SPY FINANZA/ Gli Usa si preparano a salvare Wall Street con la Siria

- Mauro Bottarelli

Ci sono segnali piuttosto sospetti che arrivano non tanto dal mondo finanziario, quanto da quello della politica estera degli Stati Uniti. MAURO BOTTARELLI

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LaPresse

Già la scorsa settimana, se ricordate, avevo fatto notare come dal mercato interbancario arrivassero segnali di tensione. Non certo paragonabili a quelli che anticiparono il 2008 ma significativi, quantomeno da tenere sott’occhio. Bene, lo spread Libor-Ois e Fra-Ois fino a venerdì era rimasto entro il livello psicologico dei 50 punti base, poi qualcosa è accaduto, come ci mostra il primo grafico: il fixing Libor del dollaro a 3 mesi, infatti, non solo è salito per la 27ma sessione di fila, ma è passato da 2,1775% a 2,2018%, il massimo dal dicembre proprio del 2008. E, ancora una volta come accaduto negli ultimi due mesi, la mossa non ha visto il matching con un movimento dell’Ois, tanto che lo spread Libor-Ois è salito a 51,4 punti base, sorpassando i massimi del 2011-2012 e registrando la divaricazione maggiore dal maggio 2009.

Insomma, c’è tensione nei tassi cui le banche si prestano e depositano overnight i dollari: penuria di biglietti verdi sul mercato? Sì e ora il livello di segnalazione del problema comincia a essere serio. Talmente serio da non poter essere ignorato dalla Fed: la domanda cui dare risposta, cosa sta muovendo questa dinamica? Le risposte potrebbero essere molteplici. Un aumento dell’emissione di debito a breve termine proprio negli Usa, un aumento delle pressioni in uscita sui depositi in dollari negli Stati Uniti a causa dei tassi a breve in aumento, il rimpatrio di detenzioni in biglietti verdi da parte delle corporation Usa per pagare debiti e tasse o per preoccupazioni legate a nuove politiche commerciali o proprio scarsezza di liquidità in dollari fuori dagli Usa, un premio di rischio extra legato all’incertezza della politica monetaria americana, l’aumento recente dei cds bancari o, infine, domanda di fondi in preparazione di uno stress di mercato.

C’è un problema, però e ce lo mostra plasticamente questo grafico, presente all’interno dell’ultimo sondaggio di Bank of America: una parte sostanziale di manager interpellati non ha la minima idea di cosa stia muovendo questa penuria di dollari, vaga nel buio delle opzioni che vi ho appena fornito. E la cosa è seria, perché se chi investe miliardi e miliardi per lavoro non capisce cosa sta accadendo e cosa muove sottotraccia certe dinamiche, c’è poco da stare allegri.

In compenso, lo stesso sondaggio ci dice anche questo: la maggioranza dei dirigenti interpellati è sicura che gli impatti più probabile delle rinnovate tensioni commerciali Usa saranno un calo delle valutazioni delle equities e un dollaro più debole. E se la seconda ipotesi non può che far piacere a chi cerca di sfruttare al massimo il dumping valutario in termini di export, la prima cozza spaventosamente con il risultato di un secondo report di Bank of America, il cui sunto è in questo grafico: nella settimana appena terminata si è registrato un vero e proprio diluvio di denaro in entrata proprio nel mercato equities statunitensi, tutti puntano su Wall Street come se fossero certi dell’arrivo di un nuovo catalizzatore del rally azionario. Ma cosa? Le tensioni commerciali e quelle sul dollaro certo non depongono a favore di cieli azzurri in Borsa, almeno formalmente.

