SPILLO UE/ Ecco il progetto per neutralizzare l’Italia

- Paolo Annoni

L’Unione europea vuole voltare pagina e procedere a un’integrazione maggiore. Evitando però di pagare il conto per eventuali scelte onerose dell’Italia. PAOLO ANNONI

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Angela Merkel (Lapresse)

Con la conferma di Angela Merkel come capo del governo tedesco e archiviate le elezioni italiane è il momento di procedere con le riforme dell’Unione europea. Il punto di partenza delle discussioni sulla riforma del sistema è il riconoscimento delle disfunzioni dell’attuale eurozona. La quale non appare attrezzata contro shock esterni che fanno esplodere crisi in singoli Paesi non più in grado di difendersi autonomamente essendo privi di autonomia valutaria e di spesa. Allo stesso modo essendo i Paesi membri sempre più interconnessi le crisi di un singolo Paese si ripercuotono su tutta l’eurozona.

La questione quindi oggi si pone in questi termini: se la soluzione ai problemi europei è una maggiore integrazione, come evitare che i singoli Paesi si approfittino di questa maggiore unione? Il rischio, così ci spiegano i giornali tedeschi, è che l’Italia con la sua irresponsabilità riesca a ricattare il resto d’Europa perché tanto c’è la garanzia europea sui depositi bancari e ci sono in essere finanze europee che vengono messe in campo per combattere gli attacchi speculativi.

Prima di introdurre questi strumenti di salvaguardia europea bisognerebbe quindi mettere i Paesi irresponsabili nella condizione di non nuocere al resto dell’Unione. Questo avverrebbe mettendo un limite all’acquisto di bond statali italiani alle banche italiane, di modo che la crisi italiana non contagi via banche il resto d’Europa, e introducendo delle regole chiare sul fallimento degli stati. In questo modo il fallimento italiano, o di un governo irresponsabile, verrebbe pagato solo dagli italiani con l’Europa che starebbe a guardare prima delle nuove regole e poi si limiterebbe a fare quel tanto che basta per non far precipitare un Paese nel caos. La seconda componente di questa riforma è rendere impossibile al singolo Stato la modifica delle regole europee. In altre parole, bisogna mettere al sicuro l’unione dalla volontà (democratica?) dei singoli stati.

Questo ragionamento fila in teoria, ma contiene delle mostruosità evidenti. L’euro ha prodotto degli stati vincenti e degli stati perdenti; i secondi vengono incatenati alla loro condizione. La seconda è che introdurre le regole sul fallimento degli Stati singoli prima degli strumenti di “finanza comune europea” apre una fase in cui alcuni stati, per esempio il nostro, sono in una posizione debolissima: praticamente un invito alla speculazione più bieca. La terza è chi decide che “l’irresponsabilità” italiana esemplificata in Europa dalla vittoria del Movimento 5 Stelle con le sue promesse di assunzioni pubbliche è maggiore di quella tedesca con un surplus commerciale fuori da ogni regola (e una crescita preoccupante di movimenti di estrema destra) o francese con un debito altrettanto fuori controllo. La quarta è che se gli stati non possono decidere più niente perché le regole comuni europee sono superiori, dove si esercita allora la democrazia in Europa? Sempre ammesso che l’assenza di democrazia in Europa non sia in realtà una caratteristica intrinseca dell’unione. Il comando europeo sarebbe consegnato a una burocrazia europea che è neutrale a parole ma partigianissima nei fatti sia perché controllata dai governi dei Paesi più forti, sia perché nominata con logiche che nulla hanno a che vedere con democrazia e trasparenza come dimostra il caso Selmayr.

L’Italia dovrebbe come minimo opporsi con tutte le sue forze a una riforma dell’Europa che anteponga la possibilità degli stati di fallire all’introduzione di una finanza europea. L’Italia in sostanza dovrebbe dire: a noi va benissimo cedere ogni sovranità all’Europa, il nucleo franco-tedesco, purché esista, da subito, un meccanismo di finanza alternativa. In questo non si consegnerebbe incatenata al duo franco tedesco il quale almeno pagherebbe per la sovranità italiana. La fregatura nello stato delle discussioni attuale è palese: voi italiani prima ci date la sovranità e vi arrendere consegnando tutte le armi economico-finanziarie che avete, l’indipendenza sostanziale, e poi dopo noi vi daremo l’assicurazione europea sui depositi e le obbligazioni europee.

Nessuno si può fidare. Perché nessuno in Europa è in grado di imporre le stesse condizioni alla Germania con le sue manifeste violazioni dello “spirito” europeo. Allo stesso modo gli italiani non possono cedere la loro democrazia nazionale in cambio di una democrazia europea che non esiste e che non esisterà mai nelle attuali condizioni in cui il centro franco-tedesco può ottenere quello che vuole. Vale l’assunto che tra i fascisti italiani e quelli tedeschi, i partiti di estrema destra in Germania prendono un multiplo dei nostri, sono sempre meglio i nostri.

L’Europa però a sua volta è inserita in un contesto globale che si sta complicando con l’inasprimento del conflitto tra il blocco atlantico e quello russo-cinese. In questo conflitto con i ranghi che si ricompattano non si capisce quanto spazio ci possa essere per la democrazia in Europa o, più banalmente, per un riequilibrio dei poteri tra stati europei. In questo momento di spie avvelenate e sanzioni l’Italia rischia di essere percepita come un elemento di disturbo in uno scenario molto più grande; alzare la voce in modo sguaiato in questa fase rischierebbe di far perdere all’Italia ogni alleato e suggerirebbe che la soluzione migliore è quella di neutralizzare definitivamente l’Italia. La partita politica per l’Italia è complicatissima; serve la coscienza di cosa è successo e di cosa rischia di succedere in Europa, la comprensione di un contesto internazionale in cui l’Italia per fare la sua partita ha bisogno di sponde e sicuramente non serve dare l’impressione che l’Italia sia in mano a un manipolo di irresponsabili e incompetenti. Non c’è una via di uscita per l’Italia senza una chiara coscienza della situazione e una sponda esterna. Se esista e dove sia è un’altra questione.

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