SPILLO/ Bolletta a 28 giorni, la bastonata illusoria a Tim, Vodafone WindTre e Fastweb

- Zaccheo

L’Antitrust sospetta che Tim, Vodafone, WindTre e Fastweb si siano accordati per aumentare i prezzi delle bollette. Ma il problema della concorrenza è un altro, dice ZACCHEO

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Ahia ahia, dunque i telefonici ci hanno preso tutti per il naso? Dunque si accordavamo per fregarci? Ma guarda! È quel che trapela dai sospetti che l’Antitrust ha formalizzato contro Tim, Vodafone, WindTre e Fastweb circa l’ipotesi che i quattro operatori di telefonia mobile (in verità Fastweb c’entra ben poco, ma fa brodo) si fossero accordati tra loro per recuperare, con un aumento concordato dei prezzi in bolletta, il guadagno che avrebbero perso ottemperando al recente obbligo di legge di abolire la bollettazione a settimana (quindi ogni 28 giorni) e adottare quella a mese di calendario, che significa in sostanza perdere una tredicesima bolletta di incassi.

Raffreddiamo subito gli ardori consumeristici, tanto più ridicoli in un Paese come l’Italia dove i movimenti in difesa dei consumatori non hanno mai espresso livelli interessanti ed energici di incisività. La ricerca delle posizioni di monopolio o, almeno, di oligopolio è insita nello schema logico dell’operatività delle grandi imprese. Al di là delle chiacchiere di cui si vestono gli ideologi del settore, il miglior concorrente, per un imprenditore, è il concorrente morto. Poiché questo però significa lasciare il consumatore in balia di un unico, insostituibile, fornitore, che fa quel che vuole con i prezzi e tende a vessare i suoi clienti, i popoli civili hanno introdotto i principi anti-trust e li usano per tagliare gli artigli ai monopolisti.

Nel mondo occidentale, questi principi stanno vivendo una fase di ludibrio senza precedenti. Quattro colossi mondiali, dal potere condizionante senza precedenti nella storia dell’economia – cioè Google, Amazon, Facebook e Apple – fanno quel che vogliono delle nostre tasche e soprattutto della nostra privacy, fregando il nostro fisco, senza che nessuno trovi il coraggio di dire: “bah”. Inoltre, e in generale, la globalizzazione ha fatto saltare quell’unità di misura che era tradizionalmente essenziale per esercitare la vigilanza antitrust, cioè il confine: se un’azienda è dominante in Italia, nel senso che non ha alcun concorrente italiano, ma deve temere in ogni momento l’irruzione, sul mercato italiano, di un concorrente straniero, dov’è il monopolio? Se invece un colosso come le Ferrovie dello Stato ha e può avere un solo concorrente sul suo territorio, Italo, dov’è la concorrenza vera? Sono incongruenze palesi.

Ebbene, nella telefonia mobile è successo, nell’arco di trent’anni, un fenomeno lampante. Intanto, la concorrenza in Italia nel “mobile” nasce bacata. Lo si capì quando il governo Ciampi, assegnando la prima licenza concorrente a Omnitel nel ’94 – tra l’altro, Ciampi lo fece firmando il decreto a governo dimissonario, pochi giorni prima del voto che diede la vittoria a Silvio Berlusconi, con scelta istituzionale a dir poco discutibile: l’Omnitel allora era controllata da Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, grande sostenitore di Ciampi e avversario di Berlusconi che con la sua Fininvest e in tandem con la Fiat competeva per la stessa licenza. 

Ciò detto, la crescita di Omnitel fu una bella storia. L’unica veramente bella di tutta questa vicenda. Perché poi la nascita del “terzo gestore”, Wind, sotto l’egida dell’Enel, soldi pubblici dunque, fu molto criticata, perché gli analisti ritenevano che il gruppo non potesse vivere bene, e di fatto avevano ragione: il gruppo Enel – come riconobbe in Parlamento l’allora presidente Piero Gnudi – ha perso 5 miliardi di euro nell’avventura telefonica. E se lo Stato perde 5 miliardi per portare la concorrenza in un settore liberalizzato, e poi conferisce il frutto di queste sue perdite a una proprietà straniera (prima l’egiziano Naguib Sawiris, che comprò Wind indebitandola, e poi l’oligarca russo Fridman) non ha giovato né alla concorrenza, che ha anzi falsato, né all’economia nazionale.

Ci fu poi la gara per il 3G, il nuovo standard di emissione elettromagnetica noto come Umts, che ha segnato l’avvento di Internet sul telefono mobile. Le nuove frequenze vennero dapprima promesse in via semigratuita. Poi invece vendute a carissimo prezzo – governo Amato, inizi 2001, anche qui poco prima dell’inizio di un altro governo Berlusconi – a cinque operatori: oltre a Tim, Vodafone e Wind anche 3 Italia, controllata dai cinesi di Ck Huthison, e Blu, quattro amici al bar italiani, tra cui Autostrade ed Eni con l’aiuto di Bt, che entrarono in quel mercato senza capire niente e ne uscirono in breve con le ossa rotte.