Perché questo muro di liquidità verso l’azionario Usa, mentre il Libor ci mostra scarsità estrema di finanziamento in dollari extra-Stati Uniti? Le corporation hanno cambiato idea, rimpatriano i fondi oversee per investire? Tutti buybacks? Se anche fosse, stante l’aumento dei tassi reali a breve e la formale intenzione della Fed di continuare con una politica di normalizzazione del costo del denaro, il riacquisto di proprie azione risulterebbe più costoso del recente passato, quindi un investimento così di massa dovrebbe essere giustificato solo da una cosa: un mercato del toro da record, qualcosa di mai visto. Qualcosa che solo un nuovo, brutale ciclo di Qe potrebbe garantire. Sono i dati a parlare, non ragionamenti dietrologici: determinati segnali del mercato sono chiari, paradossalmente di più quando appaiono non facilmente intellegibili come questa strana penuria (o timore di penuria) di biglietti verdi fuori dai confini Usa. Sta partendo un tantrum sui mercati emergenti legato ai tassi a breve, tale da anticipare una fame onnivoro di biglietti verdi da parte di quei mercati stra-indebitati proprio in dollari che ora rischiano di pagare caro lo scoppio ritardo delle scelte della Federal Reserve? Io non credo. Credo dell’altro.

La tensione sul dollaro, esattamente come accade con il prezzo del barile di petrolio, è spesso legata a timori geopolitici, all’anticipazione di eventi market-mover che vedono gli Usa al centro della scena. Cosa? Ieri mattina, mentre le rassegne stampa ci parlavano ancora di guerre di spie fra Russia e Occidente e ragguagliavano sulla vittoria plebiscitaria di Vladimir Putin alle presidenziali, adombrando brogli e intimidazioni, la vera notizia arrivava dalla roccaforte curdo-siriana di Afrin, dove le truppe turche e i miliziani anti-Assad, sostenuti di Usa e Israele, hanno preso il controllo della città, infliggendo una dura sconfitta alle truppe curde e creando i presupposti per un aumento delle tensione nell’area, vista la strategicità infrastrutturale e di collegamento del centro urbano del Nord, come ci mostra la mappa delle forze in campo al 12 marzo scorso.

Il tutto, mentre gli occhi e le telecamere del mondo sono puntate su East Goutha, il sobborgo di Damasco dal quale migliaia di civili stanno fuggendo per scampare ai bombardamenti con cui l’aviazione siriana intende chiudere la partita con al-Nusra e altri gruppuscoli estremisti, gli stessi che per conto dell’Occidente stanno tenendo in ostaggio donne, vecchi e bambini, utilizzando come scudi umani nella speranza di poter mostrare cumuli di cadaveri che le varie Cnn di turno non tarderanno a imputare alla barbarie delle truppe di Assad. Lo schema è noto: si crea l’emergenza umanitario-mediatica dopo mesi di silenzio e disinteresse, si carica di responsabilità il nemico da colpire (le truppe di Damasco e, quindi, nella logica del conflitto proxy i loro alleati russi e iraniani, caso strano nemici giurati di Usa e Israele) e poi si dà il via al grande show della messa in scena: è funzionato con il corpo di Aylan sulla battigia, poi con il bimbo impolverato e insanguinato in ospedale e ora con il bambino nella valigia in fuga da Goutha.

È uno schema vecchio come la società dello spettacolo denunciata da Guy Debord o la fabbrica del consenso stigmatizzata da Noam Chomsky: e, come ci mostrano tg, giornali e social network in questi giorni, la trappola della pietà mediatica è scattata alla perfezione per l’ennesima volta, grazie anche alle doti da Carlo Rambaldi degli “Elmetti bianchi”, creatori di set ad hoc che Hollywood si sogna e alla propaganda dell’Osservatorio per i diritti umani in Siria, quello con sede a Coventry, Regno Unito, patria di spie sotto copertura di ogni livello o oggi epicentro del maccartismo 2.0 contro Mosca.

Direte voi, cosa hanno a che fare le tensioni interbancarie sul finanziamento in dollari, la corsa verso l’Eldorado prossimo venturo dell’azionario Usa segnalata da Bank of America e quanto sta accadendo in Siria? Ce lo spiega proprio il timing dell’attacco politico-diplomatico senza precedenti messo in campo da Gran Bretagna, Usa, Germania e Francia contro la Russia relativamente a caso Skripal (notato, al riguardo, come non si sappia nulla? Dicono solo che lui e la figlia sono gravi all’ospedale di Salisbury, ma nemmeno una fotografia: strano, non si fece troppo ricorso alla privacy o all’umana pietas nei confronti di un agonizzante Sasha Litvinenko nel letto di morte, mi pare? Tant’è, dobbiamo accontentarci di un filmato delle telecamere a circuito chiuso di un mini-market, nel quale l’ex spia appare viva e vegeta e intenta a guardare fra gli scaffali e ora della pista da James Bond del gas nervino in valigia o nella boccetta di profumo della figlia). Già, perché in questo clima da caccia alle streghe, l’opinione pubblica tende a non credere alla versione russa e, di più, a mettere in discussione ogni tesi che arrivi da Mosca, quantomeno per pregiudizio da Guerra Fredda.

