TASSA PER LE PROVINCE/ L’antipasto delle brutte sorprese della campagna elettorale

- Sergio Luciano

Le Province dovrebbero essere state abolite. Eppure si sta pensando a come finanziarle. Una vicenda emblematica del modo di operare dell’attuale classe politica. SERGIO LUCIANO

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Graziano Delrio (LaPresse)

Graziano Delrio è senza dubbio quel che si definisce “una persona perbene”. Sicuramente in buona fede nel suo approccio civile alla politica. Incomprensibile, quindi, come sia potuto restare irretito nell’imbonimento rottamatore elevato a cifra identitaria su cui Matteo Renzi ha edificato la sua fragile costruzione propagandistica, ma fatto sta che, se non altro sulla cosiddetta abolizione delle province che porta la sua firma, Delrio non è riuscito a distinguersi. 

Per cui l’Italia – a causa di una riforma scritta male e di un referendum velleitario che ha legato all’ego scatenato del Capo l’esito di troppi quesiti diversi, trascinandoli tutti nel ridicolo e nella bocciatura – è rimasta con un aborto di riforma, che rispetto alla situazione precedente ha tolto ruolo politico e autonomia decisionale alle Province lasciando loro però 130 mila chilometri di strade e oltre 6 mila edifici scolastici da gestire, senza né piena responsabilità di farlo discrezionalmente, né i soldi per pagare le spese. Un disastro, una burla, di cui nessuno parla più e della quale né Renzi come segretario ostinato del Pd, partito di riferimento del governo Gentiloni, né quest’ultimo, né lo stesso Delrio si sono fatti carico.

A denunciare l’anomalia ha provveduto invece – ha rivelato acutamente il Corriere della Sera – la Commissione sul federalismo fiscale. “Sono trenta parlamentari, di tutti i gruppi”, scrive Lorenzo Salvia: “La commissione ha approvato all’unanimità la sua relazione semestrale, 157 pagine piene di spunti anche interessanti”. In sostanza, i parlamentari, tutti d’accordo – altro che larghe intese: larghissime! – si sono posti apertamente la questione di quale possa e debba essere la fonte stabile di finanziamento delle attività residue delle province. Avrebbero potuto scegliere un’espressione più chiara (tipo: “Con quale tassa finanzieremo il cadaverino?”), ma comunque la verità sostanziale l’hanno scritta. 

Ebbene: non lo sanno. Non ipotizzano risposte alla loro domanda. L’ultimo cespite lasciato dalla “schiforma” (copyright Marco Travaglio) delle province è un prelievo sulle assicurazioni RcAuto, che però sta calando per volontà legislativa del 10% l’anno e va sostituito o rimpinguato. E non si sa come fare. Una patata bollente in più per il governicchio che scaturirà dalle urne del 4 marzo prossimo.

Ecco un frutto tipico dell’esplosivo miscuglio tra l’arroganza ignorante e attitudinalmente squadrista di Renzi, l’acquiescenza supina dei suoi e il populismo. Chissà per quale maledetta ragione qualche anno fa il trasversalissimo movimento anticasta che ha alimentato il fenomeno speriamo meteorico dei Cinquestelle ha spinto tutti i partiti a una patetica e affannosa simulazione di austerità. Tutti a promettere e anzi reclamare stop agli sprechi, tagli alle auto blu, anatemi contro ogni cerimoniale. Renzi è stato il maestro di tutto ciò, con lo slogan – e la tattica operativa – della rottamazione. Era solo un modo per sgombrare il terreno al suo personale potere. È stato presentato come la palingenesi del Paese.

Le Province, che certamente avevano da tempo perduto agli occhi degli elettori sia credibilità istituzionale che centralità operativa, sono state ufficialmente abolite tra cori festosi. In realtà l’unica cosa a essere stata abolita, con qualche risparmio nei conti pubblici, sono stati i consigli provinciali elettivi, e quindi pagati con delle retribuzioni che nell’insieme riguardavano circa un migliaio di consiglieri e 20 mila dipendenti su 48 mila sono stati trasferiti a Comuni e Regioni, spesso con un aggravio di costo sui conti pubblici perché l’inquadramento nei ruoli delle Regioni ha comportato il più delle volte un aumento retributivo. I consigli elettivi sono stati sostituiti con consigli composti dai sindaci dei Comuni compresi nel territorio. Le nuove ripartizioni di funzioni tra i nuovi enti e i medesimi Comuni e le rispettive Regioni non sono state chiarite, né lo sono state le fonti di finanziamento. Un delirio.

Se ne uscirà? Improbabile. È facile rottamare, basta una clava. Molto più difficile costruire, bisogna aver letto qualche libro. E invece quel che sta accadendo sotto i nostri occhi in questa campagna elettorale – duole dirlo, senza eccezioni di schieramento – è una deprimente sagra dell’impostura. Il costo complessivo delle promesse che i tre schieramenti di riferimento per il 4 marzo stanno facendo agli elettori è da capogiro. Si oscilla tra i 50 e i 70 miliardi di finanza pubblica che nessuno chiarisce come finanziare, pur sapendo bene tutti che di fronte a bilanci previsionali privi di coperture certe – oltretutto imposteci dalla nuova stesura dell’articolo 81 della Costituzione – la Commissione europa non ci autorizza la Legge di bilancio.

Con una marcia trionfale di balle quali quelle che stiamo ascoltando ripetere ogni giorno dai vari cosiddetti leader, quale spazio è sperabile che possa trovare la pur indispensabile razionalizzazione del disastro renziano sulle Province? Nessuno. Credere ancora nel ritorno di questo Paese a una democrazia efficace e compiuta – e quindi andare a votare il proprio personale “meno peggio” – è pura resilienza morale, atto di fede nella nostra storia civile e nei nostri valori collettivi, non nell’attuale inqualificabile classe dirigente di questa politica.

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