Fu questa mossa, in realtà a portare un po’ di concorrenza sui prezzi in più, perché i cinesi avevano spalle larghissime e mentalità ovviamente cinese, investivano cioè a lunghissimo termine, e permisero alla loro 3 Italia di rompere i prezzi, lanciando di fatto la telefonia low-cost, anche se la casa adottò, pur di non presentarsi come il telefonista della signora Pina, la stramba forma del “value for money”, come dire: con noi hai quello che spendi, e non ti freghiamo. Ringalluzzita dalla presenza di un altro concorrente risparmioso, anche Wind tenne i prezzi più bassi e ciò definì un quadro competitivo sostanzialmente nitido per anni: Tim e Vodafone cari uguale ma dotati di rete capillare e servizi efficienti, Wind un po’ meno cara e un po’ meno efficiente, 3 Italia molto meno cara, ed efficiente solo dove arrivava “bene” con la sua rete, cioè su una parte ampia del territorio nazionale ma non sul 100%.

L’equilibrio saltò quando il mercato italiano del “nuovo equipaggimento” – cioè di coloro che per la prima volta comprano un telefonino – sostanzialmente si saturò. La concorrenza riprese, allora, e i 4 gruppi iniziarono a sottrarsi clienti l’un l’altro, a suon di promozioni e sconti. Con l’aggravante che Tim e Vodafone svaccarono sui loro prezzi per inseguire quelli di Wind e 3, e nocquero al loro conto economico, giovando però alle tasche dei consumatori. Fu l’unica fase positiva, in questo senso, della concorrenza telefonica in Italia: ribassi generalizzati. Con un chiarimento da dare: ribassi sì, ma comunque l’ebitda di Tim non è mai sceso sotto il 35%, in questi anni, come pure quello di Vodafone, il che dimostra che questa concorrenza così gravosa per i loro interessi non è mai stata: un settore con margini lordi del 35%, se non del 40%, non è un settore davvero competitivo.

La furbata delle tredici bollette al mese è figlia del marketing isteroide e inutilmente trafelato che ha distinto per anni il settore. È un bene che venga sbugiardata e che – se dimostrata – i gruppi colpevoli vengano sanzionati. Sarebbe ancor meglio se l’Antitrust si spicciasse a chiudere la sua istruttoria senza sfruttare tutti i margini di tempi che si è preso. Però non facciamoci illusioni. L’unica autorità antitrust con gli attributi che in questo momento opera nel mondo, quella europea retta dalla severa e integra commissaria Margrethe Vestager, ha ben focalizzato qual è il problema vero della concorrenza nella telefonia mobile in Italia: che cioè tre operatori soli – quanti ne sono rimasti dopo la fusione tra Wind e 3 – sono pochi perché si sprigioni una concorrenza autentica. E dunque la Vestager ha condizionato il sì europeo alla fusione tra Wind e 3 Italia all’avvento sul mercato italiano di un quarto gestore, il gruppo francese Iliad, noto come la RyanAir dei telefoni. Peccato che Xavier Niel, padrone di Iliad, stia continuando a procrastinare lo sbarco in Italia: vuole essere sicuro, e non lo è ancora, di riuscire a guadagnarci. Far concorrenza sì, beneficiare gratis i consumatori italiani, manco per niente. E nel frattempo gli altri tre – bollette mensili o bollette settimanali che emettano, conta poco – spadroneggiano.

In tutto questo, restano tre ulteriori incognite: i conti di Telecom Italia, ora chiamata chissà perché solo Tim, che sono ancora affardellati da un debito enorme, circa 25 miliardi, che costa un patrimonio di interessi finanziari e costringe il gruppo a tenere relativamente alti i prezzi per poter onorare questi impegni, pagare dei dividendi e fare un po’ di investimenti; l’assetto proprietario di Telecom, oggi finita sotto il controllo (in verità e per fortuna fragile) dello speculatore francese Vincent Bollorè, che ha cercato di scalare anche Mediaset con un’operazione spregiudicata finita sotto la lente delle autorità di Borsa e che pertanto dovrà vedersela a sua volta con le autorità di mercato e col nuovo governo; e la prospettiva dell’avvento del 5G, il nuovo standard tecnologico della telefonia mobile, che rappresenterà un tale salto in avanti in termini di efficienza da non poter essere rinviato dagli operatori, per quanto costi molto implementarlo: sarà, per gli utenti, come passare dal monopattino alla Ferrari. E ciò stresserà ancor di più il mercato e i conti economici di tutti e tre, costretti a investire ancora.

È chiaro che in un simile scenario esaltarsi per l’intemerata dell’Antitrust sulle bollette settimanali è come gioire per aver curato un foruncolo sul naso di un malato di Aids. La cura necessaria per ridare concorrenzialità ma anche efficienza al mercato italiano della telefonia mobile dev’essere diversa. Quale, non è facile capirlo.

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