E quale allarme è arrivato sabato dalla Russia? Ecco le parole del generale Sergey Rudskov, capo dello staff del ministero della Difesa: «Istruttori statunitensi stanno in questi giorni addestrando militanti siriani nella preparazione di una false flag che contempli un atto chimico nel sud della Siria, un atto che dovrebbe funzionare come catalizzatore e casus belli per un attacco militare statunitense contro Assad. Stanno creando ad arte un pretesto per raid aerei contro le truppe e le infrastrutture siriane. Abbiamo a disposizione informazioni credibili rispetto a questo tipo di attività nelle vicinanze della città di Al-Tanf, la cui finalità ultima è inscenare un attacco provocatorio con agenti chimici. Già da inizio marzo, un Gruppo di sabotatori è stato dislocato a tal fine nel sud della zona di de-escalation del conflitto, vicino alla città di Deraa, dove stazionano unità del cosiddetto Free Syrian Army». Guarda caso, lo stesso “esercito di liberazione” che ieri è entrato insieme alle truppe turche ad Afrin, mostrando quindi un’operatività militare anche nel Nord del Paese. Ma non basta: «Stanno preparando l’esplosione di munizionamento con agenti chimici, il tutto per poi incolpare le forze governative. Le componenti necessarie per la preparazione degli ordigni sono già state recapitate nell’area attraverso convoglio umanitari di alcune Ong».

Poi, la denuncia più diretta del funzionario militare russo: «Stiamo registrando segnali di preparazione a possibili attacchi aerei Usa già oggi, gruppi d’attacco di navi da crociera si sono formati nel Mar Mediterraneo, nel Golfo Persico e nel Mar Rosso. Nel frattempo, i militanti di al-Nusra e altri in gruppi – in stretto coordinamento con gli “Elmetti bianchi” – hanno già ricevuto oltre 20 container di cloro per dar vita all’incidente chimico». Ma guarda il tempismo: attentato chimico in Gran Bretagna e attacco chimico in Siria, tutto con Mosca o direttamente coinvolta o in maniera proxy. E che dire della denuncia di venerdì scorsa riportata dal Washington Free Beacon, in base alla quale la Nord Corea avrebbe costruito una base segreta proprio in Siria a partire dal marzo 2011, basata su una fitta rete di tunnel sotterranei e dislocata nell’impervia vallata dove sorge il centri urbano di Qardaha, guarda casa la città natale di Bashar al-Assad? E cosa avrebbe offerto Pyongyang in cambio a Damasco? Collaborazione per ricostruire le infrastrutture destinate allo stoccaggio di sostanze chimiche! Tu guarda a volte le combinazioni, tutto talmente perfetta da dare la stura anche all’annullamento dell’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un e, anzi, far risalire la tensione anche sul fronte coreano.

Warfare in festa, crisi internazionale che scuote i mercati e fa deragliare la crescita e la Fed cosa farà, a vostro avviso? Sono pazzi, per salvare Wall Street stanno giocando a nascondino su un campo minato. Tanto, la colpa è sempre e comunque di Vladimir Putin e della Russia. E con la grancassa della criminalizzazione russa al suo apice grazie al caso Skripal, chi prenderà sul serio la messa in guardia del generale Rudskov? È un giochino vecchio come il mondo ma pare funzionare sempre. Ricordatevi sempre una cosa, alla luce di tutto questo: sono altri i segnali dei mercati da tenere sott’occhio, le chiusure delle Borse dopate dalle banche centrali come indicatori non valgono decisamente più nulla.

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