MANOVRA/ Deficit al 2%, un passo indietro con un costo da pagare

Il Governo fa retromarcia sul deficit, ma resta da pagare il costo di uno spread che si è alzato. Oltre alla scelta di non potenziare il Rei

06.12.2018 - int. Leonardo Becchetti
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Luigi Di Maio e Giuseppe Conte (LaPresse)

“Adesso portiamo a casa la manovra evitando la procedura di infrazione e mantenendo le promesse”. Anche Luigi Di Maio conferma quindi la volontà del Governo di raggiungere un accordo con Bruxelles che potrebbe essere su un deficit/Pil al 2%. «Ho sempre sostenuto che fosse sbagliato superare l’1,6% nel rapporto deficit/Pil inizialmente indicato da Tria», ci dice Leonardo Becchetti, professore diEconomia politica all’Università Roma Tor Vergata, secondo cui «occorreva spalmare gli interventi che il Governo vuol realizzare in un periodo più lungo. È stato quindi un errore andare allo scontro con l’Europa, cosa che ha fatto salire lo spread e che avrà il suo peso sui conti pubblici: nelle ultime settimane ci sono state infatti delle aste di titoli di stato su cui pagheremo interessi più alti. Tutto questo ce lo saremmo potuti risparmiare. Ma questo non è l’unico “spreco” di denaro che avremo».

Cosa intende dire?

Come ha evidenziato l’altro giorno l’Alleanza contro la povertà, smantellare il sistema del Reddito di inclusione per andare a creare uno strumento nuovo costerà tempo e denaro. Quando si è costruito con fatica un sistema dove al centro ci sono le associazioni del territorio e i servizi sociali dei Comuni, adesso con il reddito di cittadinanza si vuole rifare tutto passando dai Centri per l’impiego. E mi pare che lo si faccia per ragioni ideologiche. La cosa migliore da fare sarebbe utilizzare i fondi stanziati per il reddito di cittadinanza per un potenziamento del Rei.

Nell’ultimo periodo si sono riaccesi gli allarmi su un rallentamento dell’economia. La manovra, rivista anche alla luce del negoziato con l’Ue, potrà evitare una recessione in Italia?

Mentre possiamo dire che il Governo ha responsabilità per l’aumento dello spread, non possiamo totalmente imputargli il calo del Pil, che dipende anche dalla situazione internazionale che non è certo rosea. L’esecutivo ci ha però messo del suo perché non ha dato forza e continuità alla cosa più importante fatta negli ultimi anni: il piano industria 4.0 con incentivi agli investimenti. Non a caso le aspettative degli imprenditori in questi mesi sono peggiorate e questo incide sulle scelte di investimento, sull’economia.

C’è dunque da temere per la nostra crescita nel 2019?

Molto dipenderà dalla situazione internazionale, ma le prospettive non sembrano particolarmente buone. Non è affatto scontato che i conflitti sul commercio internazionale si risolvano in breve tempo. E non mi sembra poi che a livello nazionale ci siano delle grandi idee per far ripartire bene l’economia. Andrebbe dato maggior peso agli investimenti, che in Italia dopo la crisi sono crollati più che in altri paesi e che sono lo strumento attraverso il quale c’è un ammodernamento degli apparati produttivi.

Non crede che un eventuale rallentamento dell’economia possa essere usato politicamente dalla maggioranza per sostenere che è da attribuire all’Europa che ha voluto far cambiare la manovra?

Sarebbe una reazione come quella dello studente ultimo della classe che se la prende con il professore. Può anche essere giusto volere un’Europa diversa, ma conviene anzitutto partire dalle proprie responsabilità quando si guarda alla propria performance economica.

A proposito di Europa diversa, non sembra che si siano fatti passi avanti significativi per una nuova governance…

Dobbiamo anzitutto sperare che il progetto franco-tedesco vada avanti. Le elezioni saranno poi un’occasione importante: bisognerà proporre ai cittadini qualcosa di più attraente rispetto al cupio dissolvi dei populisti, qualcosa che non può ovviamente essere lo status quo. In questo senso è uscito un documento delle forze progressiste che si chiama “Sustainable Equality”, che mi sembra molto interessante e propone un’idea di Europa veramente diversa.

Si è discusso molto del fondo per la stabilità dei paesi dell’Eurozona contenuto nella proposta franco-tedesca. Secondo lei sarebbe positivo e aiuterebbe l’Italia?

È un fondo che si propone di ridurre le divergenze macroeconomiche tra paesi e di spingere maggiormente la politica fiscale laddove i paesi sono più in difficoltà. Sarebbe quindi perfetto per noi, perché essendo gli ultimi come tasso di crescita sicuramente saremmo i principali beneficiari.

La settimana prossima, intanto, si terrà la riunione del board della Bce in cui potrebbero essere riviste le scelte sul Qe. Secondo lei la politica espansiva dell’Eurotower andrà avanti?

Penso che Draghi farà di tutto per mantenere l’attuale stimolo di politica monetaria espansiva e credo che ci siano anche le circostanze per farlo, perché se l’economia, compresa quella europea, rallenta e i dati sull’inflazione, escludendo i prezzi dei beni energetici, non sono ancora al 2% fissato come target dalla Bce, l’espansione monetaria potrà proseguire.

(Lorenzo Torrisi)