ITALO NTV VENDUTA A GIP/ La perdita per l’Italia con una magra soddisfazione

- Sergio Luciano

Ntv, la società di Italo, passa in mano al fondo americano Gip. Non c’è purtroppo solo da esultare per questa proficua operazione, spiega SERGIO LUCIANO

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Treno Italo

“Amore, partiamo? Con Italo sconti fino al -50%!”, recita la newsletter pubblicitaria di Ntv, che arriva ai suoi iscritti (più o meno inconsapevoli, come per tutte le newsletter pubblicitarie, tanto nessuno le legge) quando già Italo si chiama Yankee. Sarà meglio leggerla all’inglese: “My love, let we leave?”. Se lo sono venduto, i patrioti. Si sono venduti il treno dei desideri, che va all’incontrario dell’economia nazionale. Una volta si diceva: “Privatizzare i profitti, pubblicizzare le perdite”; adesso si può dire: “Nazionalizzare le perdite, espatriare i profitti”. Il megafondo americano Global Infrastructure Partners che ha comprato Ntv – così si chiama la società che ha creato e gestisce Italo, il primo (e unico) treno veloce privato italiano – ha una potenza di fuoco da 40 miliardi di dollari, 21mila dipendenti e tanta voglia di espandersi in Europa. Prego, si accomodi. Compra Italo risanato da poco. Lo strapaga. Molti (quasi due miliardi), benedetti (da chi li intasca) e subito…

“Quando le mie macchine vincono tagliando il traguardo, mi assale un grande orgoglio di essere italiano”, diceva Enzo Ferrari, il mitico fondatore delle “rosse” di Maranello. Ironia della sorte, un suo successore alla presidenza della Ferrari, Luca di Montezemolo, quando va veloce in treno si inorgoglisce a vendere il suo gioiello agli stranieri. E non è la prima volta! Poco meno di vent’anni fa, creando il suo fondo Charme, il leader indiscusso dell'”Italia dei carini” (copyright Maurizio Crozza) aveva fatto sperare. Aveva fatto sperare che anche il nostro Paese trovasse in lui il Bernard Arnault italiano, il Francois Pinault “de’ noantri”, il miliardario visionario capace di creare davvero quel grande gruppo industriale del lusso che non abbiamo mai avuto. Aveva messo insieme un bel bouquet di grandi marchi, Montezemolo – Poltrona Frau, Cappellini e altri ancora – che insieme avrebbero potuto volare. Ops, volare non è il termine giusto, visto che Luca ha presieduto anche Alitalia, in una fase proprio brutta della sua storia. Diciamo che avrebbero potuto sfrecciare. Macché. Appena consolidati, i marchi di charme sono sfrecciati anche loro negli States. E adesso la storia si ripete.

Montezemolo con gli altri soci italiani fondatori di Ntv – Gianni Punzo, il grossista napoletano del Cis di Nola, Diego Della Valle, l’imprenditore delle Tod’s, Flavio Cattaneo, supermanager bravissimo a risanare e ancor di più a intascare plusvalenze, Banca Intesa (che, poveraccia, aveva tutto il diritto di vendere, perché di mestiere non detiene a lungo partecipazioni!) – avevano pensato di collocare in Borsa Italo. Vendendone sul mercato il 40% del capitale. Stavano per fare il grande passo quando è spuntato Gip. Non un Gip, un giudice per le indagini preliminari, come spesso è successo nelle vicende societarie italiane, ma appunto il fondo americano Gip.

Usciamo dall’equivoco: è un bene o un male che Italo da oggi parli americano? Un bene sotto tanti – quasi tutti – i punti di vista. Un bene, perché con dei padroncini desiderosi solo di vendere Italo non avrebbe potuto correre lontano. Un bene, perché questi americani con soldi vorranno farne tanti altri, rivendendo prima o poi l’azienda, ma nel frattempo la faranno crescere. Un bene, perché almeno, adesso, Luca & C. proveranno forse un po’ di ritegno prima di blaterare sulla difesa del made in Italy.

Ma mica tanto un bene per il Paese. Avere una proprietà tutta straniera dietro un’azienda di servizi con milioni di clienti significa che il Sistema Paese dovrà chiedere il permesso prima di discutere con i padroni americani su prezzi, tariffe, servizi ai passeggeri: quelli stanno in America, non distinguono nemmeno Firenze Campo Marte da Terentola Cortona (ma quanti italiani le distinguono?) e insomma non è che stanno lì a pendere dalle labbra dell’Authority per i trasporti, o del garante per gli scioperi. 

Ci siamo passati, per la strafottenza di Lactalis per gli interessi di Parmalat; per l’indifferenza di Whirpool per gli occupati e i disoccupati della Embraco di Chieri; per l’imperturbabilità dei tedeschi di Heidelberg per l’occupazione di Italcementi. O per l’impassibilità di Etihad per i pasticci dell’Alitalia. Ci siamo passati. Da figlia, un’azienda italiana che passa a una multinazionale straniera, diventa figliastra. Nessuno scandalo, è la legge del più forte (guai a chiamarla “della giungla”). Peccato, però, che il lavoro sporco l’abbiano fatto – e fatto bene, con le capacità gestionali innegabili di Cattaneo – gli italiani, portando Italo dal profondo rosso (non quello della elegante livrea bordeaux dei convogli, ma quello dei libri contabili) all’attivo solo per poi vendere. Ma guai ai vinti.

Davvero, l’unica magra soddisfazione non è quella di non doversi più sciroppare le prediche di Montezemolo sul “fare squadra, fare sistema”. Semmai potrà farne sulla sua vera specialità: fare cassa. E lì ci sarà da imparare. Sai che soddisfazione.

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