito” secondo cui un elevato debito pubblico provochi problemi di solvibilità per uno Stato, ponendolo spesso a confronto con le economie dell’area euro. Il Paese del Sol Levante, infatti, ha un debito pubblico che, alla fine del 2017, si attestava sugli 8.200 miliardi di euro, con un rapporto debito-Pil esploso al 240% (il debito pubblico più alto al mondo), eppure non versa in uno stato di profondo malessere, come dovrebbe succedere in base alle teorie economiche.

Al contrario, l’Italia, che presenta un debito pubblico pari a 2.286 miliardi di euro, con un rapporto debito-Pil pari al 131,5% (in base ai calcoli pubblicati dall’Istat a marzo 2018), di gran lunga inferiori ai livelli del Giappone, si trova in una situazione economica e sociale molto più precaria. Questo perché il Giappone, a differenza dell’Italia e di qualunque altro Paese dell’eurozona, possiede due armi a suo favore: la quasi totalità del debito pubblico è posseduta da investitori interni e la Bank of Japan può stampare moneta per acquistare titoli pubblici.

In Giappone solo il 5% del debito pubblico è posseduto da creditori stranieri (35% in Italia), poiché sono gli stessi risparmiatori giapponesi a finanziare la spesa pubblica acquistando titoli del debito pubblico e mantenendo l’investimento nei confini nazionali. In questo modo, il debito pubblico giapponese risulta inattaccabile dalla speculazione finanziaria. Infatti, nel caso dei titoli in valuta nazionale, lo Stato ha sempre la possibilità di controllarne il valore – ad esempio, con la svalutazione – per contenere il debito, cosa che invece non può fare con i titoli denominati in valuta estera.

Nel caso dei Paesi dell’eurozona, i titoli sono denominati in euro e, quindi, non sono manipolabili a livello nazionale: è come se concorressero a formare un debito estero. Quindi, anche se il debito pubblico italiano fosse posseduto totalmente da risparmiatori italiani, l’emissione di moneta e l’andamento dei tassi d’interesse sarebbero sempre sotto il controllo della Banca centrale europea e non della Banca d’Italia, lasciando il Paese esposto al rischio di attacchi speculativi.

Inoltre, la BoJ, a differenza della Bce, svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza, cioè garantisce di fatto il debito pubblico giapponese, essendo pronta ad acquistare i titoli di Stato, stampando moneta, per combattere l’instabilità finanziaria. Tuttavia, la semplice esistenza di tale strumento può creare un problema di azzardo morale, perché incentiva le banche a esporsi maggiormente al rischio di illiquidità, facendo affidamento sull’eventuale intervento della Banca centrale.

Il principale rischio per un Paese, nel quale la Banca centrale stampi moneta per sostenere la crescita, è quello di stimolare eccessivamente l’inflazione. Tuttavia, questa conseguenza non può essere data per scontata. Infatti, il Giappone negli anni Novanta fu colpito dalla grande deflazione, che portò la BoJ ad avviare nel 2001 il primo quantitative easing, aggiornato nel 2013, per assumere il carattere di un quantitative and qualitative easing, senza però a tutt’oggi raggiungere l’obiettivo del 2% fissato dal governatore Haruhiko Kuroda. Nonostante ciò, la politica monetaria giapponese resta invariantemente espansiva e sembra destinata a esserlo ancora per anni, secondo le dichiarazioni di Kuroda, mentre il Paese sembra impantanato in una vera e propria trappola della liquidità, espressione che Keynes utilizzò per dimostrare l’inefficacia della politica monetaria nelle situazioni in cui il mercato si dimostra poco reattivo alle variazioni del tasso d’interesse.

Il quantitative easing, però, ha rappresentato solo la prima fase della cosiddetta “Abenomics”, l’insieme di politiche messe in atto dal primo ministro giapponese Shinzo Abe per rilanciare l’economia. Le altre due fasi sono la politica fiscale espansiva, mirata a stimolare la crescita attraverso l’aumento della spesa pubblica, bilanciata dall’aumento della tassa sui consumi – passata dal 5% all’8% nel 2014 e destinata ad arrivare al 10% – e un programma di riforme strutturali di lungo periodo, in grado di aumentare gli investimenti, soprattutto in infrastrutture, anche in vista delle Olimpiadi del 2020 a Tokyo.

Queste politiche hanno conseguito importanti risultati economici, anche se inferiori alle attese. Nel 2017, si è registrato un generale miglioramento dell’economia giapponese, con una crescita del Pil reale pari all’1,7%. Le esportazioni sono aumentate dell’11,8%, anche grazie alla svalutazione dello yen, determinata dalla politica monetaria espansiva della BoJ. La produzione industriale è aumentata del 4,5% e il tasso di disoccupazione è diminuito al 2,8% (3,1% nel 2016), tuttavia l’inflazione si attesta allo 0,4%, in calo rispetto al 2016, quando era pari all’1% (ancora lontana dall’obiettivo del 2%).

Il Giappone, inoltre, si differenzia dalla maggior parte delle economie europee anche per il suo maggior livello di innovazione tecnologica e per il suo sistema di istruzione. Infatti, è famoso per la sua industria elettronica ed è all’avanguardia nel campo della robotica, dove ha realizzato da tempo cospicui investimenti. Da anni il Paese è impegnato in un piano di innovazione tecnologica, secondo la “Declaration to be the World’s Most Advanced It Nation”, per conquistare il ruolo di leader mondiale nel settore e dare inizio alla quarta rivoluzione industriale. Il piano, che ha l’obiettivo di utilizzare la tecnologia come volàno per la crescita economica e sociale, indica il 2020 come termine ultimo per realizzare tutte le innovazioni tecnologiche proposte. Tra quelle più importanti: la diffusione della rete 5G per una maggiore velocità di connessione; l’utilizzo dei robot per guidare e informare i turisti; la diffusione di auto senza pilota, alimentate con l’energia elettrica o a idrogeno.

Ovviamente innovazione tecnologica e istruzione sono complementari e il Giappone riesce facilmente a occupare la propria manodopera qualificata, grazie a un sistema formativo avanzato, sia nell’implementazione che nell’utilizzo delle nuove tecnologie; mentre in Italia i giovani sono costretti a emigrare per trovare sbocchi lavorativi adeguati alle proprie competenze professionali.

Le caratteristiche peculiari della politica economica e del sistema monetario, l’elevata percentuale di laureati, i massicci investimenti tecnologici rendono positivo l’outlook di lungo termine del Giappone e permettono di spiegare la diversa rischiosità attribuita dalle agenzie di rating ai bond giapponesi (A1 per Moody’s) e a quelli italiani (declassati da Baa2 a Baa3 da Moody’s, a causa soprattutto della manovra in deficit). L’economia giapponese sembra, quindi, promettere buone prospettive future. Molta fiducia viene riposta nell’ultima fase della “Abenomics” (riforme strutturali di lungo periodo per rilanciare gli investimenti), con l’obiettivo di far uscire il Paese dalla spirale deflazionistica e spingerlo decisamente nella rivoluzione dell’innovazione digitale e dello sviluppo moderno.

Il 2020 rivelerà se questi sforzi avranno raggiunto i risultati sperati. E l’Italia sarà capace di battere un colpo?