MPS/ Il conto in rosso e il rimpianto per lo Stato banchiere

Ieri Mps ha comunicato i dati relativi al 2017, chiuso con una pesante perdita. Meglio sarebbe stato se lo Stato avesse preso prima il controllo di Montepaschi. PAOLO ANNONI

10.02.2018 - Paolo Annoni
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Banca Monte Paschi ieri ha comunicato i risultati del 2017 chiuso con una perdita di quasi 4 miliardi di euro dopo svalutazioni di sofferenze per circa 5,5 miliardi di euro. La perdita “monstre” non è del tutto inattesa, ma il conto finale è davvero difficile da ignorare. Monte Paschi, sicuramente nell’immaginario collettivo, non è una banca normale e negli ultimi anni è diventata, suo malgrado, il simbolo delle difficoltà del sistema bancario italiano. Dopo un aumento di capitale da 8 miliardi di euro lo Stato italiano è il principale azionista della banca con una quota del 68,2%; gli obbligazionisti subordinati hanno contribuito al salvataggio convertendo in azioni.

La situazione attuale è il prodotto di molte cause. Gli errori nella concessione del credito e un’acquisizione, Antonveneta, fatta a premio sui massimi dei massimi del mercato sono solo una parte della storia. A questa storia bisogna aggiungere la peggiore crisi finanziaria dal ‘29, con il fallimento di Lehman, una recessione senza precedenti dal dopoguerra in Italia nel 2012 successiva alle politiche di austerity, una crisi sistemica delle banche italiane provocate sia dai ritardi del governo italiano, sia dalle rigidità dell’Unione europea.

Questa vicenda viene normalmente giudicata dal punto di vista italiano. Quando quest’ultimo prevale o è esclusivo, il caso Mps viene sostanzialmente dipinto come una vicenda di corruzione o cattiva gestione italiana: un misto di finanza e politica che ha prodotto le maxi perdite. Questa visione non è completa. Il caso Montepaschi ha, in un certo senso e con molte differenze, corrispettivi in altri Paesi europei e globali. I principali protagonisti americani della crisi Lehman non hanno fatto un giorno di galera e si sono tenuti la maggior parte dei bonus che arrivavano a decine di milioni di dollari all’anno. La finanza che ha prodotto Lehman era fatta di comportamenti che privilegiavano i guadagni personali di breve rispetto alla salute delle banche che si gestivano. A nessuno, in sostanza, importavano gli effetti dei propri comportamenti sull’istituto e sul sistema nella misura in cui generavano benefici immediati personali. Gli Stati Uniti hanno salvato le banche con soldi pubblici e nel frattempo “assolto” i responsabili. Nessuno degli amministratori delegati pre-Lehman ha fatto un giorno di galera o ha restituito i propri bonus.

Se fossimo nel 2009 la partecipazione dello Stato italiano in Montepaschi sarebbe inserita in un’ampia letteratura europea in cui, per esempio, il governo inglese deteneva più dell’80% di Royal Bank of Scotland. Nel 2010 la banca pagava quasi un miliardo di sterline in bonus; tra i beneficiari moltissimi banker che a quella crisi avevano, più o meno, contribuito. Le differenze sono molte, ma la commistione tra un modo di fare finanza e una politica che lasciava fare se non addirittura faceva il tifo non è solo un vizio italiano. Una crisi sistemica come quella del 2008 nata in America non avviene senza il ruolo della politica; nel 2016 prima delle elezioni presidenziali americane sia Hillary Clinton che Donald Trump tentavano di assicurarsi il supporto di “Wall Street” che probabilmente avrebbe festeggiato chiunque avrebbe vinto.

Non si tratta di “assolvere” i colpevoli o di dimenticarsi quello che è successo, ma gli effetti sui risparmiatori a cui abbiamo assistito in Italia negli ultimi trimestri sono un effetto sia della cattiva gestione delle banche, sia di una successiva e inadeguata risposta del sistema. Se lo Stato italiano avesse fatto la sua comparsa nell’azionariato di Monte Paschi nel 2009 forse ci saremmo risparmiati la macelleria su migliaia di, ignari, risparmiatori e le conseguenze sulla fiducia dei consumatori. A parità di risultati processuali o di analisi storiche, che sinceramente non abbondano, probabilmente oggi staremmo meglio. Tra l’altro segnaliamo che gli aumenti di capitale statali o le maxi immissioni di liquidità pagate dai contribuenti nei Paesi che le hanno fatte per tempo e senza vergona hanno lasciato le banche saldamente in mano ai loro sistemi Paese. Quello che ci importa oggi è che sotto lo Stato italiano la banca sia gestita bene, che non ci siano crisi di fiducia e che si possa avere un sistema bancario sinergico alla crescita economica italiana.

Non è mai troppo tardi. L’utilizzo di risorse pubbliche, una moda globale nel settore bancario, è un male solo se non incide sul sistema lasciandolo fragile e vulnerabile.

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