SCENARI/ C’è un’Italia che non cresce da 25 anni, perché mandarla al governo?

- Maurizio Delfino

L’Italia si presenta come un Paese spaccato in due, dove una parte è ferma da anni e rappresenta un’urgenza per il Governo che verrà. MAURIZIO DELFINO

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Sergio Mattarella (Lapresse)

Qualcuno ha scherzato che per la prima volta in Italia c’è da sperare che la politica non mantenga le promesse elettorali, talmente alto il rischio di un impatto economico e dello sconquasso che ne deriverebbe. Ma perché, a fronte di una ricchezza privata ancora straordinaria, da primi posti nel mondo, e di un patrimonio pubblico inestimabile, il destino del Paese sembra consegnato all’elargizione statale diretta? Intanto perché è tardissimo, 4,6 milioni di persone sotto la soglia di povertà e 9 lì a un passo. L’Uomo Perbene Gentiloni e molti altri come lui non ricordano mai la tragica, ininterrotta crescita di questi numeri da decenni, quando diffondono i dati della ripresa. E proprio questi offrono l’altro terribile motivo. Perché il sistema produttivo sta uscendo da ciò che non era ovviamente una crisi congiunturale ma qualcosa a metà fra una crisi strutturale e l’inizio di un paradigma nuovo, in cui ripresa, crescita e ricavi non portano in automatico né re-distribuzione, né significativa nuova occupazione, né grandi opportunità. 

Il sistema produttivo superstite, ridottosi del 25%, sta aumentando i giri del suo motore, e può fare ancora di più e molto a struttura quasi invariata. Sta esprimendo il suo potenziale inespresso, sta andando a regime. Potremo avere — ma occorre scongiurare diverse minacce in agguato — anche anni al +2% o 3%, ma con pochissima nuova occupazione e con minimo incremento di investimento produttivo ex novo. Lo scenario non è più quello di un Paese a due velocità, ma ormai quello di due paesi. 

Da una parte questo “quarto capitalismo” (espressione sembra coniata da Fulvio Coltorti) che ha intercettato metodi e mercati, fatto tesoro di creatività, elasticità, lasciato crescere gente in gamba, promossa non per fiducia ma per merito, che si è affrancato dalla banca, di cui ha poco bisogno e qualche volta ha imparato persino a fare gioco di squadra. In questo paese c’è anche qualche centro di ricerca di eccellenza, qualche area di gestione pubblica e amministrativa di tutto rispetto, esperienze straordinarie di volontariato. Tutto malgrado e per quanto possibile al riparo dall’altro paese, quello quasi impossibile da raccontare. Quello con una giustizia con tempi (e spesso anche contenuti e modi) da quarto mondo, con un potere amministrativo e fiscale violento e incapace, quello che manda in malora il suo territorio, continuando a rimandare ciò che è all’un tempo emergenza nazionale ed enorme opportunità (l’assetto idrogeologico). Quello che si sconvolge per le violenza dei minori o nelle scuole, ma poi nei suoi tribunali con i suo giudici e i suoi servizi sociali redarguisce e intimorisce il genitore che vuole insegnare ai figli a fare i compiti da soli. Il paese che conosciamo, fermo, depresso, con classi dirigenti locali arroccate, meschine, il paese senza un solo indicatore di miglioramento in qualcosa negli ultimi 25 anni. 

Perciò, più o meno consapevole del baratro, la politica ha offerto soldi. Per paura e disperazione. Soldi che peraltro si troverebbero in 20 minuti, dal taglio della spesa pubblica improduttiva, in quantità sufficiente per un sostegno alla povertà e anche un calo graduale, ragionevole di tutta la pressione fiscale a famiglie e imprese. Ma il problema è molto più grande e incombente. E urgente. È appunto il paese fermo da anni, con le sue crescenti diseguaglianze e il futuro che incalza prepotente. 

La vituperata Germania, causa di tutti i mali dell’Italia e dell’Europa, tra un complotto e l’altro, si badi, prima di andare al suo voto, ha stanziato cifre impressionanti per un programma pluriennale che parte, prendendoli per buoni, da quegli studi e ricerche che dicono che in 15-20 anni si potrebbero perdere fino all’80% dei lavori tradizionali. Perciò l’altro Uomo Perbene, il presidente Mattarella, non dovrebbe essere troppo imparziale col destino del Paese e dovrebbe tenere in debito conto l’esigenza di scovare e favorire le forze più capaci di trasformarsi, adattarsi, di imparare, cambiare idea, più veloci, in grado di tentare, provarci e tornare indietro se serve, meno impelagate con la mediocrità che ha fatto danni irreparabili e continua a farne.

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