IL CASO/ Lo sport dilettantistico, una ricchezza (sociale) che merita un piano 4.0

- La Redazione

Lo sport dilettantistico produce valore, investimenti e dignità. E’ una ricchezza culturale. Meriterebbe anch’esso un intervento come Impresa 4.0. ANTONIO CENCIONI

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Il Piano nazionale Impresa 4.0 ha l’obiettivo di aiutare le imprese italiane a investire sulla propria crescita tecnologica, attraverso alcuni incentivi, uno dei quali è l’iperammortamento, una supervalutazione del 250 per cento dell’investimento. Individuato un valore, per esempio la digitalizzazione dei processi, viene concessa un’agevolazione fiscale affinché chi può sia invogliato a spendere, riconoscendo nel raggiungimento degli obiettivi la possibilità di un bene per tutti, non solo per i diretti fruitori dell’incentivo.

Lo sport dilettantistico ha bisogno di un intervento simile, che faccia emergere il sommerso e renda trasparenti le varie forme di finanziamento con cui fino a ieri ha cercato di alimentarsi per sopravvivere.

Il tema è sempre stato posto in modo fuorviante a partire dal “nero”. Va posto invece a partire dal riconoscimento della decisiva e insostituibile azione sociale e culturale che le società sportive dilettantistiche svolgono e che non potrebbe mai essere svolta direttamente dallo stato.

Senza la presenza e la capillarità di tutte queste società si aprirebbe un problema sociale enorme. Una presenza che va riconosciuta e sostenuta non da finanziamenti statali, che creerebbero meccanismi clientelari, ma direttamente dalle imprese del territorio.

Un’azienda è giusto che abbia un vantaggio fiscale superiore all’erogazione stessa: così investe nel territorio, trae un beneficio fiscale, vigila che i destinatari usino bene le risorse che destina loro. Lo stato, cioè noi, risparmiamo il costo delle conseguenze sociali che la perdita di tanto volontariato produrrebbe.

Un volontariato che una ricerca sul mondo del calcio dilettantistico italiano, presentata ad inizio 2008, fotografava come una realtà dinamica, fatta di persone, numeri e passione. La ricerca contava 54.473 formazioni facenti parte di 14.303 società, per un totale di 1.521.000 tesserati, di cui il 50 per cento nel calcio giovanile. Una “comunità” di 23 milioni di forze frutto di contatti diretti o indiretti, con 35 milioni di tifosi e oltre 36 milioni di lettori per giorno medio. 2.600 km quadrati la somma della superficie dei campi utilizzati per ogni giornata di campionato, 76.620 km quadrati la superficie di quelli impiegati per un’intera stagione: Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna messe insieme. 1.458.565 i km percorsi dalle società per ogni giornata di campionato, 51.183.570 i km per ogni stagione, milioni di minuti di conversazioni, qualche miliardo in un anno. 700mila calci d’inizio in un anno, 3.250.000 divise, oltre 1.600.000 paia di scarpe e 750mila palloni: circa il 50 per cento di questi materiali soggetto per usura al ricambio al termine di ogni stagione. Un esborso annuale complessivo davvero ragguardevole. 

Tutta questa attività dilettantistica vien fatta a scopo sociale: non ho mai conosciuto uno che ci si sia arricchito.

Mi permetto di riportare un’esperienza personale a questo riguardo.

Ad un mio amico che si era prodigato per costruire un campo sintetico per i ragazzi, un controllo della finanza ha prodotto multe, a lui e a tutte le società che avevano fatturato sponsorizzazioni e anche avviato una procedura penale a carico suo e dei titolari delle aziende coinvolte. In questi casi, si sa, la possibilità di difendersi è ridotta al lumicino: gli accertamenti sono induttivi e l’onere della prova spetta all’accertato. Se vuoi contestare devi depositare un terzo della somma dell’accertamento, sostenere le spese legali per la difesa, di solito fino al terzo grado di appello. Insomma, la ragione è un lusso che puoi permetterti solo se hai soldi da spendere: costa meno pagare.

Oltre l’ingente danno economico alle aziende, questo intervento della finanza ha decretato la fine della rete di sostenitori dell’iniziativa: nessuno ha più avuto il coraggio di continuare a dare un euro.

Tornato a casa ha detto ai figli: ragazzi, il babbo si è adoperato per fare il campo, trovare sponsor, metterci tante giornate di lavoro, firmare un mutuo di 500mila euro, da 10 anni facciamo feste gratuitamente per sostenere la società, accompagniamo i ragazzi a giocare tutti sabati e le domeniche. Bene, per il fisco, per il tribunale, tutto questo non conta nulla, il babbo è un delinquente! 

La cosa che mi ha infastidito di più sono stati i commenti: tutti chiedevano al massimo più “tolleranza”. 

Non ci si può ridurre ad essere “tollerati”. Mi piacerebbe che si potesse aprire un dibattito sincero sul tema del sostegno allo sport dilettantistico, magari arrivando proprio a riconoscere e dare legalità a certe forme di aiuto che fino ad oggi hanno reso lo sport accessibile a tutti, non solo a chi è economicamente più fortunato.

Antonio Cencioni

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